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Full text of "Bollettini ECN Milano"

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AUTORGANIZZAZIONE 


etn milano 

Rete Telematica Antagonista - Modem 02 2840243 






1 SAL_SOC.TXT 

2 PD930920.TXT 
5 REGIONE.ASC 
9 INCOMPD.TXT 

13 COSTO.ASC 

16 ZEROSPEC.TXT 

17 DARIO.21 

19 B0309301.TXT 

20 VE101893.TXT 

23 N0SCI0PE.R02 

26 VISAVIS.001 

30 CEMENTO.TXT 

37 N0W0RK.PM4 

39 4DICEMBR.TXT 
54 COLDA01.TXT 


Su disoccupazione e salario sociale 
Collettivo Klinamen 

Presentazione dell'Associazione Difesa dei Lavoratori 
Padova 

Organizzare la rivolta sociale 
Lavoratori Regione Toscana 
La macchina corre dove c'è lo sciopero 
Incompatibili Pd per la manifestazione del 25 settembre 
Assemblea sull'accordo del 3 luglio 
Incompatibili Bologna 

Volantone per la manifestazione 25 a Roma 
ZeroNetwork 

I decapitati e il vicere' 

Dario Paccino 

Intervento di P. Bernocchi (COBAS) 

Assemblea Autoconvocati, Roma 26/09/93 

II rifiuto del lavoro 

Volantino sullo sciopero del 28/1 0/93 
Nucleo Operaio, Rossi Motoriduttori 
Se non ora, quando? 

Editoriale vis-à-vis n. 1 

Salario garantito e lavoro 

Laboratorio dell'Agire Comunicativo, Padova 

Su lavoro e non-lavoro 

Crosspoint 

Documento sull'autorganizzazione 
Autorganizzazione e Centri Sociali 
Comitato Lavoratori e Disoccupati Autorganizzati 


Europea * v Counter Network - Milano - 02 2840243 





European Covnter Network - Milano 


Diritto al lavoro? No, grazie 
Diritto al salario? Sì, grazie 


Al centro del dibattito politico nazionale di queste 
ultime settimane sta il problema dell’occupazione. 
Decine di piagnoni, sia di destra che di sinistra, 
lamentano, con espressione contrita, la riduzione dei 
consumi e degli investimenti e, soprattutto, la 
riduzione dei posti di lavoro. La colpa di questa 
situazione è individuata nella crisi economica: ognuno 
presenta la propria ricetta. Laconfindustria e i settori 
più cinici dei sindacati propongono misure per il 
rilancio delle imprese, la sinistra depressa reclama 
solidarietà e ridistribuzione dei posti di lavoro. 
Nessuno si azzarda a ricordare che la tendenza alla 
riduzione dell’occupazione è un fenomeno iniziato 
alla fine degli anni 70 e che, anche negli anni di 
vacche grasse, gli incrementi di forza-lavoro impiegata 
in settori diversi dall'industria non hanno minimamente 
scalfito la riduzione complessiva degli occupati. Non 
è necessaria, avendo presente questi dati, una 
conoscenza economica approfondita per rendersi 
conto della vera natura del fenomeno. La tendenza 
attuale alla riduzione della forza-lavoro impiegata 
non dipende in nessun senso dalla crisi economica, 
che semmai si limita a rendere più visibile una crisi 
sociale in atto da un decennio. La vera ragione della 
disoccupazione è di carattere strutturale. I processi 
di ristrutturazione avvenuti durante gli anni 70 e 80 
hanno incrementato a tal punto la produttività del 
lavoro per addetto da rendere inutile l'utilizzo di una 
grande quantità di lavoratori. Espansione delle 
imprese e dei loro margini di redditività e espansione 
dell’occupazione sono, da questo momento in poi, 
grandezze completamente slegate. Ma qual’è il 
significato politico di questa situazione? Che cosa 
significa che per produrre la quantità di merci 
necessaria al mantenimento e all'autoconservazione 
sociale non è più necessaria l’occupazione totale? 
In fondo la questione non è poi cosi complessa. 
Evitando di richiamare unaseriedi distinzioniteoriche, 
si pu_ dire semplicemente che la produzione della 
quantità di merci necessaria alla soddisfazione dei 
bisogni di tutti non richiede più l'occupazione di tutti. 
La ristrutturazionetecnologica, preformata dalle lotte 
degli anni 60 e 70, ha separato per sempre lavoro e 
ricchezza sociale. La produttività della cooperazione 
sociale attuale, la sua potenza creativa, è tale da 
rendere libera dal lavoro una grande quantità di 
tempo sociale. Finalmente, e questo sia chiaro per 
tutti, non è più necessario, in nessun senso che 
possa richiamarsi ad una motivazione oggettiva, il 
lavoro di tutti. Ma allora, se non c’è più nessuna 


ragione oggettiva, interna alle caratteristiche della 
produzione sociale, l’unico motivo per mantenere 
legati al lavoro le donne egli uomini è politico. Chi non 
vuole riconoscere nella determinazione strutturale 
della disoccupazione attuale la definitiva separazione 
di costrizione al lavoro e ricchezza sociale fa 
oggettivamente il gioco dì chi ha interesse a 
mantenere le donne e gli uomini nella schiavitù 
coatta del lavoro. 

Per questo oggi le posizioni della sinistra storica e 
istituzionale e quelle della confindustria e degli 
ambienti ad essa legati finiscono per coincidere. 
Quello che le accomuna è l’invocare una ripresa 
dell'occupazione; più posti di lavoro, questo è il 
fondamento comune delle proposte del capitale e 
della cosiddetta sinistra. Nessuno dice che, quando 
lavoro e ricchezza sociale si separano a causa della 
enorme potenza produttiva della cooperazione 
sociale, non importa più che tutti siano occupati 
perchè tutti possano avere un reddito; nessuno dice 
che in questa situazione lavoro e reddito sono 
oggettivamente separati, che c’è ricchezza sociale 
sufficiente asoddisfare ibisognidi tutti senzache sia 
necessario che tutti lavorino; nessuno dice che agli 
operai di Crotone, o ai meno visibili precari della 
scuola, non importa un cazzo di avere un lavoro, 
quello che gli interessa è avere un reddito. 

L’unica risposta sensata a questa situazione strut- 
turale è quella che parte dalla separazione di lavoro 
e ricchezza, di lavoro e reddito. Questa risposta è al- 
trettanto semplice e di buon senso dell’analisi bre- 
vemente svolta: è il salario sociale. La produttività 
della cooperazione sociale rende oggettivamente 
disponibili quelle ricchezze che possono garantire a 
tutti non soltanto la sopravvivenza, ma la dignità di 
esseri umani la cui potenza creativa non sia sotto- 
messa agli imperativi della valorizzazione capitalistica. 
Oggi più che mai, soltanto la linea politica che fa del 
salario sociale la risposta alla disoccupazione è in 
gradodidistinguercidallaviolenzadella confindustria 
e dall'Ipocrisia della sinistra storica. Salario sociale 
significa riconoscimento del diritto ad un reddito per 
tutti sulla base della potenza della cooperazione 
sociale e liberazione della produzione sociale dal 
lavoro coatto. Il salario sociale dev'essere perciò la 
nostra risposta ai vaniloqui del capitale e della 
sinistra storica. 


KLINAMEN 


Autorganizzazione / Rifiuto del Lavoro / Salario Garantito 


1 


Centro Sociale Leoncavallo 


ASSOCIAZIONE 

DIFESA 

LAVORATORI: 

UNA PIANTA 

NUOVA CON 

RADICI 

PROFONDE... 

I percorsi dell'autorganizzazione dei lavoratori nella 
Bassa Padovana emergono in modo significativo 
aliatine degli anni ’60, quando il movimento del '68 
trasferisce il suo messaggio dall'Università' alla 
fabbrica, dalla scuola al territorio. 

L'esperienza dei COMITATO OPERAI STUDENTI 
della bassa padovana riesce a radicare in alcune 
medie e piccole fabbriche un comportamento 
antagonista che attornoalconcettodell'egualitarismo 
produce un ciclo di lotte durissime. 

Memorabili da questo punto di vista le lotte prodotte 
dagli operai dell'UTITA di Este e delle Bambole 
Franca di Monselice che si protraggono per tutti i 
primi anni 70, che diventano sponda naturale per le 
lotte di tutte le altre fabbriche, con un Sindacato 
continuamente costretto ad inseguire le spinte 
operaie. 

La seconda meta degli anni 70 e invece caratterizzata 
dall’esperienza del COORDINAMENTO OPERAIO 
BASSA PADOVANA in grado di articolare le sue pro- 
poste in quasi tutte le fabbriche della zona, rag- 
giungendosopratutto nei piccoli laboratori dell'indotto 
del settore giocattolo un livello di egemonia rispetto 
al Sindacato. 

La repressione contro i movimenti aliatine degli anni 
70 schiaccia queste forme di autorganizzazione 
restituendo al Sindacato un controllo completo ed 
incontrastato sulla classe operaia. Sono gli anni in 
cui trova piena applicazione la famigerata svolta 
dell'EUR in cui si chiedono sacrifici in cambio di 
occupazione. Le fabbriche subiscono pesantissimi 
processi di ristrutturazione con migliaia di 
licenziamenti ed un uso massiccio di Cassa 


integrazione. 

Le forme di resistenza operaia vengono crimina- 
lizzate, soffocate dalla campagna politica che ac- 
comunava anche il semplice dissenso al fenomeno 
della lotta armata dei gruppi di sinistra. 

Per il Sindacato ed i sindacalisti quelli sono anni di 
"gloria e di vacche grasse", in quanto riescono a 
cogestire i processi ristrutturativi senza nessuna 
forma di opposizione organica. 

GLI ANNI '80 E LA LOTTA DELLA 
MAGRINI GALILEO DI BATTAGLIA T. 

Ma alla meta degli anni '80 il Sindacato deve ingoiare 
un rospo impensabile. Alla Magrini Galileodi Battaglia 
Terme, una fabbrica di un migliaio di lavoratori, 
roccaforte storica del Sindacato, si inceppa il processo 
di ristrutturazione concordato, che prevedeva il 
licenziamento come sbocco naturale perlecentinaia 
di lavoratori posti in Cassa Integrazione. 

L’ opposizione internasostenuta da unaforte iniziativa 
esterna che coinvolgeva lavoratori, studenti, 
disoccupati raccoglie l'adesione della maggioranza 
dei cassaintegrati. Un paio d'anni contrassegnati da 
scioperi, picchetti, cariche, denunce e poi anche in 
virtù di una sentenza legale, si conquista il rientro di 
tutti i lavoratori. 


L'ONDA LUNGA DELLA MAGRINI G. 
ARRIVA ALLE LAVORATRICI 
AUTORGANIZZATE DELLA MAP 
ARCOLIN DI ALBIGNASEGO 

Si tratta di una seria sconfitta per il Sindacato la cui 
credibilità comincia a mostrare le prime crepe. 
Sull'onda di questa vittoria dei lavoratori 
autorganizzati, gruppi di operai colpiti dalie nuove 
ristrutturazioni percorrono con successo la strada 
dei lavoratori della Magrini Galileo. Significativo per 
tutti l’esempio della cinquantina di LAVORATRICI 
AUTORGANIZZATE MAP di Albignasego che 
all'inizio degli anni '90 mettono a soqquadro un 
infame accordo tra Azienda e Sindacati cogliendo 
dei risultati giuridici ed economici molto consistenti. 


INTANTO I COMITATI DI BASE DELLA 
SCUOLA INAUGURANO LA NUOVA 
STAGIONE DELL'AUTORGANIZZAZIONE 
SUL PIANO NAZIONALE 

Gli anni a cavallo tra la fine ’80 primi ’90, sono 
caratterizzati dalla forte spinta ai processi di 
autorganizzazione partiti dai Cobas scuola, che 
hanno attraversatotutti isettori del Pubblico Impiego 
e che timidamente si affacciano nel settore privato. 
La scelta sindacale di porre inequivocabilmente fine 


2 


Dicembre 1993 


European Counter Network - Milano 


campagna per LA RIDUZIONE DELL'ORARIO DI 
LAVORO, PER IL SALARIO GARANTITO, PER L’ 
ABBATTIMENTO DEL MONOPOLIO DELLA RAP- 
PRESENTANZA SINDACALE, PER L'ALLARGA- 
MENTO A SETTORI CONSISTENTI DI LAVORA- 
TORI IMMIGRATI, Al PRECARI, Al DISOCCUPATI, 
Al PENSIONATI, PER L'ESTENSIONE DELLA 
PROPOSTA DELL’ASSOCIAZIONE SU BASE 
PROVINCIALE, PER L'AVVIO DI UNA DISCUSSIO- 
NE SULLE PRODUZIONI INQUINANTI E QUELLE 
ECOCOMPATIBILI, SUI LAVORI SOCIALMENTE 
UTILI, SULLA DISTRUZIONE DELL’AMBIENTE E 
DEL TERRITORIO. Intanto si cerca di potenziare la 
struttura organizzativa, con una sala che si sta al- 
lestendo munita di telefono, fax e quant’altro nelle 
possibilità attuali. Altro passaggio su cui si sta lavo- 
rando riguarda l’allargamento delle competenze e 
dei servizi ( controllo buste paga, 740, moduli INPS, 
ecc), utilizzando il piu possibile le conoscenze e le 
esperienze collettive, evitando la burocratizzazione 
e il funzionariato. 


LE ESPERIENZE MATURATE IN QUESTI 
ANNI RAPPRESENTANO UN 
CONTRIBUTO FONDAMENTALE PER LO 
SVILUPPO CORRETTO DELL' A.D.L. 

L'obiettivo e quello di eliminare la dipendenza dal 
Sindacato pertutti i lavoratori che scelgono la strada 
dell’autorganizzazione. 

Cerchiamo di fare il salto, daH’organìzzazione spon- 
tanea legata ai cicli di lotta, a quello dell’organizza- 
zione stabile, indipendente e autosufficiente. 

Si riuscirà a farlo senza finire nella sclerotizzazione 
di esperienze simili? 

Si riuscirà a mantenere un equilibrio tra organi- 
zzazione, lotte, costruzione di organismi di base, 
vertenzialità' giuridica, struttura di servizio, ecc. ? 

Ecco diciamo che modestamente i lavoratori che 
stanno dando vita all'Associazione ci stanno 
provando, consapevoli dei limiti e dei rischi della 
proposta ma anche convinti dal fatto che itempi sono 
maturi per avventurarsi in questo salto. 


MONSELICE 18/9/’93 



ORGANIZZARE LA 
RIVOLTA SOCIALE 

PREMESSA 

Con il 31 luglio '92 cl hanno tolto la “scala mobile”. 
Una delle più grosse conquiste del movimento dei 
lavoratori negli ultimi 50 anni. 

Poi Amato e isuoi ministri (quasi tutti indagati, alcuni 
particolarmente abbietti) hanno attaccato pensioni - 
sanità - casa e ci hanno regalato ogni tipo di tasse. 
Poi, dopo che la presidenza del Consiglio è passata 
direttamente alla Banca d’Italia, Ciampi, Conf industria 
e sindacati hanno completato l’opera con il 3 luglio: 
precarizzazione, frammentazione, flessibilità del 
lavoro; reintroduzione delle gabbie salariali; il 
CAPORALATOche diventa legge (lavoro interinale); 
lacontrattazioneche scompare; l’attacco alla scuola 
pubblica e di massa (56.000 classi in meno). 
Intanto un Parlamento di inquisiti legifera e decide 
sui futuri equilibri politici del paese. Mentre il debito 
pubblico è stratosferico (noi abbiamo se mpre pag ato 
alla fonte), la disoccupazione è al 12,5% sul piano 
nazionale - 24% nel sud e 27% in Campania - e Pds 
e Lega dicono che vogliono le elezioni masostengono 
Ciampi con le astensioni. 

E noi? Noi non abbiamo il contratto, l’aspettiamo da 
4 anni... 


1. PARTIAMO DALLA CONSULTAZIONE 

in Italia, nella settimana 18-24 aprile i lavoratori 
ammontavano a 22 milioni 769 mila (dati Istat) - con 
20 milioni 380 mila occupati e 2 milioni 389 mila 
disoccupati. 

I lavoratori coinvolti nella CONSULTAZIONE (?!) 
sull'accordo, del costo del lavoro presenti alle as- 
semblee, sono stati 1 .361 .1 80 ed i votanti 1 .327.290. 

I favorevoli sarebbero stati (dati sindacali) il 67,05% 
i contrari il 26,98% e gli astenuti il 5,98. 

II che vuol dire che ha partecipato alla CONSUL- 
TAZIONEi!5,83%dellaforza lavoro complessiva. In 
questa percentuale il 65% (pari al 3,85% della forza 
lavoro) ha detto sì il 30% ha detto no, il 5% si è 
astenuto. 

Se si considera, inoltre, che gli iscritti a Cgil-Cisl-Uil 
sono, dicono, 6 milioni 200 mila, i partecipanti (votanti) 
in rapporto agli iscritto sono il 21 ,4%. 

E QUESTA SAREBBE “LA GRANDE PROVA DI 
DEMOCRAZIA” DI CGIL-CISL-UIL. 

Tutti a questo punto devono sapere come si è svolta 
la consultazione, anche percapire, da un'esperienza 
cosi rilevante, cosa intendono per “DEMOCRAZIA" 
i dirigenti sindacali e cosa vuol dire il SINDACATO 


Autorganizzazione / Rifiuto del Lavoro / Salario Garantito 


5 


Centro Sociale Leoncavallo 


UNICO DI STATO. 

La trattativa si è protratta per circa due anni. La for- 
mazione della piattaforma non ha visto nessuna con- 
sultazione. Nè c'è stata consultazione a mano a ma- 
no che l’oggetto del contendere subiva variazioni in 
rapporto agli incontri tra sindacati, governo e 
confindustria. 

Il protocollo è stato pre-firmato il 3 luglio, periodo 
estivo pre-feriale, senza nessun mandato, con 
l’impegno della firma definitiva il 22 luglio. Scottati 
dalle reazioni al 31 luglio dell'anno prima, i sindacati 
vogliono dare prova di democrazia ed hanno 
rimandato la firma definitiva adopo “la consultazione 
generale dei lavoratori". 

Sull'accordo si ricompone una vera e propria “unità 
nazionale": la Confindustria, nella suaseduta plenaria, 
lo approva quasi all'unanimità; il Pds, che già si era 
astenuto rispetto al governo Ciampi, invita i lavoratori 
a votare “sì”. 

Ma l’arma decisiva è rappresentata dall'universo dei 
media: Tv di stato e berlusconiane, radio più o meno 
libere e canali ufficiali, la stampa quotidiana al com- 
pleto (con l'eccezione del Manifesto) plaudono all’ 
accordo e non informano sul contenuto (per chi vo- 
lesse saperlo solo qualche schermata su T eievideo 
nella rubrica economia). Stampa, radio e TV invitano 
i lavoratori a votare in massa asostegnodell'accordo. 
Anzi, scendono in campo direttamente, diffondendo, 
per orientare le cifre bulgare delle votazioni dei 
gruppi dirigenti. A questo punto, quando i burocrati 
centrali, quelli regionali e quelli provinciali avevano 
votato è cominciata la "CONSULTAZIONE" dei 
lavoratori. 

Era ammesso all'inizio delle assemblee un solo 
intervento: QUELLO FAVOREVOLE ALL'ACCOR- 
DO. Così che in tutte quelle situazioni dove non 
c'erano avanguardie dissenzienti, il gioco era fatto a 
priori. A questo, bisogna aggiungere che, quasi 
sempre, il testo dell'accordo non era conosciuto 
prima dell'inizio dell’assemblea in modo da non dare 
ai lavoratori la possibilità di riflettere. 

Questo permetteva il funzionamento del principio 
d’autorità. In moltissime piccole aziende, il grosso 
della consultazione, il fiduciario locale aveva buon 
gioco. 

NONOSTANTE TUTTO QUESTO CGIL-CISL-UIL 
HANNO PERSO ! Volevano un plebiscito e non 
l’hanno avuto. 

GII astenuti, quelli che pur interpellati non hanno 
partecipato al voto, sono stati di più dei votanti. E 
quelli che, tra i votanti, hanno votato coscientemente 
contro sono stati il 30% circa. E’ CHIARO, QUINDI, 
CHE LA LEGITTIMITÀ' DI QUEST’ACCORDO E’ 
NULLA. 

Inoltre bisogna considerare che il No tra i metal- 
meccanici raggiunge il 38% e vince a Venezia, Bre- 
scia, Novara, nel T rentino, a Legnano, Lodi, alla Fiat 
di Cassino, alla Fincantieri di Genova, all'Alfa di 
Arese. Il No vince complessivamente a Milano. Nella 
nostra zona vince alla Breda di Pistoia, a Viareggio, 


aMassaCarrara, a Firenze allaZanussi, alla Degussa, 
alla Cerotec, alla Longinotti, alla Richard Ginori di 
Sesto, al Comune, all’Un iversità, da noi in Regione- 
Questo per fare solo alcuni esempi. 

In una consultazione minimamente democratica, 
con un’informazione capillare e corretta, con un at- 
teggiamento di pari dignità tra il Sì ed il No è da 
ipotizzare fortemente una POSSIBILE VITTORIA 
dei contrari all'accordo. 

L'obbiettivo politico di tutta l’area dell’opposizione 
all’accordo è, aquesto punto: LA CONQUIST A DEL- 
LA MAGGIORANZA DEI LAVORATORI. 


2. IL SIGNIFICATO STRATEGICO 
DELL'ACCORDO 

Ma questo obbiettivo sarpossibile sesi far chiarezza 
sul significato strategico di quest'accordo e se si 
appronteranno i percorsi politici necessari a realizzare 
l’obbiettivo. 

Non solo non siamo di fronte ali"’ennesimo bidone", 
ma abbiamo a che fare con un PATTO che ha un si- 
gnificato politico generale, che non si limita al sostegno 
sindacale al governo Ciampi ed alle riforme elettorali 
votate in questa calda estate. 
HaragioneilMinistrodelLavoroGinoGiugniquando 
definisce l’accordo “una nuova costituzione" nelle 
relazioni sociali e sindacali del paese. Se l'articolo 4 
dell’inapplicata Costituzione sanciva che Pltalia è 
una repubblica fondata sul lavoro", il nuovo patto 
sancisce che “l’Italia è una repubblica fondata sulla 
centralità del profitto e sulle necessità dell'impresa”, 
principio cardine a cui tutto, a partire dalla condizione 
umana, va subordinato e sacrificato. Peri lavoratori, 
e con loro per disoccupati e pensionati, non c'è 
niente: essi sono “cose" da vendere, affittare, 
spremere, licenziare. 

E' quindi necessario dare un giudizio il più possibile 
sereno ed obbiettivo su che cos'è il SINDACATO 
CGIL-CISL-UIL oggi, dopo quest'accordo. 

E dal punto di vista di scelte di linee culturalì-politi- 
che-sindacali; e dal punto di vista del modo di essere 
e di operare della struttura sindacale stessa. 

Cgil, Cisl, Uil agiscono come pilastri di questa nuova 
Costituzione, divenendo a tutti gli effetti istituzione di 
Stato. 

Il ruolo che il sindacato è chiamato a svolgere è 
quello di organizzatore del consenso della volontà 
padronale e governativa; le funzioni essenziali che 
Cgil, Cisl ed Uil assolveranno saranno quelle di 
cogestire le agenzie che affittano il lavoro, di diventare 
imprenditori nel campo della previdenza integrativa 
(a cui ha aperto la strada io smantellamento della 
previdenza sociale), dopo esserlo già diventati nel 
campo dell’assistenza fiscale con i vari Caaf -e 
prepararsi a ricoprire posizioni di monopolio nel 
campo delle assicurazioni integrative di sanità e 
pensioni. 


6 


Dicembre 1993 


European Counter Network - Milano 


Il sindacato - struttura oggi costituita da 25/30 mila 
funzionarla tempo pieno, molti deiquali (peresempio 
i massimi dirigenti) provenienti da esperienze non 
lavorative e di nomina partitica. A quest'ultimo 
proposito c'è da dire che per anni abbiamo assistito 
(e ancor oggi è così) a quote posti dirigenti ai vari 
livelli a nomina partitica. Sì da render spesso anche 
i momenti congressuali del tutto formali. D’altronde 
basti fare alcuni esempi: Marini che nell’arco di due 
mesi passa da segretario della Cisi a capocorrente 
democristiano a Ministro del Lavoro; a Benvenuto 
chedasegretariodellaUil passa a massimo dirigente 
dello Stato al servizio di Formica; a Del Turco che da 
segretario aggiunto della Cgil si dimette in previsione 
di diventare segretario del fossile Psi ecc. ecc. 
Nessuna autonomia, quindi, anzi etero direzione sul 
sindacato delle forze politiche e dello Stato diret- 
tamente. QuelladeiCAAFdi recente istituzione sono 
solo l’ultimo tassello di una inter-compenetrazione 
tra Stato e sindacato che si è solidificata nel corso 
degli anni '80 a tutti i livelli. Ma oltre alla "mancanza 
di autonomia" e alfeterodirezione" (da ricordare la 
prassi consolidata delle correnti di chiaro riferimento 
partitico) la caratteristica che ha determinato gra- 
dualmente la trasformazione della funzione del 
funzionario sindacale è stata l’evolversi della stessa 
nel corso dei processi di ristrutturazione degli anni 
'80 con il passaggio da "rappresentanti dei lavoratori” 
a mediatori del consenso. 

Ciò è avvenuto parallelamente all’accettazione delle 
“compatibilità padronali e governative” come 
orizzonte e cornice invalicabile entro cui il sindacato 
come istituzione ha accettato di svolgere e relegare 
il proprio ruolo e funzione. Una volta accettato que- 
sto canovaccio il funzionario sindacale ha trovato 
"strutturalmente" nella controparte dei lavoratori 
(padronato-governo) il luogo della legittimazione e 
nella "carriera” e nello status-symbol la molla per il 
proprio agire. 

Non è quindi per indulgere a schematismi dire che il 
funzionario sindacale, ancora di più dopo il recente 
accordo, è direttamente “nel processo di accumu- 
lazione capitalistica". Di cui garantisce un anello 
fondamentale: la costruzione del consenso sociale. 
Il SINDACATO UNICO DI STATOdi D'Antoni, Larizza 
edella maggioranza della Cgil accetta la competitività 
totale come strategia, l’impresa e I suoi valori come 
cardine dell’organizzazione sociale, il profitto come 
necessità. A questo subordina tutto il lavoro dipen- 
dente e ne gestisce la flessibilità la frammentazione 
e la precarizzazione. 

Formazione produzione e riproduzione come totalità 
interrelata, la cultura degli interessi padronali come 
la cultura tout-court. 

Il sindacalista come TECNICO funzionale alla ripro- 
duzìon e del modo di produzione capitalistico. Questi 
gli esiti profondi dell'accordo del 3 luglio. 

Il cerchio, quindi, si chiude. Ecco perchè il dissenso 
espresso in vari modi nella consultazione è di 
eccezionale rilevanza. 


3. IL DOVERE POLITICO DI TROVARE 
PUNTI COMUNI DI STRATEGIA E DI 
TATTICA 

In Italia è possibile, forse per la prima volta, porre 
all'ordine del giorno l'EGEMONIA SULLA MAG- 
GIORANZA DEL MOVIMENTO DEI LAVORATORI. 
Tutti coloro che si sono battuti dopo il 31 luglio, nel 
movimento dell'autunno e nella raccolta delle firme 
per abrogare l’art. 19 e che hanno gradualmente 
unificato la critica all’accordo del 3 luglio e hanno 
guidato la battaglia per il No all’accordo del 3 luglio 
hanno il dovere politico di trovare punti comuni di 
strategia e di tattica. Questo perchè il dato di fondo 
della consultazione è la CRISI DI RAPPRESEN- 
TATIVITÀ' GENERALE DI CGIL-CISL-UIL. Di modo 
che gli interlocutori, a questo punto, sono tutti i 
lavoratori iscritti e non iscritti al sindacato. 

Perchè questo nondiventi un generico appello all’unità 
dell’opposizione occorre dire alcune cose, in tutte le 
direzioni: 

1 ) Ai lavoratori dei "Consigli" ed a "Essere sindacato" 
bisogna dire che una lotta interna alle strutture sin- 
dacali per "spostare equilibri" o per "condizionare” è 
stata ed è perdente sia strategicamente che tat- 
ticamente. Sì che convogliare energie e impegno per 
un congresso della Cgil, per spostarne l'asse e la 
direzione, dopo questo accordo è non rendersi conto 
del "GIÀ' AVVENUTO". Non è più possibile oggi, nè 
da parte del “movimento dei consigli" nè da parte di 
“Essere sindacato”, battersi contro gli accordi e 
mantenere tessere, incarichi (e privilegi) sindacali: 
chi resta in quest’ottica non fache coprire il sindacato 
di D’Antoni, Larizza e Trentin. Un dato di fatto che 
sembra aver capito lo stesso leaderdella minoranza 
Cgil, Bertinotti, quando scrive, sul “Manifesto" del 1 
agosto: “è anche emersa una nuova questione de- 
mocratica, quella delle forme dirette di democrazia 
dei lavoratori senza le quali esse non potranno, in 
questa fase, entrare da protagonisti nella vicenda 
sociale e sindacale. Non si tratta, perchè non ne 
esistono le condizioni, di ricostruire il sindacato dei 
consigli. Ma si possono costruire i consigli dei 
lavoratori: una forma di organizzazione diretta, 
autogestita, espressione immediata dì collettivi 
omogenei di lavoratrici e lavoratori -diffusae radicata 
nei luoghi di lavoro -, diretta e autonoma emanazione 
di tutti gli interessati, iscritti o non iscritti ai sindacati. 
Si può riscoprire, contro la prospettiva del sindacato 
unico, la non delega e la partecipazione conflittuale 
dei lavoratori". 

2) I Cobas, ’ movimenti dei lavoratori autorganizzati 
sono stati espressione positiva in questi anni dell' 
opposizione all'istituzionalizzazione sindacale, alle 
leggi antisciopero, alquadro di “compatibilità” tracciato 
da governo, padroni e confederali. Ma devono capire 
che i problemi dicuistiamoparlando non riguardono, 


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Centro Sociale Leoncavallo 


enonsonorisolvibilisolodachisiègiàautorganizzato. 
Vanno quindi liquidate una volta per tutte le spocchi- 
erie, il minoritarismo e l' elitarismo. Il terreno da bat- 
tere è quello di costruire forme organizzative che dal 
particolare delle proprie specifiche condizioni di vita, 
di lavoro, di non lavoro arrivino alla dimensione ge- 
nerale della critica radicale alla società capitalistica 
d'oggi. 

3) D’altronde non ci si può esimeredauna riflessione 
su alcune delle lotte dell’ultimo anno che, insieme 
alla consultazione, ci danno indicazioni politiche 
rilevanti. Le lottedell’Alenia, le lotte dell'Uva di Piom- 
bino ecc. ci dicono che lotte anche forti, esemplari, 
dure non vincono perchè vengono isolate dal resto 
dei lavoratori e vengono non "rappresentate" al 
tavolo delle trattative. Senzaconsiderareche manca- 
no di prospettiva se non vengono convogliate in un 
discorso che tende ad intervenire direttamente nelle 
strategie produttive e nel modello di sviluppo. 

4) Ciò significa che due sono le necessità del mo- 
vimento dei lavoratori in questo momento: 

A - una critica culturale al modello competitività 
totale -impresa - profitto - precarizzazione - 
frammentarizzazione - disoccupazione - attacco 
allo stato sociale, pensioni, sanità ecc. Ponendo 
sul tappeto le prime linee culturali, politiche, 
economiche per un NUOVO MODELLO DI 
SVILUPPO; 

B - UNA NUOVA ORGANIZZAZIONE PER IL MO- 
VIMENTO DEI LAVORATORI che abbia nell’au- 
tonomia da padroni e partiti, nella pluralità delle 
provenienze edelle appartenenze, nella solidarietà 
tra tutti i settori del mondo del lavoro e del non 
lavoro, nella democrazia e nella riappropriazione 
della possibilità della decisione, nel rifiuto del 
professionismo sindacale e nella non delega l’asse 
centrale. 

Solo UN'ORGANIZZAZIONE CONSILIARE può 
rispondere aqueste esigenze. Perchè può permettere 
anche di rispondere a livello alto ai principali pericoli 
che l’Italia corre in questo momento: da una parte il 
gattopardismo, dall’altro il leghismo. A chi parla di 
federalismo, di lotta al centralismo e allo statalismo 
il movimento dei lavoratori può rispondere con - 
l’autorganizzazionedeisettoridi lavoro -l’autogoverno 
delle città e l'autogestione. 

Per cui, se l’organizzazione consiliare non può non 
avere come compito prioritario il lavoro e il sindacato, 
può porsi in prospettiva il CHE COSA COME E PER 
CHI PRODURRE. Stabilendo gradualmente 
collegamenti orizzontali con altri settori di lavoro e 
verticalmente con la regione ed il livello nazionale. 
Ciò significa che il problema che si pone non solo il 
diritto all’AUTORAPPRESENTAZIONE nel luogo di 
lavoro, ma anche all'AUTORAPPRESENTAZIONE 
sul piano regionale e nazionale. 

Mettendo in discussione concretamente il cardine 
del sindacalismo confederale: la delega, il sindaca- 
lismo di professione, la burocrazia, la carriera, ecc. 


5) Questo significa rispondere ai Gattopardi del 
vecchio regime che tentano il riciclaggio con una ri- 
duzione della rappresentanza e una delega ad oli- 
garchie centralizzate e verticistiche con la DEMO- 
CRAZIA INTEGRALE. Mettendo in discussione la 
separazione tra partito e sindacato, tra il politico il 
sindacale e il culturale. 

Per non dare nelle mani di professionisti della politica, 
come sempre è successo in questo secolo, LA 
DIREZIONE E LA CONTINUITÀ' del movimento dei 
lavoratori. Insomma, perchè la LIBERAZIONE DEI 
LAVORATORI DEVE ESSERE OPERA DEI LAVO- 
RATORI STESSI. 

Tre sono i passsaggi politici centrali in questo 
momento: 

1) Manifestazione nazionale a Roma di tutta l’area 
dell'opposizione all'accordo del 3 luglio il 25 
SETTEMBRE. 

2) CAMPAGNA POLITICA DI MASSA PER L’ELE- 
ZIONE IMMEDIATA IN OGNI FABBRICA E IN OGNI 
UFFICIO DI CONSIGLI UNITARI DEI LAVORATORI. 
Non possiamo aspettare i tempi del referendum 
sull’art. 1 9, non possiamo aspettare le forze politiche 
di regime, non abbiamo nessuna intenzione di 
validificare le RSU, uno dei frutti peggiori deI3 luglio, 
perchè questi sindacati (Cgil, Cisl, Uil) non hanno pi 
legittimità. 

La "pratica dell’obbiettivo” è l’unica strategia. Quindi: 
elezione diretta su scheda bianca, scrutinio segreto, 
subito! UNA TESTA, UN VOTO ! 

3) Piattaforme per i rinnovi contrattuali e "piattaforma 
sociale" su occupazione, fisco, stato sociale ecc. 
Questi sindacati non possono fare piattaforme e 
trattare più a nostro nome ! 

Sono necessarie assemblee d’azienda e riunioni di 
settore a 

livello nazionale per costruire le piattaforme 
democraticamente. 

Tutto questo per organizzare contro GOVERNO e 
PADRONI UNA VERTENZA NAZIONALE e comin- 
ciare a praticare il CONTROLLO DI MASSA su tutte 
le nostre condizioni di vita e di lavoro e il GOVERNO 
DALL'OPPOSIZIONE E DAL BASSO. 


Lavoratori Regione Toscana 
(tei. 055/4383264-4382256-4383744) 



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Dicembre 1993 


European Counter Network - Milano 


"LA MACCHINA 
CORRI DOVE C'I' 
LO SCIOPERO..." 

(K. Marx) 


L'89 è la data simbolo di un passaggio epocale. Il 
crollo del muro di Berlino, lafinedel socialismo reale 
e del bipolarismo, tolgono gli ultimi veli al dominio 
mondiale del capitalismo. Il capitale si mostra nella 
suaforma pura: le contraddizioni tra accumulazione 
selvaggia, concentrazione della ricchezza, logica 
"darwiniana" del mercato da una parte; aumento 
della miseria, sfruttamento, esclusione e privazione 
dei diritti per i lavoratone i popoli di tutto il mondo 
dall'altra, si fanno sempre più nette e radicali. 
"....Non appena la vittoria contro il nemico comune è 
conseguita, i vincitori si dividono in campi diversi e 
rivolgono le armi gli uni contro gli altri.. ..(Marx: 
“Rivoluzione e controrivoluzione in Germania"). 
Queste parole di Marx descrivon bene la situazione 
attuale: il capitale, vincitore universale ed unico 
padrone del mondo, è percorso da crisi potenti e 
strutturali. I contrasti alPinterno dell’economia 
internazionale e dei singoli stati, la crisi istituzionale, 
dellastessademocraziarappresentativa.degliorgani 
tradizionali di mediazione (partiti e sindacati), le 
feroci lotte di potere tra lobbies ed oligarchie politico- 
finanziarie, svelano la natura e profondità della crisi 
capitalistica. 

MASELACRISI E' DASEMPRE UTILIZZATA DAL- 
LA BORGHESIA E DALLO STATO PER IMPORRE 
E RINNOVARE LE FORME DEL DOMINIO PO- 
LITICO E COMANDO SUL LAVORO SOCIALE, 
D'ALTRA PARTE ESSA APRE SPAZI E NUOVI 
ORIZZONTI ALLA SOGGETTIVITÀ' DI CLASSE ED 
ALLE LOTTE PROLETARIE. 

L'alternativa radicale a questo modo diprodurre, alla 
forma delle relazioni sociali e dell'organizzazione 
politica, alla cosidetta “razionalità economica" del 
capitaleedallaeternitàdello stato del lavorosalariato, 
non è oggi utopia, bensì possibilità reale. 
ALL'INTERNO DELLA CRISI, COME ORIZZONTE 
OLTRE LA CRISI. 

Solo una nuova organizzazione sociale della pro- 
duzione e riproduzione, la redistribuzione egualitaria 
del reddito e deila ricchezza, la cooperazione, l’au- 
togestione, L'AUTOORGANIZZAZIONE E LACREA- 


ZIONE DAL BASSO DI NUOVI DIRITTI, L'ESPAN- 
SIONE INSENSO PI ENOERICCODELLA LI BERTA' 
REALEEDELLADEMOCRAZIA DIRETTA, possono 
costituire non solo la critica pratica di massa all’e- 
sistente, ma anche L'UNICA ALTERNATIVA POS- 
SIBILE ALLA CRISI DEL CAPITALE 
Il materialismo storico ci insegna a leggere (sotto le 
modificazioni della forma stato, delle costituzioni ed 
assetti di potere) le trasformazioni materiali della 
base produttiva, dell'organizzazione e divisione del 
lavoro sociale, le tensioni interne alla giornata lavo- 
rativa:comando sul tempo di vita e di lavoro da parte 
capitalistica oppure, al polo opposto e dal punto di 
vista operaio, possibilità di liberazione.Questa è la 
crisi, profondamente innervata nelle trasformazioni 
radicali della produzione materiale, della composi- 
zione sociale di classe. L'innovazione tecnologica, 
(‘informatizzazione della produzione, la velocità 
degli scambi della comunucazione nel processo di 
circolazione erealizzazione del capitale, la rottura 
delle rigidità fordiste nell'organizzazione del lavoro, 
nel mercato, nel consumo, disegnano una 
metamoforfosi nel lavoro sociale complessivo e nei 
meccanismidella riproduzione. Il paradigma taylorista 
fordistasifondavasu alcune ideeforza:l’espansione 
illimitata del mercato, del consumo, l’incessante 
sviluppo delle forze produttive, un determinato ruolo 
dello stato come regolatore del conflitto e 
redistributore del reddito. Oggi, questo scenario è 
scmparso. Le ipotesi di sviluppo illimitato sonofinite. 

I nuovi modelli produttivi e la configurazione del 
mercato si basano su criteri di mobilità, flessibilità, 
continua diversificazione deiconsumi, estrema 
variabilità.SOLO UNA COSTANTE INNOVAZIONE 
TECNOLOGICA, LE INFRASTRUTTURE DELLA 
CIRCOLAZIONE, VELOCITA' DEI TRASPORTI, 
COMUNICAZIONE, FLESSIBILITÀ' DELLA FORZA 
LAVORO, UTILIZZO DELLA SCIENZA; L'APPRO- 
PRIAZIONE CAPTALISTICA DELL'INTELLIGENZA 
DEL SAPERE SOCIALE DIFFUSO POSSONO 
SOSTENERE LA CONCORRENZA, LA COM- 
PETIZIONE NEL MERCATO, LA VALORIZZAZIONE 
CAPITALISTICA. Le crisi istituzionali non sono, altro 
che il tentativo di dare nuova figura costituzionale, 
dal punto di vista del dominio sul lavoro e la 
cooperazione, a questi mutamenti strutturali. Non 
sitratta ancora di una dialettica conclusa , e definita. 
Gli scuotimenti ed i tumulti di palazzo lo dimostrano. 
Ancor più l’emergere In maniera sempre più ampia 
di una volontà di lotta e resistenza dai settori del 
lavoro sociale su cui si abbatte, in termini di qualità 
della vita, reddito, servizi, la pesantezza della crisi. 
La contraddizione ruota attorno a questi punti 
centrali. IL LAVORO, LA COSTITUZIONE, LO STA- 
TO: le necessità del capitale da una parte, i bisogni 
sociali operai e proletaridall'altra. Alcuni aspetti sono 


Autorganizzazione / Rifiuto del Lavoro/ Salario Garantito 


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di importanza cruciale. 1) L’innovazione tecnologica 
significa sostituzione del lavoro vivo con le 
macchine.Questo processo è determinato dalla lotte 
operaie ( “la macchina corre dove c'è lo sciopero” 
scriveva Marx) e dalla concorrenza capitalistica. 
D'altra parte si tratta di u na esigenza profondamente 
connaturata al capitalismo: ladiminuzionedel lavoro 
necessario per aumentare il plusvalore, all'Interno 
dei limiti assegnati alla giornata lavorativa. Il para- 
dosso capitalistico sta proprio in questo: il capitale 
deve creare costantemente lavoro necessario per 
creare quello eccedente, ma deve altrsì sopprimerlo 
come necessario per porre l’eccedenza... il tempo di 
lavoro superfluo viene posto come misura del lavoro 
necessario. Riduzione della necessità del lavoro e 
nello stesso tempo aumento del lavoro in più. 
Creazionecontinuadi popolazione eccedente, come 
misura della popolazione relativamente necessaria. 
INSOMMA, IL LAVORO VIENE POSTO COME NE- 
CESSARIO E NELLO STESSO TEMPO NEGATO 
IN QUANTO TALE! Questa è la stregoneria, il 
meccanismo perverso della valorizzazione capita- 
listica. Ma è inutile continuare con queste folgoranti 
anticipazioni diMarx (con buona pace per tutti i 
filosofi e sociologi alla moda che lo dichiarano un 
cane morto). Secondo il buon senso e la ragione 
comune, l’innovazione tecnologica e lo sviluppo 
della scienza, dovrebbero liberare l’uomo dalla ne- 
cessità del lavoro inteso come sofferenza , fatica, 
schiavitù ed aprire lo spazio ricco e creativo per una 
completa ridefinizione dell’attività umana e delle sue 
finalità collettive. Ma si sa, la logica, la ragione, il 
buon senso non sono di questo mondo. Nel capitale 
avviene esattamente il contrario: l’oppressione 
aumenta, le catene del lavoro salariato, comandato, 
servile si estendono, una minore quantità di forza 
lavoro è sottoposta a ritmi e sfruttamento ancora più 
intensi, mentre una grande massa è continuamente 
fluttuante tra non lavoro, lavoro precario, pati time... 
senza diritti, garanzie e sottopagata. Molti settori e 
attività obsolete vengono conservate solo in funzione 
del controllo sociale. Il non lavoro viene giocato in 
termini di separazione e divisione rispetto al lavoro, 
ma non solo: il capitale mantiene forzosamente il 
rapporto di lavoro salariato come necessità e destino 
immodificabile sul quale fonda il suo comando e 
l'esistenza stessa dello stato, NONOSTANTE 
L’OVVIA CONSIDERAZIONE CHE I CRITERI DI 
PRODUTTIVITA'OGGI SIANO COMPLETAMENTE 
LEGATI ALL'UTILITÀ’ SOCIALE, AL MANTENIMEN- 
TO ED ESPANSIONE DEL BENE COMUNE, 
L’AMBIENTE, IL TERRITORIO, LA CITTA’, LE 
STRUTTURECOLLETTIVE, I SERVIZI, LASCUOLA, 
LA SANITÀ'.... Il patrimonio pubblico e collettivo è la 
condizione essenzizle e presupposto fondamentale 
della vita associata Peraltro anche il capitale può 


agire solo all'Interno di questo presupposto sociale, 
ricevendo gratis le condizioni generali dei propri 
profitti privati. IL PROBLEMA DEL RAPPORTO LA- 
VORO-NON LAVORO VA IMPOSTATO NEL 
SENSO DI UNA MODIFICAZIONE STESSA DEL 
PARADIGMA Una rivoluzione sociale e culturale del 
concetto stesso di lavoro, unadistruzione del dogma 
capitalistico del lavoro coatto, UNA LIBERAZIONE 
DAL LAVORO SALARIATO E UNA LIBERAZIONE 
DEL LAVORO, INTESO COME LIBERA ESPRES- 
SIONE DELL’ATTIVITÀ’ UMANA, IL CUI VALORE 
E’ DEFINITO DALSUO USOSOCIALE, RADICATO 
NELL’INTERESSE COLLETTIVO E NELLA PO- 
TENZA DELLA COOPERAZIONE. tutto il contrario, 
dunque della logica dei riformisti , dei bonzi sindacali, 
e degli sciamani del PDS, che rievocano lo spettro 
del “problema occupazionale, legando ancora una 
volta la possibilità di vivere alla necessita del lavoro 
salariato. 

No cari signori: se di problema occupazionale si può 
parlare, questo va nel senso di una completa ride- 
finizione sociale e culturale, del concetto stesso di 
lavoro, identità profonda di lavoro e non lavoro nella 
complessitàdellaproduzionesociale, nell'Invenzione 
scoperta di nuove forme di vita societaria. 

LA “RAZIONALITÀ’ ECONOMICA" dei capitalisti 
riformisti è opposta e nemica al RAZIONALITÀ’ 
COLLETTIVA" fondata sull’utilità sociale e sulla 
definitiva distruzione del sistema di lavoro salariato. 
All'etica del lavoro contrapponiamo l’appropriazione 
della ricchezza sociale, la gestione collettiva 
democratico radicale del bene comune. 

Si stanno delineando all'interno dell'autorganiz- 
zazione sociale, in maniera sempre più forte ed 
estesa, alcuni punti di programma: 

1) RIDUZIONE GENERALIZZATA DELL’ORARIO 
DI LAVORO A PARITÀ’ DI SALARIO. 

2) REDDITO GARANTITO. 

Sul primo punto, è indiscutibile che si tratta dell'unica 
misura possibile per risolvere il problema della 
disoccupazione si cinfigura una grande lotta, a 
carattere europeo, in cui sono inseriti fin da subito IL 
METICCIATO E I DIRITTI DEI PROLETARI IM- 
MIGRATI, paragonabili alle lotte per la riduzione 
della giornata lavorativa nell'800. Ma con in più 
l’enorme intensità determinata dalle mille forme e 
mille pieghe del lavoro sociale diffuso. 

Ma non è solo questo: vi è oggi la possibilità di 
innalzare continuammte la portata del discorso, pur 
partendo da piattaforme ed obiettivi minimi, proprio 
perchè L'INSIEME DELLECONDIZIONI GENERALI 
DELLA PRODUZIONE PONE OGGI UNA DOMAN- 
DA CENTRALE COSA, QUANTO, COME PRO- 
DURRE E PER CHI? 

La riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario (è 
molto importante sottolineare questo aspetto se 



Dicembre 1 993 


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pensiamo che già il capitale in alcune parti si muove 
nel senso di una riduzione per ('occupazione, ma con 
diminuzione salariale), è uno strumento di 
ricomposizione tra lavoro e non lavoro e nello stesso 
tempo PONE IMMEDIATAMENTE IL CONCETTO 
DI LAVORI SOCIALMENTE UTILI, non perilcapitale 
ma perii bene comune. 

LAVORO UTILE ED ECOCOM PATIBILE, NUOVI 
CRITERI DI PRODUTTIVITÀ’ E VALORE SGAN- 
CIATI DALLA LOGICA DEL PROFITTO E DELLA 
SCHIAVITÙ’ SALARIALE. 

Basterebbe solo, tanto per non citare il solito grande 
vecchio, seguire ildiscorso di un riformista illuminato, 
Bertrand Russai, nel suo ELOGIO ALL’OZIO. 

SUL PROBLEMA DEL REDDITOSOCIALEGARAN- 
TITO. intanto c’è da dire che preferiamo la parola 
reddito aquella di salario. PER UN MOTIVO MOLTO 
SEMPLICE. Il salario rimanda inevitabilmente, pur 
nelle accezioni socialiste e socialdemocratiche, al 
concetto stesso del lavoro salariato. Qui il problema 
si pone in maniera del tutto diversa: in primo luogo, 
RIVENDICHIAMO IL DIRITTOALL’ESISTENZA CO- 
ME CONDIZIONE PRIORITARIA DELLAMODERNI- 
TA’, A PRESCINDERE DAL LAVORO. Il fondo co- 
mune di ricchezza sociale prodotta rende non più 
utopico questo aspetto, bensì inserito aH’interno 
delle possobilità materiali di questa formazione 
sociale. 

Non si tratta peraltro di una novità: già le costituzioni 
all’inizio dello stato moderno, nell’epoca rivoluzionaria 
della borghesia, prevedevano oltre al DITITTO DI 
RESISTENZA contro il sovrano l’oppressore, ANCHE 
IL DIRITTO ALL’ESISTENZA. Per esempio, la co- 
stituzione giacobina del 1 793. In tempi più recenti lo 
stesso Keynes, sicuramente migliore dei suopi tristi 
epigoni, si pone il problema negli anni 30. Oppure 
Oscar Lange nel 1936, con la PROPOSTA DI UN 
REDDITO DI CITTADINANZA basato sul ricono- 
scimento che il capitale e il prog resso della produttività 
sono un prodotto della cooperazione sociale, 
appartengono a tutti, e fondano quindi il diritto ad un 
dividendo sociale per tutti i membri della collettività. 
Se arriviamo al nostro tempo, varie scuole di 
pensiero si cimentano con il problema del reddito 
minimo garantito. 

Da Friedmann, teorico del neoliberismo, in cui il 
reddito minimo viene concepito come salario di 
sopravvivenza, incentivo di fatto al lavoro precario, 
nero, informale. I SOCIALLIBERALI EUROPEI, 
NEOKEYNESIANI, REGOLAZIONISTI ECC. tutti 
comunque vedono il reddito sociale garantito o come 
minimo vitale, o come espressione della società 
duale, riproduzione della divisione tra lavoro e non 
lavoro, oppure intermini PURAMENTEMONETARI, 
e non come uso gratuito dei servizi sociali, SCUOLA, 
SANITÀ’, CASA accesso di beni materiali e culturali. 


In questo, si leggittima lo smantellamento e pri- 
vatizzazione del Welfare, scasmbiato in termini 
monetari con la garanzia, si fa per dire della mera 
sopravvivenza per gli stati proletari. 

Non ci sembra certo, come si suol dire, uno scambio 
vantaggioso 

LA TEMATICA DEL REDDITO SOCIALE E’ COM- 
PLESSA. APPUNTO PER QUESTO DEVE ESSERE 
AGGANCIATA STRETTAM ENTE ALLA RI D UZION E 
DELL’ORARIO DI LAVORO, LA STESSA RIDE- 
FINIZIONE DEL CONCETTO DI LAVORO IL RUOLO 
E IL RAPPORTO CON LO STATO. 

IN OGNI CASO NESSUNA CONTRAPPOSIZIONE 
DEVE PASSARE TRA LAVORO E NON LAVORO, 
NESSUN ANTAGONISMO SOSTITUTIVO TRA IL 
MITO DELLA PIENA OCCUPAZIONE E LA QUE- 
STIONE DEL REDDITO. 

Il problema del reddito non può essere sganciato da 
quello del lavoro. Innanzitutto, per non alimentare la 
contrapposizione classica e neo-corpo rativatra lavoro 
e non lavoro, tra gli assistiti frustrati e chi invece 
sputa sangue e sacrificio sull’altere del lavoro 
salariato. Ma poi anche per il fatto che la riduzione 
deH’orario di lavoro, i lavori socialamente utili il 
redditio sociale in termini di ricchezza e accesso a 
beni e servizi, presuppongono una critica radicale al 
modo di produzione capitalistica, ed alla stessa 
gestione dello stato sociale: Intendiamoci: rispetto 
alla crisi del Welfare State ci possono essere due vie 
di fuga entrambe errate. 

La prima si assesta su un terreno di resistenza e 
difesa del Welfare in quanto tale. Su questo non 
sprechiamo troppe parole. Basti ricordare che il 
Welfare è stato costruito costituzionalmente proprio 
perimbrigliarealPinternodegli equilibri della borghesia 
capitalistica, le lotte operaiue e le tensioni 
rivoluzionarie. Per distruggere la lotta per 
l’eguaglianza dentro una gabbia di gerarchie e 
privilegi, di rendita politica di posizione. 

Anche se ovviamente vi è stato e continua ad esserci 
un giusto uso proletario degli istituti del Welfare. 
L’altra via di fuga è quella che, oltre il Welfare, vede 
già un processo di nuova fondazione collettiva della 
vita associata aggirando l'ostacolo statale 
NOI PENSIAMO AL CONTRARIO, AD UN PRO- 
CESSO DI LIBERAZIONE CON DUE FACCE DIRET- 
TANENTE INTRECCIATE. LA RESISTENZA E LA 
DIFESA DEL WELFARE E’ FONDAMENTALE, CON 
TUTTI I MEZZI NECESSARI, MA NON IN QUANTO 
STATO, BENSÌ' COME PATRIMONIO DI DIRITTI 
COLLETTI' ’l E SOCIALI CONQUISTATI DALLE, 
LOTTE DI INTEREGENERAZIONI DI LAVORATOTI, 
siamo per la riappropriazione dal basso del Welfare, 
PER LA DISARTICOLAZIONE DEL RAPPORTO 
ORMAI CONSIDERATO NATURALE TRA STATO 



Autorganizzazione / Rifiuto del Lavoro/ Salario Garantito 



Centro Sociale Leoncavallo 


E SOCIALE. Per la difesa dei diritti sociali dunque 
CONTRO LOSTATO, PRINCIPALE NEMICO DELLA 
SFERA PUBBLICA E COLLETTIVA. 

Ma questo non è suff icente: anche la semplice difesa 
dei vecchi diritti HA COME PRESUPPOSTO LA 
CREAZIONE DI NUOVI DIRITTI SOCIALI, DI CARTE 
DEI DIRITTI INDIPENDENTI DAL MONOPOLIO 
STATALE E CHE VIVONO NELLA LOTTA DI 
CLASSE, consolidati all'Interno di nuovi rapporti 
sociali, produttivi, solidali e cooperativi. 

Dalla lotta di Resistenza alla lotta Offensiva. 

Le possibilità di sperimentazione sociale, con 
prefigurazione, anticipazione, dentro la crisi del 
Welfare ed oltre il Welfare, aprono un orizzonte 
immenso da riempire con l'intelligenza costruttiva, 
progettuale con l'iniziativa politica e sociale, con la 
costruzione democratica dal basso, di nuove forme 
della vita associata. La combinazione di questi 
elementi da' una dimensione strategica ai punti 
fondamentali del programma: 

1 tutto ciò significa l'esautoramento completo della 
SOVRANITÀ' STATALE, NON RICONOSCERE IL 
TERRENO DEI DIRITTI COME EMANAZIONE 
DELLO STATO PROVVIDENZA, della burocrazia 
del potere amministativo. 

2 porta ad un terreno di disubbidienza fiscale. Per 
quale motivo pagare le tasse rispetto ad una entità 
STAT ALE PARASSITARE, che assorbe la ricchezza 
sociale e la trasforma nel grandecapitale finanziario? 
Come impiegare la ricchezza prodotta, a favore di 
chi? CHI DECIDE’? 

3 Pone in discussione la questione della proprietà: 
dichi sono la scuola, i servizi, la sanità, i trasporti 
ecc? Lo stato si comporta come un sovrano feudale, 
che considera il bene comune come proprietà privata. 

4 Pone la domanda fondamentale: cos'è il lavoro, al 
di ladella miseria della schiavitù salariale e l’arroganza 
dello stato schiavista? 

L'ORIZZONTE OLTRE IL WELFARE E' PIENO DI 
POTENZIALITÀ’ ENORMI CREATIVE, DI ALTER- 
NATIVE RADICALI A QUESTO ASSETTO 
SOCIETARIO. 


e’ chiaro che queste sono solo alcune considerazioni 
perspostare sempre di più gli obbiettivi individuati sul 
reddito e la riduzione della giornata lavorativo 
(patrimonio storico dell'autonomia operaia) verso un 
terreno di rottura radicale, contro il lavoro salariato, 
lo stato, per una nuova organizzazione solciale. CIO’ 
NON TOGLIE CHE L’OBITTIVO CENTRALE 
STRATEGICO IN QUESTA FASE E' LA LOTTA 
PER LA RIDUZIONE DELL’ORARIO DI, LAVORO A 
35 ORE FIN DA SUBITO, PER'ARRIVARE ALLE30 


ORE ALL'IN IZIO DEL 2000. Per la riappropriazione 
dal basso dello stato sociale.per la creazione di nuovi 
diritti una lotta internazionale ed europea, ai di la 
degli angusti confini dello stato nazione, per i diritti 
degli immigrati e di tutti i lavoratori. 

ILSALTO DI QUALITÀ' DELL'AUTORGAN IZZAZIO- 
NE SOCIALE NEL SUO COMPLESSO SU QUESTI 
TERRENI E' ESTREMAMENTE IMPORTANTE. 
CONFIGURA GIÀ’ UN SOGGETTO POLITICO 
SOCIALE, COM PLESSO E VARI EGATO che si col- 
loca in termini radicalmentem antagonistici non solo 
rispetto ai contenuti, ma anche sul piano della con- 
tinua ricerca delle forme politiche della sua espres- 
sione. CONTRO LA DELEGA LA RAPPRESEN- 
TANZA, LE FORME NEOSINDACALI, LE SINTESI 
POLITICHE ARTIFICIOSE, GLI INTERGRUPPI, I 
PARLAMENTINI DELLA SINISTRA EXTRAPARLA- 
MENTARE, LASOVRADETERMINAZIONENAZIO- 
NALE DEI PROCESSI REALI DELL’AUTONOMIA 
DI CLASSE. AL CONTRARIO, GLI OBBIETTIVI 
COMUNI E L’IDENTITÀ' .SOCIALE DI CLASSE 
VANNO CONTINUAMENTECERCATI ECOSTRUI- 
Tl, MA IN TERMINI RADICALMENTE NUOVI, AB- 
BANDONANDO VIZI E LE FORME MENTALI DI 
COSTRUZIONE POLITICACHE PESANOSULL'E- 
REDITA’DELLASINISTRANELSUOCOMPLESSO. 
La comunanzadi interessi va conquistata in processi 
di radicamennto e costruzione territoriale, in progetti 
comunistici diffusi ed articolati, nella formazione 
della COMUNE e delle consulte antagoniste in ogni 
luogo, fuori dalla logica istituzionale e nazionale, per 
la democrazia diretta dal basso, per i diritti di 
cittadinanza dei lavoratori senza frontiere. 


SU QUESTI PROBLEMI E’ IN PREPARAZIONE UN 
CONVEGNO A PADOVA PER META’ NOVEMBRE. 
PER INFORMAZIONI RIVOLGERSI A RADIO 
SHERWOOD ASSOCIAZIONE DIFESA LAVO- 
RATORI. 


COLLETTIVO INCOMPATIBILI PADOVA 



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Dicembre 1993 


European Counter Network - Milano 


ASSEMBLEA TENUTA ALLA 
SALA DELLA CULTURA DI 
STRADA MAGGIORE 
BOLOGNA ALL'INDOMANI 
DELL'ACCORDO DEL 3 
LUGLIO 1993 TRA 
CONFINDUSTRIA 

GOVERNO SINDACATI 


INTERVEHTO INTRODUTTIVO 

Come Comitato per l'abrogazione secca dell'alt. 1 9, 
abbiamo pensato di organizzare questa assemblea 
come momento sia di riflessione sull'intera intesa sul 
costo del lavoro, sulle sue trasformazioni già' delin- 
eate con l’accordo del 31 luglio dell’anno scorso, sia 
di valutazione dell'intera questione rispetto al clima 
politico e alla situazione economica generale del 
paese. 

Un particolare interesse come Comitato l’abbiamo 
avuto circa l’attacco portato nell’accordo contro le 
forme dell'autorganizzazione dei lavoratori, in 
particolare in quella parte in cui si da' un esclusivo 
vantaggio normativo alla rappresentanza confe- 
derale. Mentre i Comitati perl'abrogazionedell’art.1 9 
consegnavano in Cassazione le firme contro il 
monopolio della rappresentanzasindacale, detenuto 
da CGIL CISL UH, ilgoverno rinnovava la volonta'di 
sancire definitvamente e in forma piu’ accentuata 
questo stesso monopolio. 

Ciò’ ci ha fatto riflettere sul fatto che, da una parte, 
dobbiamo ancora impegnarci perche' il referendum 
contro l'art. 19, e gli altri su sanità’, pensioni, priva- 
tizzazione del rapporto di lavoro nel P.I., siano 
effetivamente svolti, senza che siano invece oggetto 
di trattativa tra forzepolitiche egoverno in parlamento 
- mi riferisco al Pds. 

Dall’altra parte, siamo convinti che il nostro impegno 
di essere piu' presenti nei posti di lavoro viene diret- 
tamente attaccato, dal momento che si prevede, per 
un terzo, la rappresentanza diretta delle organizza- 
zioni firmatarie deicontratti, in pratica CGIL CISL UIL 
(difficilmente altre forze firmerebbero tali contratti), 
gli altri due terzi, invece, sarebbero poi scelti dai 
lavoratori, senza che l’accordo fatto indichi le forme 
attraverso cu i potersceg fiere i propri rapprese ntanti. 
Considerando che il 33% andrebbe, per legge, alle 
confederazioni sindacali, e’ sufficiente avere il 18% 
dei voti restanti per acquisire stabili maggioranze per 


CGIL CISL UIL. Tra l'altro, le Rappresentanze 
Sindacali Unitarie (RSU) in questa intesa, insieme 
alle organizzazioni territoriali dei confederali, 
andrebbero a firmare i contratti. Salta in questo 
modo unademocratica rappresentanza dei lavoratori. 
Il cerchio si chiude appena si considera il costo del 
lavoro, completamente programmabile dalla 
conroparte, e non piu' in alcun modo variabile esterna, 
collegato all’andamento dell'azienda Italia. Il salario 
viene a dipendere dall’aumento di produttività’, ai 
profitti, agli andamenti di mercato: un passaggio, 
dunque, da un salario contrattabile ad un salario già' 
fissato in partenza, secondo criteri relativi agli interessi 
governativi e padronali. 

Un altro aspetto centrale dell’accordo del 3 luglio 
riguarda lafutura impossibilita’ discioperare durante 
la trattativa peri rinnovi contrattuali, ciò' in cambio di 
un'indennità’ irrisoria, che lo stesso Ghezzi afferma 
essere l’equivalente di un pacchetto di sigarette 
mensile... 

Abbiamo pensato di invitare G. Pala per esaminare 
i diversi aspetti dell'intesa, rapportandoli alla 
situazione politico- ecoonomico piu’ generale. G. 
Pala e' docente di Economia Politica all’Università’ di 
Roma. 


G. Pala 

L’operazione lucidamentedescrittada Marx, secondo 
cui l’esercito industriale di riserva costituisce una 
struttura portante della dinamica del capitalismo, e' 
oggi piu' difficilmente perseguibile. 

La disoccupazione cessa di essere la via principale 
persuperare la crisi. Questacosal'ha detta Berlinguer 
ne! 1975, con una lungimiranza degna di miglior 
causa. 

Cosa vuol dire ciò'? Vuol dire che quasi ventanni fa, 
la sottovalutazione della strategia capitaiistica- 
imperialistica di attacco alla classe operaia era già’ 
presente aH'interno della cosiddetta sinistra 
democratica. 

Berlinguerconisuoi consulenti elaboravatati conce- 
zioni, facendo un omaggio formale a Marx, perche’ 
già nel '73 si erano chiusi i contratti nazionali collettivi 
di lavoro inaugurando il neo-corporativismo. Non 
bisogna, infatti, aspettare l'Euro la scala mobiledell' 
'85, ne’ l’accordo del 31 luglio dello scorso anno, in- 
fine il 3 luglio, per capire come la deriva corporativa 
nasca in epoca precedente dall'incanalamento dei 
sindacati confederali e della sinistra revisionista e 
riformista italiana. 

Nel 75 sembrava ancora che non ci fosse disoccu- 
pazione, nel 76 la disoccupazione in tutto il mondo 
e’ diventata dell'ordine delle due cifre percentuali, 
cioè' al di sopra del 1 0%, e quindi e' diventata di nuo- 
vo l’arma principale di attacco che il capitalismo 
internazionale ha usato contro la classe lavoratrice. 


Autorganizzazione / Rifiuto del Lavoro/ Salario Garantito 




Centro Sociale Leoncavallo 


Dico questo perche’ per capire l’accordo del 3 luglio 
sarebbe molto limitante si ci si fissasse soltanto sugli 
effetti salariali o sugli effetti normativi che riguardano 
immediatamente i rapporti di lavoro. 

Dico limitante perche’ questi elementi che sono 
gravissimi, erano pero', in realta’, già' presenti da 
anni nel discorso sulla cosiddetta trattativa sulla 
riforma del salario, che non era solo questa, ma era 
ristrutturazione dell’intero processo di produzione e 
dell’intero rapporto d! lavoro di tutta l’organizzazione 
di fabbrica e degli altri settori. 

La trattativa cominciata tre annifa e' quindi la conclu- 
sione di un processo che aveva preso l'avvio dai con- 
tratti del 1 973, dove la cosiddetta parte politica dei 
contratti era il cappello che soffocava tutta l'autonomia 
contrattuale -contratti aziendali, integrativi, leforme 
di lotte autonome. 

La stessa unificazione del pu nto di scala mobile, che 
sembro’ una conquista, e in parte lo era perche’ real- 
me nte costituiva momento della busta paga, d'altra 
parte rappresento' in quel momento, e non a caso fu 
voluto dalla CISL, l'annullamento di qualunque ca- 
pacita’ autonomadi lottadei lavoratori perche’, auto- 
matizzando quell'aumento, si sanciva una normativa 
tale per cui l’automatismo era accettato in quel mo- 
mento contingente (Agnelli dissedi essere entusiasta 
dell'accordo). 

Spegnendo, in tal modo, le lotte in corso, automa- 
tizzava l’aumento al minimo sopportabile per le im- 
prese: non a caso, dopo un paio d’anni, incomin- 
ciava la sterilizzazione della scala mobile fino al suo 
annullamento. In definitiva, soltando unificando e 
automatizzando il meccanismo sarebbe stato poi 
annullabile: se esso fosse rimasto nelle mani dei 
lavoratori, non sarebbe stato piu'gestibile dai padroni. 
Ho fatto questa premessa, e vorrei dare subito la 
parolainmododadiscutere.daaffrontarelaquestione 
da tutti i punti possibili, perche’ vorrei che sostan- 
zialmente si discutesse sulla struttura di questo 
protocollo di intesa. 

Se il discorso si limita soltanto all’accordo sul costo 
del lavoro e’ estremamente riduttivo, e lo era anche 
anni fa, perche' il problema riguarda tutto il processo 
del lavoro da regolare sulla flessibilità', sulla qualità' 
totale, che poi diventa ''quantita’totale" perche’ viene 
applicata in tutti i settori, indipendentemente dal 
livello tecnologico raggiunto, percui si può’ applicare 
anche aldi la' delle nuove tecnologie, che sembravano 
essere le condizioni essenziali della sua stessa 
applicazione. 

In questo contesto, già' era riduttivo in passato il 
discorso secondo cui si andava a trattare sulla 
riforma del salario, perche’ in realta’ in gioco vi era la 
ridefinizionedeH'usodellaforza-lavoro.delcomando 
sul lavoro, come dice Marx, da parte del capitale - 
quindi, la ridefinizione di tale rapporto a livello italiano 
e come articolazione della situazione di crisi 
intemazionale. 

Se allora questa e’ la situazione, questo protocollo 
d'intesa, e qui ha ragione Giugni, non e' soltanto un 


accordo sul costo del lavoro, ma e' una carta pro- 
grammatica di tipo costituzionale, e' cioè' la costitu- 
zione economica della seconda repubblica, e’ il pro- 
getto di programmazione economica del capitale 
che si impadronisce definitivamente dell'apparato 
pubblico. 

Non a caso, se si eccettua la pubblicazione integrale 
sul Sole 24ore - giornale ufficiale della Confindistria 

- e sull’Unita', giornale ufficioso della Confindustria - 
gli altri giornali, compresi quelli che si definiscono di 
sinistra - prendi il Manifesto e Liberazione - hanno 
solo pubblicato stralci definendoli magari integrali, 
togliendo la parte piu’ importante di questo protocollo, 
che e' la seconda e la terza, e non la prima che 
rimane essenziale - certo - in quanto e' ia sanzione 
definitiva del predomio del capitale sulle condizioni di 
lavoro, sul salario, sulla precarizzazione, sulla 
flessibilità', sui lavoro interinale. 

Ma la seconda e la terza parte sono la vera novità' 
del protocollo d'intesa perche’ significano la 
programmazione economica dell’intero processo di 
accumulazione del capitale. 

Tale protocollo d’intesa, firmato da governo- 
confindustria- sindacati prevede: 

- la riforma della scuola secondaria; 

- l’elevazione dell'obbligo scolastico a sedici anni; 
-lafinalizzazione della formazione con l’integrazione 
scuola-lavoro; 

- la riforma dell’università'; 

- la finalizzazione della ricerca all'accumulazione e 
alla ristrutturazione tecnologica - quindi la 
privatizzazione di tutta la ricerca pubblica; 

- il finanziamento di tale ricerca, utilizzando anche i 
fondi i previdenza integrativa: ai sindacati viene data 
la gestione del trattamento di fine rapporto, in modo 
che si fanno un po’ di soldi, con i quali finanziare in 
parte la ricerca pubblica che va a vantaggio delle 
imprese, le quali vengono defiscalizzate per queste 
attività’; 


Inoltre, si firma un accordo in cui c'e’ scritto che ii 
sistema bancario deve adeguarsi a livello 
internazionale - cosa che nella concorrenza 
imperialistica, lo sappiamo, deve avvenire, ma 
sembra “strano" che ciò’ sia detto in un accordo sul 
costo del lavoro. 

Il testo recita: “bisogna favorire e accelerare la 
centalizzazione del sistema bancario a livello 
internazionale con la sua privatizzazione”. L’unico 
precedente e’ la carta del lavoro fascisa del 1 925 
dopo l’accordo di palazzo Ghidoni, che appunto e' 
ricalcata da questo tipo di accordo. 

Il problema di fondo verso cui voglio sollecitare 
l'attenzione, da qui in avanti, di tutti i militanti dell’op- 
posizione di classe, e' che stiamo di fronte ad un pro- 
getto di trasformazione di politica economica talmente 
grosso - e Ciampi si e' vantato che questo accordo 
e' stato il primo in Europa, e, direi, secondo forse solo 
al Giappone -dacontenere peres., in mododettagliato 


14 


Dicembre 1993 


European Counter Network - Milano 


la revisione delle tariffe pubbliche, che ormai possono 
essere messe al prezzo di mercato, dopo avar recu- 
perato i buchi precedenti. 

Ancora: si parla anche dell'aggiornamento delle 
normative di appalto, dopo tangentopoli, che ha tolto 
di mezzo la vecchia classe politica; adesso bisogna 
snellire ie procedu re per ridare spinta ai nuovi appalti, 
secondo le normative europee: opere pubbliche, 
infrastrutture finanziate con i soldi pubblici, 
vitalizzando l'iniziativa privata. 

Bisogna aggiungere un aspetto dimenticato dalla 
sinistra di opposizione: la normativa che prevede 
anche in Italia il modello di banca tedesco, la banca 
mista quella che prevede la possibilità’ delle banche 
di assumere il controllo azionario delle industrie, e 
l'Itlia era in ritardo fino a due anni fa, adesso si 
ottempera alla direttiva europea, chiudendo la fase 
che in italia data daglianni venti, quando con la legge 
bancaria si divise l'industria dal credito. 

Viene messo cosi' in moto un meccanismo di 
programmazione del capitale che ha la capacita’ di 
funzionare. La programmazione patrocinata a suo 
tempo da Ugo la Malfa era in qualche modo un'utopia 
e non funziono' perche’ credeva che lo stato potesse 
controllare e gestire il capitale. 

Una visione statalistica dell'economia in clima di 
ricostruzione post-bellica e di boom economico in cui 
si credeva che tale progettualità’ potesse essere 
dello stato. 

Con Ciampi il discorso e’ capovolto: la programma- 
zione assume la forma che le e' proria, cioè’ il ca- 
pitale pianifica lo stato e non il contrario. Quando si 
parla di privatizzazione - la lezione reaganiana e' im- 
portante a tale proposito - non significa affatto dimi- 
nuire la presenza pubblica, significa invece raziona- 
lizzarla, mai l’economia americana ha avuto una 
presenza pubblica cosi’ forte, come quando Reagan 
era presidente. 

Soltanto che era una presenza pubblica finalizzata 
alla valorizzazione del capitale p rìvafo, senza lo 
“spreco” delle spese sociali, non piu' stato assi- 
stenziale, ma stato che assiste la finanza, il credito, 
la speculazione, che nel momento della ripresa 
assisterà’ l’accumulazione. 

Quindi, la pianificazione, la programmazione eco- 
nomica viene varata attraverso questo progetto che 
viene definito costituzionale dal ministro del lavoro 
Giugni. Esso rapparesenta la programmazione 
economica dello stato da parte del capitale privato, 
ed e' quindi un progetto che in avanti gestirà' tutti gli 
assetti produttivi, e non solo quelli del lavoro. 

Allora, come conseguenza di tutto questo, l’accordo 
sul lavoro e' integrato in untale progetto, ed e' quindi 
per questo che la capacita' di controllo sulla struttura 
del processo di lavoro e’ totale da parte del capitale 
e non il contrario. 

L’invito rivolto a tutti e' quello di riflettere sulla portata 
internazionale di questo processo, sul fatto che esso 
e' l’attuazione in Italia del diseg no del grande capitale 
tansnazionale. L'ultimo accordo del G.7 a Tokio 


prevede che in avanti vengano convocati insieme ai 
ministri economici, anche i ministri del lavoro e della 
pubblica istruzione, ciò’ perche' i problemi della 
disoccupazione, del lavoro, della formazione sono 
tutt'uno, quindi da gestire a livello internazionale. 
Dunque, non e’ un caso che nell’accordo del 3 luglio 
la parte centrale sia dedicata alla formazione, 
all'istruzione, alla ricerca, all’università. Questo e' il 
senso dell'atfermazione di Ciampi quando dice che 
si e’ anticipato il G.7. 

Anticipo per modo di dire, in quanto il ricatto che 
funzionava da parte del G.7 era quello che se non 
c’era l'accordo il costo del denaro sarebbe risalito 
alle stelle. Sotto l’arma del ricatto hanno firmato, la 
consultazione-farsa dei lavoratori ha fatto il resto. 
La questione e’ quelladi quale opposizione riusciremo 
a mettere in piazza, dopo la l'estate, alla ripresa 
dell'attività’ produttiva: il sapere valutare una realta' 
che va avanti: su ciò' deve esserci uno grosso 
scontro. 

Sentire ancora discutere delle riforme all’università', 
su questo o quel progetto, quando in realta’ già' lo 
hanno fatto il 3 luglio, andando oltre la riforma Ru- 
barti che propizio’ la Pantera... Di fronte a ciò' occor- 
re sapersi mobilitare. Su questo bisogna saperci 
misurare. 

Se non sappiamo fare questo, e' inutile fare altre 
cose, rispetto pper es., alla riforma della scuola 
secondaria, bisogna avera la consapevolezza che 
essa e' all’interno del progetto che si diceva, perche' 
poi c'e’ l'integrazione del processo scuola-lavoro, 
c'e' il processo di formazione, ci sono il rapporto tra 
tipo di composizione di classe, formazione profes- 
sionale, ecc., e collocazione nel mondo del lavoro. 
Questo e' un disegno internazionale, capire ciò' ci da' 
forza, non ci fa rimanere in un discorso "sindacalese”, 
su una trattativa che si crede solo sulla misura del 
salario o sulla garanzia del posto di lavoro che 
comunque verranno travolte da questa realta'. 
Scuramente e’ molto menofacile adeguarsi aquesto 
livello di scontro e non a quello immediato che si può' 
avere sul posto di lavoro, pero' se sappiamo da dove 
viene, sappiamo anche quali forze ha alle spalle il 
padronato, sappiamo quale forza dobbiamo saper 
vedere quando facciamo le lotte. 

Biogna sapere spostare l’attenzione anche sui punti 
secondo e terzo dell'accordo, ciò’ e’ estremamente 
importante. 


COMITATO PER L’ABROGAZIONE SECCA 
DELL’ ART. 19 (BOLOGNA) 



Autorganizzazione / Rifiuto del Lavoro/ Salario Garantito 



Centro Sociale Leoncavallo 


Nella prima riunione di ZeroNetwork abbiamo 
affrontato molti temi, dalla valutazione su un anno di 
attività del giornale a nuove idee strutturali, come 
l'apertura di un area nell’Ecn, etc.. (al più presto 
metteremo in rete alcune idee), una delle prime 
decisioni è stata quella di partecipare alla 
manifestazione del 25 settembre con un nostro 
piccolo volantone e con l’idea di uno spazio fisso 
dedicato agli argomenti dell’autorganizzazione 
sociale sul giornale .. 

Quello che segue è una bozza del volantone che 
distribuiremo a Roma, aperta al contributo di tutti i 
redattori e non di Zero. 

Ci vediamo 
a Roma!!! 

L’autunno è iniziato tra fumi di fosforo, tagli del go- 
verno, blocchi stradali, occupazioni dei provveditorati. 
Sarebbefacile scrivere il solito articolo dove il “caldo” 
di una stagione di lotta è scontato, il tanto peggio è 
il tanto meglio, ad ogni infame azione della compagine 
ministerial-sindacale corrisponde una reazione 
ferma, decisa, che fa crescere chi si paga sulla 
propria pelle una situazione a dir poco pesante. 
Sarebbe facile. 

E invece quest’autunno potrebbe essere veramente 
un po’ più “caldo", e l’aumento della temperatura 
potrebbe, oltre al "fosforo” che notoriamente lo fa, 
giovare all’intelligenza collettiva di una nuova e vasta 
rete sociale in lotta. 

Ma per motivi che ci piace pensare al di là delle enfasi 
tardo ottocentesche di qualche infallibile tecnico 
della rivoluzione o al simbolismo piatto e traditore 
della società dei media e dello spettacolo. 
L’occupazione e la devastazione degli impianti 
deH'Enichem di Crotone, i blocchi delle principali 
arterie di collegamento stradale e ferroviario, la 
determinazione all’autodifesa dalla polizia, 
l'autorganizzazione delle decisioni, sono alcuni punti 
Importanti di avanzamento verso pratiche di lotta che 
possono dare, e questo oltre agli esiti delle vertenze 
deH'Enichem o dell'llva, frutti positivi. 

Ma quello che più ci colpisce è l’aspetto più maturo 
di questo “caldo”: la piattaforma di indizione della 
manifestazione del 25 settembre a Roma, parla 
inequivocabilmente, di qualità della vital 
Forse per la prima volta da un sacco di “caldi’’ la 
logica lavorista, dei sacrifici solo pergli sfruttati, delle 
crisi che non finiscono mai, dei sindacatiche invitano 
alla "responsabilità”, è soppiantata in favore di una 
piattaforma nuova, che paria di diritto al reddito, di 
lavoro socialmente utile, e sopratutto di riduzione 
dell’orario. 

Non si tratta solo delle parole d'ordine, ma di un 
dibattito ampio, che sta coinvolgendo i soggetti più 
diversi per ruoli, culture e storie, ma che pone al 


centro la volontà di andare oltre, di rompere la cappa 
di piombo che governi e sindacati hanno costruito in 
anni di ammaestramento a questo stato di cose. 
Lottare, scendere nelle piazze per le 35 ore subito, 
verso le 30 a parità di salario, perchè il reddito, la 
ricchezza prodotta socialme nte e co Metti vame nte sia 
ridistribuita tra tutti, superando la fittizia divisione (e 
contrapposizione) tra disoccupati e occupati, 
garantendo quindi atutti unaformadi reddito sociale, 
perchè non si continui a produrre morte ma invece si 
punti alla cooperazione per lo sviluppo di attività 
ecocompatibili, perche la “democrazia" sui posti di 
lavoro e nella società non sia una parola vuota o 
sinonimo di modelli gestiti dall'alto, ma rappresenti la 
radicale volontà di riappropriarci delle decisioni, della 
nostra vita, dell'organizzazione collettiva e solidale, 
dal basso, dei rapporti sociali, tutto ciò significa 
crescere, mettere realmente in discussione ilgoverno, 
la formadi dominio esistente, la vita, dalle fabbriche, 
alle scuole, alle città che ci è imposta. 

Ma significa anche essere in grado di articolare 
proposte sovversive e credibili, tanto chiare quanto 
praticabili. 

Il 25 settembre è una conquista per chi si batte per 
l’autorganizzazione sociale, per chi pensa come noi 
che da Crotone al Leoncavallo, dai provveditorati oc- 
cupati alle case in autoriduzione, dalle lotte contro la 
devastazione dell’ambiente all’opposizione alla 
barbarie della Lega, dall’autoproduzione culturale ai 
collettivi antirazzisti, dalle radio ai giornali, dalle reti 
telematiche alle scritte sui muri, non ci sìa da trovare 
labacchettamagicache rende tutto uguale, irregimen- 
tato, magari in un bel partitino delle vittime o del ghet- 
to, ci sia al contrario da pensare al plurale, da aprire 
progetti, percorsi, linguaggi differenti e comunicanti, 
organizzati tra loro perchè capaci di mettersi in di- 
scussione, di contaminarsi a vicenda e non per de- 
creto rivoluzionario. 

Solo attraverso questa concezione, che parla di 
egemonia dei progetti e non soggetti (la famosa 
centralità...), che sperimenta nuovi percorsi non 
dando n ulla perscontato, che è in grado di capire che 
la società è complessa, è fatta di differenze profonde 
e che l'unica maniera di renderle compatibili non è 
quella di annullarle” perchè ci piace di più così che è 
più semplice”, solo così, magari sbagliando, arran- 
cando, scazzandosi ma PROVANDOCI, il “caldo” 
durerà magari più di una stagione e farà fondere 
barriere mentali e materiali che ci costringono tutti 
nel nostro piccolo serraglio. 

Da questi ragionamenti, dai dibattiti, dalle riflessioni, 
dagli esperimenti, dalle scornate e dalle soddisfazioni 
di centinaia e centinaia di compagni e compagne di 
mille situazionidiverse, dipendono le forme dell’autor- 
ganizzazione sociale, solodaquesto; nessun modello 
prefabbricato può più funzionare. 

Il 25 è per noi anche questo. Ci crediamo sul serio al 
fatto che non si ricadrà negli ennesimi e ormai odiosi 
"orticelli". 

Se sbagliamo pazienza. Ma sarebbe meglio pertutti 
di no. 


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Dicembre 1993 


European Counter Network - Milano 


Dario.21 

I DECAPITATI 
E IL VICERÉ' 
D'ITALIA 

Già’ si e’ detto in altri articoli diffusi attraverso l’Ecn, 
cosa si intenda per decapitati (politicamente) e vi- 
ceré’ d’Italia. Rispettivamente: a) i venditori di forza- 
lavoro che Gramsci rilevava essere stati privati, dalla 
sinistra risorgimentale prima, e poi daquella socialista 
turatiana, d’ogni rappresentanza politica reale, ope- 
rando l’una e l’altra per il "re di Prussia” capitalista; 
b) il presidente della Fiat, vicere' del sovrano imperiale 
Usa, con tali capacita' discrezionali - in ragione della 
propria intrinseca potenza economico-finanziaria - 
da poter, se necessario, fare anche quel che e' impe- 
dito al presidente del consiglio: mandare a quel pae- 
se il Minotauro finanziario del comando capitalista 
mondiale: il Fondo monetario internazionale. 

Un vice re’, Agnelli, che la storia la conosce per espe- 
rienza diretta (sua e dei propri antenati), sicché’ gli 
e’ ben noto: a) che questa mancata rappresentanza 
politica dellaforza-lavoro ha comportato (prima della 
prima guerra mondiale) la regolare repressione- 
massacro delle masse meridionali ribelli a far le 
spese dell'Industrializzazione del Nord, e poi il 
fascismo quando il ribellismo ha investito tutto il 
paese; b)cheiprivilegipadronaligarantitidalfascismo 
sono stati pagati infine con l’Irreversibile sottomissione 
nazionale agli Stati Uniti; c) che e' dal conquistato 
assolutismo Usa su scala mondiale che vien e l'attuale 
disordine planetario, che oscura l’orizzonte anche di 
un paese del primo mondo come l’Italia, donde la 
necessita’ di non reimboccare la strada del passato, 
che farebbe prò soltanto ai signori del Fondo mone- 
tario e alla concorrenza internazionale. 

II campanello di allarme per il vicere' e' squillato a 
Crotone, chiaro indizio della consapevolezza della 
forza-lavoro dell’assoluta mancanza di una forza 
politico-sindacale che ne rappresenti concretamente 
l’irrinunciabile istanza di sopravvivenza. E se a Cro- 
tone Ciampi ha potuto limitarsi a mettere una pezza, 
non ha potuto, per contro, metter mano ad alcun 


strumento repressivo, aprendo cosi’ la strada a una 
possibile seriedi eventitipoCrotone, se nelfrattempo 
non si placa la rapina fiscale di stampo borbonico, e 
non si riesce a suscitare una fondata speranza di 
contenimento del diluvio disoccupazionale. 

Se si aggiunge che a Crotone son seguiti, dapprima 
l’impallinamento, da parte di "mani pulite”, dell’unico 
partito, il Pds, che sembrava in condizioni di ripetere, 
nei punti strategici della penisola, la combine Agnelli- 
Occhetto perl'elezione aT orino di un sindaco mode- 
ratamente progressista, e poi la manifestazione di 
massa a Roma il 25 settembre nonostante l'assenza 
chiaramente ostile dello stesso Pds e del sindacato, 
si capisce come il vice re' abbia "realizzato" che si va 
difilati al punto di non ritorno.T estimonianzadi questa 
paura i due editoriali del piu' autorevole giornale tar- 
gato Fiat, "La Stampa", del 26 e 27 settembre, il pri- 
mo (di Luciano Gallino) pienamente comprensivo 
delle ragioni di protestadella forza-lavoro, e il secondo 
(di Mario Deaglio) che si rivolge, già’ nel titolo, al 
governo, invitandolo a optare per il "lavoro” invece 
che per la "rendita” (finanziaria), tabu', quest'ultima, 
che, per quanto ne sappiamo, mai e' stato messo in 
discussione da alcun giornale "indipendente”, 
compresa la stessa "Stampa”. 

Cosi' spiega Gallino il successo della manifestazione 
del 25 settembre: alla paura (del totale azzeramento 
di uno stato sociale già’ ridotto all’osso) “si aggiunge, 
tra i lavoratori che si sentono stretti da un lato dalla 
crisi economica, dall'altrodal venir meno del sistema 
di garanzie, quella di non disporre piu’ d'una rappre- 
sentanza sindacale e politica adeguata. Il maggior 
partito dei lavoratori, il Pds già' Pei, e’ esso stesso, 
ormai da oltre quattro anni, in preda ad unacrisi gra- 
vissima, sotto il peso della cadutadei suoi riferimenti 
storici e della ricerca, rivelatasi terribilmente difficile, 
di una nuova identità’ e collocazione nel sistema po- 
litico, proprio nel momento in cui nessuno sembra 
piu’ conoscerne la struttura e i confini. Quanto ai sin- 
dacati, essi stanno pagando con unadrastica perdita 
di contatto con intere classi di lavoratori di tutti i 
settori produttivi l’accumulo perverso dei propri errori, 
a partire da una burocratizzazione asfissiante, e 
delle trasformazioni organizzative e tecnologiche 
senza precedenti che si registrano tanto nell'industria 
che nel terziario (sempre avallate, quando non auspi- 
cate dal sindacato, ndr).ll risultato di questa duplice 
crisi politica e sindacale, agli occhi di chi sta, o si 
sente in fondo della piramide sociale, e’ l'angosciosa 
scomparsa dal proprio orizzonte quotidiano di 
difensori se lidi e credibili.” 


Auforganizzazione / Rifiuto del Lavoro / Salario Garantito 


Centro Sociale Leoncavallo 


Quanto a Deaglio, incomincia con l’osservare , con 
tanta benevolenza, che tanti sacrifici si possono 
chiedere ai lavoratori, salvo la "prospettiva di una 
disoccupazione di massa senza speranza di 
riassorbimento.” 

Ma c'e' dell’altro: una manovra di risanamento della 
finanza pubblica, che" rischia di rivelarsi troppo dura, 
di sovrastimare il livello di sopportazione degli italiani 
e quindi di introdurre nel Paese forti elementi di 
instabilita'. Crotone insegna.” 

Di qui l'ammonimento al governo, posto dinanzi a 
questo dilemma: 

- "Far slittare i tempi del risanamento in quanto non 
si può’ accettare la chiusura di imprese sane, l’im- 
poverimento del tessuto economico del paese solo 
per guadagnarsi il plauso del Fondo monetario 
internazionale. 

“ Mantenere inviariati gli obiettivi facendo ricadere 
sulla rendita finanziaria il peso della manovra.” 

E qui Deaglio spiega: "Si penalizzerebbero, cioè’, in 
vario modo, i detentori di titoli pubblici. Questa 
ipotesi tara’ naturalmente sobbalzare molti lettori, 
ma il sobbalzo certamente si attenuerà' se con- 
sidereranno che questa penalizzazione - in ogni 
caso non molto grande - potrebbe salvare il loro 
posto di lavoro, evitare turbolenze sociali acutissime." 

Ne! caso poi che mancasse la necessaria chiarezza 
(leggi: incapacita' di Ciampi di imporre ragione al 
coacervo di forze politico-economico-finanziarie di 
cui e’ ostaggio), “allora e' meglio una 'finanziaria- 
ponte' che consenta di giungere a consultazioni 
elettorali in cui il quesito sia posto chiaramente e 
direttamente agli elettori italiani.” 

Tutto da vedere, a questo punto, come potrà' 
cavarsela il re travicello Ciampi avvezzo a "obbedir 
tacendo" sia al Fondo monetario internazionale sia 
a un presidente della repubblica di segno politico 
chiaramente wojtyiiano. Piu' che probabile, invece, 
che il messaggio del vicere' (nel quale ovviamente si 
ha cura di distinguere fra lavoratori che protestano 
"con cento buone ragioni per difendere il diritto ad 
una vitadecente perse' e i propri figli, non possedendo 
nient'altro che la propria voglia di lavorare" e quanti 
“hanno cavalcato la protesta di Roma” perseguendo 
“i propri interessi, mentre declamavano sulle proprie 
bandiere di badare unicamente all'interesse dei 
lavoratori”)fungadacatalizzatorediunacrisicuinon 


si vede rimedio di un sindacato ridotto dal governo a 
propria immagine e somiglianza, e di un partito (il 
Pds) che, continuando a dirsi di sinistra, e' andato 
cosi' in la 1 nel proprio moderatismo da non potersi 
neanche piu' utilizzare decentemente da Agnelli. 

Ma sapranno i soggetti che si ritengono reali rap- 
presentanti delle"buone ragioni" della forza-lavoro 
valersi del fallimento, implicitamente dennciato dai 
portavoce del vicere', di una classe politica tanto 
prona alla volontà' dello stesso Agnelli, quanto in etta 
e corrotta, comunque ben decisa, costi quel che 
costi, a rinsaldarsi in un “nuovo” nella sostanza tal 
quale il “vecchio”? 

Questo l’angoscioso quesito della presente fase 
storica, che non lascia intravvedere alcuna presa di 
coscienza, a livello collettivo, circa l'impossibilita’ di 
una soluzione quanto meno parziale del problema 
occupazionale con un capitalismo tecnologizzato al 
punto da determinare una crescita che riduce, 
anziché’ accrescerli, i posti di lavoro, e che, grazie 
alla stessa tecnologia, e all’avvenuta mondializza- 
zione, può’ dislocare vantaggiosamente tanta parte 
dei mezzi produttivi in sedi dove il costo del lavoro e’ 
quello colonialistico del "pugno di riso”: impossibilita’ 
già’ rilevata da Marx, la’ dove osserva (“Capitale”, 
capitolo tredicesimo) che “appena il maneggio dello 
strumento e’ affidato (col passaggio alla produzione 
tecnologizzata, ndr) alla macchina, si estingue il 
valore d’uso e con esso il valore di scambio della 
forza-lavoro”, e cosi’ "l’operaio diventa invendibile 
come denaro fuori corso”. Allora gli “invendibili” era- 
no in dimensioni giudicate “fisiologiche", mentre ora 
la disoccupazione e’ di massa, e a preoccuparsi e’ lo 
stesso vicere', che forse ha capito piu' della sinistra 
che potrà’ venirne la messa in gioco di tutto, compreso 
il suo dominio. 


Roma, 27 settembre 1993 
Dario Paccino 




Dicembre 1993 


Eurvpean Counter Network - Milano 


ASSEMBLEA DEGLI 
AUTOCONVOCATI 
AL VILLAGGIO 
GLOBALE DI ROMA 
26/09/1 993 

Stralci dell’Intervento introduttivodi 
Piero Bernocchi, COBAS della scuola 


Questa assemblea dovrebbe diventare una assem- 
blea rappresentativa, dovrebbero se c'e’ accordo 
partecipare tutte le strutture, o le forme autorganiz- 
zate analoghe che sentono il bisogno di una formadi 
coordinamento nazionale che dia stabilita’ o con- 
tinuità' al discorso cobas. 

10 direi che questa possibilità' di scelta si configura 
in una situazione generale che e’ certamente carat- 
terizzata dal piu' grosso attacco, dal piu’ notevole at- 
tacco alle condizioni di vita e di lavoro dei salariati che 
ci sia mai stato dal dopo guerra ad oggi. In questa 
situazione comincia ad avanzare unaradicalizzazione 
significativa delle risposte, noi tempo fa dicevamo 
che oggi non ha quasi senso nessuna risposta che 
non sia radicale, che nonsia alternativa, che non sia 
conflittuale. E' passato soltanto un anno dalla inizia- 
tiva della rivolta operaia e dei salariati e già’ le cose 
si sono modificate radicalmente. L' invito e’ a riflettere, 
per esempio, su alcu ne caratteristiche della manife- 
stazione di ieri, che rispetto a quella del 27 febbraio, 
era, a mioawiso, lontana anni luce. I giornali di oggi 
anche se malvoientieri lo devono riconoscere. Con 
la manifestazionedi ieri e'gia’finito ìlbluff deiconsigli 
di Essere Sindacato, che si scioglierà', speriamo, a 
breve. 

I consigli l’hanno dovuto riconoscere e addirittura i 
loro sponsorufficiali, i giornalisti dei Manifesto, hanno 
scritto testualmente queste parole: “ieri non erano 
presenti". E” vero, non potevano essere presenti 
perche’ in buona parte non esistono, ma un annota 

11 bluff dei consigli ha funzionato, ha frenato le lotte, 
ha disorientato, ha fatto credere che fosse possibile 
un recupero all'interno del sindacato. Ieri l' intervento 
di Cagna e' avvenuto alla presenza di sole duemila 
persone, erano già’ andati via tutti, ma, soprattutto, 
i cosigli non erano nel corteo; i giornali, persino quelli 
piu'destri, hannodovuto riconoscere, come peraltro 
il gruppo di Rifondazione, che se non meta’ almeno 
due quinti del corteo erano autorganizzati, cobas o 
strutture analoghe. I giornali hanno dovuto dire che 


erano presenti la Rete, i Verdi e altre organizzazioni. 
Ma in realta’ il grosso del corteo a parte Rifondazione, 
appartenevano agli autorganizzati; ma c' e' di piu’; 
poiché’ rispetto al 27 in cu i certi argomenti li avevano 
dovuti toccare con l’assalto al palco, questa volta 
invece, su 1 4 interventi 4 erano dell’ area autorganiz- 
zata e alcuni erano violentemente antisindacali. 

E non e’ vero, come ha scritto l’ Unita’, che sono stati 
fischiati, sono stati invece applauditi e ascoltati con 
rispetto anche da una base che probabilmente non 
aveva deciso per l’autorganizzazione. Non ultimo 
dettaglio, che può' sembrare una sciocchezza, ma 
neanche Rifondazione ha potutofar parlare il Garavini, 
ha dovuto far parlare il Bertinotti, cioè' ha dovuto 
rappresentare delle figure checomunque, in qualche 
misura, sono direttamente legate al conflitto sociale. 
Bertinotti scopiazza a destra e a manca dall' area 
dell’ autorganizzazione; ogni tre mesi recupera un 
argomento; la non divisione dell’ economia politica, 
usa l' espressine" Sindacati di Stato”. Addirittura nel 
suo ultimo editoriale ha detto che, la manifestazione 
di ieri saldava la frattura del settantasette. Ci ha 
assegnato l’ eredita’ del settantasette e gliene siamo 
grati, io mi prenderei anche quella sessantotto; 
soprattutto questa argomentazione e’, se vogliamo, 
la versione di destra delle nostre argomentazioni. 
Dobbiamo capire che oggi nelle manifestazioni 
unitarie questi discorsi sono oggettivamente 
maggioritari aldila'del fatto che poi formalmente, sul 
piano organizzativo, magari gli altri fanno il primo 
intervento, fanno l’ ultimo, fanno da raccordo e cosi 1 
via. condo me non dobbiamo avere nessuna paura 
di stare in una iniziativa unitaria quando la radicalita' 
del nostro discorso può’ andare avanti; io credo 
soprattuto che la piattaforma degli autorganizzati 
che oggi e’ forte, che e’ lunica convincente. 

Prendiamo la questione del trentacinque ore: ci 
stannogaloppando sopra tutti, se pensate che qu andò 
siamo andati a discutere la piattaforma per la man- 
ifestazione c’era scritto; “dovremmo dare un’ indi- 
cazione, da qui a cinque anni, di arrivare alle tren- 
tacinque ore ".La seconda versione del documento 
riferiva le trentacinque ore entro il 1 997, nell’ultima 
versione era diventato le 35 ore subito e addirittura 
Bertinotti aggiunge: "drastica riduzione del tempo di 
lavoro”". Solo perfarvi capire come nel giro di un me- 
se una argomentazione che sembrava rimandata a 
chissà ‘quando (la questione del lavoro o del reddito 
garantito) e’ diventata attualissima, 
lo credo che in Italia vada garantito il lavoro, che lo 
stato debba dare il lavoro, e se non e’ in gradodi dare 
lavoro, dare reddito pieno e non salario di sussisten- 
za.mezzo milione seicentomila lire al mese, solo per 
tenere buona la gente. Questa argomentazione che 
sembrava estremista, nel giro di un mese e’ entra ta 
addirittura nella piattaforma della manifestazione di 
ieri (25/9/’93); non sispiegabenecomequesto red- 


Autorganizzazione / Rifiuto del Lavoro/ Salario Garantito 


19 



Centro Sociale Leoncavallo 


dito andrebbe garantito, ma la cosa viene accettata. 

Un altro argomento ancorala presenza dei centri 
sociali, il ruolo di quel lavoro diffuso ma precario che 
spesso si ritrova nei centri sociali. Abbiamo litigato 
per tre riunioni perla manifestazione di ieri, perche’ 
non si voleva riconoscere I* importanza estrema che 
un esponente dei centri sociali, nella fattispecie del 
Leonkavallo, ma comunque in rappresentanza di 
tutti i centri sociali, parlasse dal palco; anche questa 
l'abbiamo spuntata non perche' siamo stati bravi, ma 
perche' la spinta sociale va in questo senso. 

Rifondazione diciamocelo chiaramente, aveva una 
paurafottuta non soltanto perche'sachegli argomenti 
forti sono nostri, ma perche' sente che sta montando 
una risposta, una rabbia sociale che rappresentiamo 
enormemente piu' noi di quanto rappresentino loro; 
lasciamo stare il fatto che avevano paura che 
prendessimo e ribaltassimo il palco come abbiamo 
fatto la volta scorsa, c'era pure questa paura, ma 
secondo me la paura e’ fondamentalmente politica. 

Tutta la trattativa per la manifestazione di ieri, 
diciamolo chiaramente, si e’ svolta a due; tra noi e 
Rifondazione, e siamo assolutamente alla pari, nel 
senso che se avessimo voluto forzare ulteriormente 
la situazione, forse l'avremmo potuto fare, pero' ab- 
biamo ritenuto che per questa volta, il risultato ot- 
tenuto potesse bastare; la prossima volta faremo 
sicuramente di piu. lo credo quindi che debba uscire 
intanto un testo che cerchi di raccogliere un piatta- 
forma globale di tutta questa area. Non sono os- 
sessionato dall’idea dell’unita', anzi penso che in 
questa fase, se varie forze si muovessero con una 
liberta’ di iniziative andrebbe ancora tutto bene, per- 
che’, il grosso dei lavoratori, non ha rotto con i sin- 
dacati in manieradecisa, non harottocon la possibilità' 
che il sindacato di Stato si possa comunque recu- 
perare; credo pero’ che questa piattaforma, questa 
si, debba essere unitaria e debba sostanzialmente 
ruotare intorno allaquestione orario\reddito. Ripeto, 
il legame stretto tra queste due cose, va mantenuto 
perche’ cercheranno di separarlo cioè’ cercheranno 
di affrontare la questione del lavoro degli occupati, 
separata da quella degli inoccupati, precari e 
disoccupati. 


Trascrizione a cura dell’ A.l.R.A. 



IL RIFIUTO 
DEL LAVORO 

Pubblichiamo, per aprire il dibattito su questo tema, 
un articolo scritto nel 1970 dal Comitato Operaio di 
Porto Marghera. 

Riteniamo, nonostante sia datato e per alcuni aspetti 
tocchi temi ancora oggetto di ampia discussione, 
che questo articolo sia un modo stimolante di aprire 
il dibattito. 


Che significa distruggere il potere dei padroni ? chi 
sono e cosa vogliono i padroni ? 

Sembrano domande stupide ma in realta’ sono 
fondamentali al fine di stabilire quella che deve 
essere la nostra linea politica contro di loro. 

Quello che dobbiamo prima di tutto dire e' che e' falso 
il luogo comune che i padroni sfruttino gli operai per 
arricchirsi. 

Questo aspetto senz’ altro esiste, ma la ricchezza 
dei padroni non e’ per nulla proporzionale al loro 
potere. Per esempio Agnelli in proporzione alle 
macchine che produce, dovrebbe andare vestito d' 
oro, invece egli si accontenta di una nave e di un 
aereo privato, cosa che può' benissimo permettersi 
un altro padrone con unafabbrica molto piu’ modesta 
della FIAT. 

Quello che interessa ad Agnelli è la conservazione e 

10 sviluppo del suo potere, che coincide con lo svi- 
luppo e la crescita del capitalismo: cioè il capitalismo 
è una potenza impersonale e i capitalisti agiscono 
come suoi funzionari, tanto è vero che neppure i 
padroni sono più necessari al capitalismo, in Russia 
ad esempio c'è il capitalismo senza che ci siano i 
padroni. In Russia ciò che rivela la presenza del ca- 
pitalismo è la presenza del profitto. Che la distribu- 
zione del profitto sia "più giusta” che in Italia è pro- 
babilmente vero, ma la rivoluzione comunista non 
deve rendere più giusta la distribuzione del profitto 
sociale, ma rovesciare quei rapporti di produzione 
capitalistici che creano il profitto. Bisogna rovesciare 
un sistema sociale che fa si che la gente sia costretta 
a lavorare. In questo senso devono essere valutate 
anche le esperienze di rivoluzioni cinese e cubane. 

11 capitalismo è sostanzialmente teso, prima di tutto, 
a conservare questo rapporto di potere contro la 
classe operaia e usa il suo sviluppo per rafforzare 
sempre più questo suo potere. 

Questo vuol dire che tutte le macchine , le innovazioni 
tecnologiche, lo sviluppo delle industrie, lo stesso 
sottosviluppo di alcune zone, sono usati percontrol- 
lare politicamente la classe operaia. Ci sono degli 
esempi ormai classici di questo comportamento 


20 


Dicembre 1993 


European Counter Network - Milano 


capitalistico; ad esempio l'introduzione della catena 
di montaggio intorno agli anni '20, è stata una 
risposta all'ondata rivoluzionaria che sconvolse il 
mondo negli anni immediatamente seguenti la prima 
guerra mondiale. Si voleva far sparire quel tipo di 
classe operaia qualificata che aveva reso possibile 
la rivoluzione Russa nel '17 e il movimento dei con- 
sigli di fabbrica in tutta Europa. La catena di montaggio 
dequalificò tutti gli operai, respingendo indietro 
l'ondata rivoluzionaria e modificando anche il modo 
di manifestarsi della lotta di classe; tutto ciò si tra- 
dusse in molti paesi in una sconfitta politica definitiva, 
in mancanza di una organizzazione politica che a- 
vesse la capacità di modificare il suo intervento se- 
condo il nuovo tipo di comportamento operaio. Ma 
ora questa struttura tecnica si è rivoltata contro il ca- 
pitale, producendo una massificazione delie richieste 
salariali che trova nella struttura cosi piatta del ciclo 
di produzione in fabbrica uno dei suoi motivi principali. 
Cosi' il Capitale sta rivoluzionando questa struttura 
cercando intanto di eliminare operai e di disporre gli 
altri su ventagli salariali molto piu' allargati di quanto 
non siano gli attuali, tutto questo attraverso l’intro- 
duzione della automazione, che si configura come 
un vero e proprio attacco politico alla classe operaia. 
Questa man ovra e' già' passata in America, e l' unica 
ragione percui i padroni non la hanno già' ripetuta in 
Italia e' perche' essi non sono sicuri di poter controllare 
la risposta operaia a questo attacco. 

Cosi’ si vede che il progresso, lo sviluppo tanto sban- 
dierato dai padroni e dai loro servi, non e’ altro che 
il tentativo continuo di adeguare l' organizzazione del 
Capitale collettivo al!' attacco della classe operaia. 

Il progresso tecnologico non e’ mai qualcosa di ne- 
utro e di inevitabile, come dicono da sempre padroni 
e Sindacati ogni voltachesipariadi licenziamenti per 
l’ introduzione di nuove macchine. 

Proprio perche' credono nella balla della neutralità’ 
della scienza, i Sindacati limitano in questi casi le 
lotte alla difesa del posto di lavoro e non affrontano 
mai il problema dal punto di vista della riduzione dell' 
orario di lavoro. 

Essi credono, o fanno finta di credere, che sia vero 
quello che dice il padrone: che per esempio in quel 
reparto, con l' introduzione di quella macchina, non 
ci possono lavorare poniamo piu’ di cento operai dei 
duecento dei reparto, e che gli altri debbono an- 
darsene perche’ vittime dell' inevitabile progresso. 
Magli operai hanno una logica diversa: essipensano 
che invece di lavorare otto ore in cento, dopol’introdu- 
zione della macchina summenzionata, possono 
lavorare benissimo in duecento quattro ore a testa. 
Questa logica, oltre che alleviare il peso della per- 
manenza in fabbrica, risolverebbe anche il problema 
della disoccupazione. 

Gli operai non sono quindi contro le macchine, ma 
contro coloroche usano le macchine perfarli lavorare. 
Achidice che lavorare e' necessario, noi rispondiamo 


che la quantità' di scienza accumulata (vedi ad 
esempio i viaggi sulla luna) e' tale da ridurre subito 
il lavoro a fatto puramente di contorno della vita 
umana, anziché' concepirlo come la "ragione stessa 
della esistenza dell' uomo". 

A chi dice che da sempre l'uomo ha lavorato noi ri- 
spondiamo che nella Bibbia c’ e' scritto che la Terra 
e' piatta e che il sole gira attorno ad essa: prima di 
Galileo questa era la verità', era una cosa esistita da 
sempre, era il punto di vista scientifico. Ma il problema 
non e' quello di dare dimostrazioni scientifiche, 
quanto quello di rovesciare I' attuale ordinamento 
sociale imponendogliinteressidichi ha materialmente 
creato le condizioniperche’cio'awenga, imponendo 
cioè’ gli interessi della classe operaia. 

Solo affermando questi interessi, spezzando il potere 
politico che ad essi si contrappone, si può’ pensare 
di creare le condizioni di esistenza di una società' 
migliore di quella attuale. 

Per questo c'e’ la necessita' da parte operaia di 
creare una organizzazione che sia in grado di 
respingere il controllo politico dei padroni; di assumere 
tutto il potere necessario perche' siano gli interessi 
di classe a trionfare. Attualmente sono i padroni, i lo- 
ro meccanismi di potere che utilizzano tutto, dalla 
scienza alla lotta operaia, quando questa non si pone 
realmente l' obiettivo della distruzione dei rapporti di 
produzione, cioè’ sfuggire al controllo politico dei 
padroni. 

L’ esigenzadi controllare gli operai politicamente e di 
mantenere il loro potere, e’ tanto forte nei padroni, 
che per questo sono disposti anche a rimetterci 
denaro. 

Per esempio in America sono loro stessi che vanno 
contro il progresso, in certe fabbriche ad esempio, 
dove da tempo era stata introdotta l' automazione e 
quindi ridotto il numero degli operai, sotto le pressioni 
massicce delle lotte che si svolgono nella società’ 
americana, lotte che sono condotte soprattutto dai 
disoccupati neri, si e' preferito ritornare ai vecchi 
sistemi produttivi per poter dar loro lavoro. 

Questo evidentemente non vuol dire che i disoccupati 
neri mirassero a questo risultato, ma dimostra l’ uso 
che i padronif anno della scienza, cioè' il controllo po- 
litico che attraverso ad essa essi riescono ad e- 
sercitare sulla classe operaia. Questo comporta- 
mento dei padroni dimostra quindi due cose: primo, 
che il progresso non e’ un fatto neutro e che esso 
viene esclusivamente deciso secondo un particolare 
punto di vista che e' quello del controllo politico sulle 
forze che possono togliere il potere al capitalismo; 
secondo, che questo controllo si esercita prima di 
tutto attraverso il lavoro; infatti i padroni di quelle fab- 
briche americane non vollero assolutamente, per 
poter far lavorare i nuovi assunti, ridurre I’ orario a 
tutti, ma continuando a mantenere anche col nuovo 
organico I’ orario di prima, a costo di ritornare alle 
condizioni produttive antecedenti I’ automazione 


Autorganizzazione / Rifiuto del Lavoro/ Salario Garantito 


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Centro Sociale Leoncavallo 


degli impianti. 

Insomma, il Capitale e’ disposto a rimetterci, a co- 
struire impianti tecnicamente superati, pur di con- 
trollare gli operai politicamente: per questo egli e' 
disposto anche a pagare della gente che lavori com- 
pletamente a vuoto. E’ qui che il discorso sul rifiuto 
del lavoro diviene attuale. 

Con questo sviluppo delle macchine e' possibile 
lavorare molto di meno, a patto che le macchine 
inventate dalla moderna scienza non diventino 
monopolio esclusivo dell' America e dell' Unione 
Sovietica come succede ora, ma sia possibile 
utilizzare in tutto il mondo. Bisogna imporre ia logica 
operaia secondo la quale bisogna inventare tante 
macchine, da ridurre sempre piu' il tempo di lavoro 
fini a farlo in tendenza scomparire. A questo punto 
parlaredisocialismo non e' piu' possibile, ilsocialismo 
e’quelloche c’ e' in Russia, una nuova organizzazione 
del lavoro, ma gli operai non vogliono questo, gli 
operai vogliono lavorare sempre meno, fino a far 
sparire ogni forma di costrizione effettiva al lavoro. 
Non e’ vero che in questa società' siamo liberi. Siamo 
liberi solo di alzarci ogni mattina e di andare a 
lavorare. CHI NON LAVORA NON MANGIA ! E' li- 
bertà’ questa ? C' e' una cosa che impedisce la 
nostra liberta': il lavoro; a lavorare in realta' noisiamo 
obbligati. Il detto secondo il quale il lavoro nobilita e’ 
una invenzione padronale. 
Quandotuttigliuominisaranno liberati dalla necessita' 
di lavorare, perche' avranno da mangiare, da vestire 
e da soddisfare i loro desideri senza lavorare, allora 
ci sara' la vera liberta' ! 

Noi sosteniamo chegia' adessocon le macchine che 
ci sono, sarebbe possibile realizzare molte di queste 
cose che dette cosi' sembrano fantascientifiche. 

Al CV1 6 (reparto del Petrolchimico NDR) peresempio, 
durante gli ultimi scioperi “contrattuali" del 1969, la 
Direzione fece tenere in marcia le autoclavi di quel 
reparto servendosi dei nuovi strumenti per la con- 
duzione automatica degli impianti: gli operai erano a 
casa e gli impianti continuavano a produrre. 

Per dimostrare di essere piu’ forte, il padrone in quel 
occasione non si curo’ di mandare all' aria tutti i di- 
scorsi sulla necessita' del lavoro umano. 

Cosi' nello stabilimento della Montedison Azotati c' e’ 
in funzione un calcolatore elettronico che conduce in 
“automatico" l’ impianto di sintesi dell’ ammoniaca: 
anche qui si pu nta sull' aumento di produttività’ e non 
ci si pone il problema della diminuzione dell' orario di 
lavoro. 

In impianti come questi e' molto piu’ dimostrabile 
come P interesse del sistema sia quello di usare il 
lavoro come forma di controllo politico sugli operai. 
Infatti la manualità’ dell' operazione e lo sforzo 
psichico sono ridottissimi; resta solo l' imposizione 
della presenza fìsica dell' operaio accanto alla 
macchine, resta la violenza capitalistica che vuole I' 
uomo condizionato e asservito alla macchina. 


Ma quali sono i mezzi per abolire tutto questo ? Si 
tratta di spezzare il meccanismo di controllo che il 
capitale ha predisposto sugli operai. Nessuno e’ in 
grado di ipotizzare quali saranno gli atti concreti con 
cui questa rottura si realizzerà’, e tanto meno e’ 
possibile rispondere alla domanda di coloro i quali ci 
chiedono che cosa pensiamo di sostituire a quello 
che dobbiamo distruggere. 

Il problema non e' questo; in nessuna delle grandi 
rivoluzioni della storia, si sapeva a priori quello che 
si sarebbe sostituito a ciò’ che si stava abbattendo, 
perche’ le modificazioni nel carattere delle persone, 
nei rapporti tra le classi sono cosi’ radicali nei periodi 
rivoluzionari, da rendere impossibile una qualsiasi 
ipotesi storica. 

Quello che gli operai dovranno fare per abbattere il 
capitalismo, modificherà' la storia degli uomini in 
maniera molto piu' profonda e radicale della Ri- 
voluzione Francese e perciò' e’ impossibile prevedere 
cosa accadrà’ dopo. 

Quello che e' importante ora e' piuttosto vedere 
come si fa a distruggere quello che c’ e'. 

Anche fare la rivoluzione diventa un termine inade- 
guato, anche prendere il potere. Infatti il potere e’ piu’ 
che altro una linea politica che si impone allo sviluppo, 
tutte le strutture della società’ formano l' organizza- 
zione che i padroni si sono dati per poter imporre 
questa loro linea politica. Si tratta di creare un’ orga- 
nizzazione piu' forte di quella dei padroni attorno alla 
nostra linea politica. Per questo noi diciamo che gli 
operai sono contro la società', che sono diversi dagli 
altri in quanto la società' e’ tutta struttu rata contro di 
loro ed e' anzi venuta perfezionandosi in questa ma- 
nieracome risposta al movimentidellaclasse operaia. 
La lotta della classe operala e’ infatti come abbiamo 
visto, il principale incentivo allo sviluppo del capita- 
lismo: si pensi al Maggio Francese dove le piccole 
fabbriche sono andate in crisi in seguito agli aumenti 
salariali strappati dagli operai con la loro lotta 
rivoluzionaria, ecio' hafavorito laconcentrazionedel 
Capitale e lo sviluppo del monopolio. 

Si pensi all' Unione Sovietica, dove la Rivoluzione del 
'1 7 ha in tal modo accelerato lo sviluppo capitalistico 
da trasformare un paese arretrato come era la 
Russia Zarista in uno dei piu’ forti paesi capitalistici 
del mondo. 

Il Capitalismo e’ insomma una potenza che si ripro- 
duce al di la’ della buona volontà' dei singoli individui; 
il problema della sua eliminazione non sta quindi 
nella eliminazione della proprietà' privata; ma nella 
distruzione stessa del rapporto di produzione, ciò’ 
nella distruzione della necessita’ di lavorare per 
vivere. 


18 Ottobre 1993 
ECN Venezia 



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Dicembre 1993 


Europea n Counler Network - Milano 


Volantino distribuito alla Rossi Motoriduttori dì 
Modena. Lo inviamo anche se lo sciopero è già 
avvenuto per contribuire comunque al dibattito. 

28 OTTOBRI: 

SCIOPERO 

GENERALE. 

A CHE SCOPO? 

Dobbiamo porci questa domanda perchè la 
piattaforma che ci viene sottoposta è il massimo 
della contraddizione possibile. 

Si convoca lo sciopero di 4 ore con questi scopi: 
«* Per l'occupazione», e questo è buono (anche 
se poi vedremo cosa intendono fare i sindacati per 
lo sviluppo dell'occupazione); 

«* Per cambiare la politica economica e sociale del 
Governo», e già qui sorgono i problemi, perchè un 
Governo che voleva cancellare la sussistenza di un 
intero paese (ci riferiamo a Crotone) e che stà 
riducendo sul lastrico migliaia di famiglie non va 
riformato, va abbattuto; 

«*Perl’equitàfiscaleeladifesadello stato sociale», 
datoche il riferimento all’equità fiscalesi riferisce alla 
“minimum tax”, ci permettiamo di dissentire; infatti 
quando le cose van no male si cerca sempre un capro 
espiatorio: questa volta è il cosiddetto "ceto medio”. 
Come risultadalle indagini dell’ISTAT che riempiono 
i quotidiani in questi giorni, i “piccoli imprenditori” 
dichiarano cifre sinceramente risibili. Ma non è una 
novità. E' una questione endemicadel “caso italiano" 
e rientra a pieno titolo nel malcostume nazionale. Si 
è sempre saputo che vengono evase tasse per 
migliaia di miliardi e mai nulladi serio è stato fatto per 
ovviare a questo inconveniente. Certo, da uno stato 
che è implicato nelle peggiori stragi che sono state 
compiute (o crediamo veramente alla favola dei 
“settori deviati"?), e nel quale il sistemadelle bustarelle 
è la norma, non ci si può aspettare molta serietà. 
Così come non è seria la soluzione attuale. Infatti 
applicare la minimum tax, significa favorire le 
concentrazioni monopolistiche. E' ovvio. Infatti dire 
che deve esistere un “guadagno minimo tassabile” 
significa affermare che devono sopravvivere solo 
quelle imprese che guadagnano effettivamente da 
quella soglia in sù. Cioè che tutti quegli artigiani o 
piccoli commerciantichefaticano a sbarcare il lunario, 


e ce ne sono, devono ... chiudere! Ancora una volta 
ci vogliono convincere a condurre la più classica 
delle guerre tra poveri, perchè i gruppi più grossi se 
ne strafregano della "minimum tax”. 

Inoltre quando i sindacati parlano della difesa dello 
stato sociale e contemporaneamente si battono per 
la politica delle privatizzazioni, c'è da perdersi, perchè 
l'una cosa contraddice l’altra. La privatizzazione 
delia sanità, delle pensioni, ecc. là dove viene 
applicata comporta il massimo delle diseguaglianze 
possibili. Crediamo che la rivolta di Los Angeles 
dimostri, seppur partita per un’ingiustizia razziale, 
quali sono le condizioni di disagio che si vivono negli 
Stati Uniti, paese nel quale il mito del “privato è bello” 
è più diffuso. 

«* Per il rispetto dell’accordo del 23 luglio», e qui 
siamo all'assurdo. Vediamo perchè. Per farlo 
utilizzeremo le parole d'ordine che sono state 
proposte da CGIL CISL e UIL nel volantino che 
chiama allo sciopero nella provincia di Reggio Emilia 
che inizia cosi: «... una grande iniziativa per 
affermare: diritti, equità, giustizia, eguaglianza e 
democrazia». 

Confrontiamo oraqueste parole d'ordinecon l'accordo 
del 23 luglio. 


DIRITTI 

Prendiamo, ad esempio, il diritto di sciopero. 
L'accordo del 23 luglio prevede che: «Le piattaforme 
contrattuali per il rinnovo dei contratti nazionali di 
lavoro saranno presentate in tempo utile per 
consentire l'apertura delle trattative tre mesi prima 
della scadenza dei contratti. Durante tale periodo, e 
per il mese successivo alla scadenza, le parti non 
assumeranno iniziative unilaterali nè procederanno 
ad azioni dirette. La violazione di tale periodo di 
raffreddamento comporterà come conseguenza a 
carico della parte che vi avrà dato causa, 
l'anticipazione o lo slittamento di tre mesi del termine 
a partire dal quale decorre l'indennità di vacanza 
contrattuale.» 

Dato che l'unica azione diretta possibile durante i 
rinnovi contrattuali è losciopero (poiché laserratada 
parte dei padroni non è più utilizzata in quanto essi 
dispongono di "ben altri mezzi”), nei fatti si ha una 
perdita secca di potenzialità e di efficacia del diritto 
di sciopero. La perdita è "secca" nel senso che “non 
ci sono contropartite”! 


EQUITÀ' 

A questo proposito leggiamoci il paragrafo "indennità 
di vacanza contrattuale”. 

«Dopo un periodo di vacanza contrattuale pari atre 


Autorganizzazione / Rifiuto del Lavoro/ Salario Garantito 


23 



Centro Sociale Leoncavallo 


mesi dalla data di scadenza del Contratto nazionale 
di lavoro, ai lavoratori dipendenti ai quali si applica il 
contratto medesimo non ancora rinnovato sarà cor- 
risposto, a partire dal mese successivo ovvero dalla 
data di presentazione delle piattaforme ove succes- 
siva, un elemento provvisorio della retribuzione. 
L’importo di tale elemento sarà pari al 30 per cento 
del tasso di inflazione programmato, applicato ai 
minimi retributivi contrattuali vigenti, inclusa la ex 
indennità di contingenza. 

Doposei mesi di vacanza contrattuale, detto importo 
sarà pari al 50 per cento dell'Inflazione program- 
mata». 

Innanzi tutto è da notare che il tasso di inflazione 
preso in esame è quello programmato, che è 
notoriamente sempre stato inferiore a quello reale. 
E questo sarebbe già il primo regalo. 

Non contenti, per fare le cose più “eque", (dato che 
già il 31 luglio ’92 è sparito ogni automatismo per 
adeguare la retribuzione al costo della vita, cioè è 
stata annullata la "scala mobile") hanno deciso che, 
al momento della contrattazione, cioè nel momento 
in cui si dovrebbe andare ad un adeguamento dei 
salari per l'aumento del costo della vita già realizzato, 
se il contratto slitterà di tre mesi, continueremo a 
regalare ai padroni il 70 percento dell'inflazione, se 
slitterà di sei mesi regaleremo “solo" il 50 per cento. 
Forse è questo 50 per cento che ha fatto sembrare 
ai brillanti sindacalisti confederali che l'accordo è 
equo. Infatti: cinquanta a noi e cinquanta ai padroni. 
Peccato che per noi 50percento voglia dire mancato 
salario percomprare l'equivalente a ciò che compra- 
vamo due anni prima, per i padroni vuol dire più soldi 
che si mettono comunque in tasca loro! 

Questo è ciò che rimarrà famoso come “il concetto 
di equità dei sindacalisti confederali"! Complimenti. 

GIUSTIZIA 

A questo riguardo è interessante il paragrafo 
“Occupazione giovanile e formazione” (che aiuta 
anche a capire quali siano gli intendimenti sindacali 
per promuovere l'occupazione). 

«Per le professionalità medio-basse ovvero per 
quelle più elevate che richiedano solamente un'in- 
tegrazione formativa, ... I contratti collettivi potranno 
inquadrare i giovani assunti con questa tipologia di 
contratto a livelli inferiori rispetto a quelli cui esso è 
finalizzato». In altri termini "i giovani valgono meno”! 
E sotto “Riattivazione del mercato del lavoro": 
«nell'ambito delle iniziative previste nella sezione 
"politica dei redditi e dell'occupzione", ... le parti 
sociali potranno contrattare appositi pacchetti di 
misure di politica attiva, di flessibilità e di formazione 
professionale ... . Tali pacchetti potranno prevedere 
unaqualificadi base e la corresponsione di un salario 


corrispondente alle ore di lavoro prestato, esclusele 
ore devolute alia formazione;». In altri termini il/la 
giovane lavoratore/trice dovrà rimanere a disposi- 
zione del padrone per un numero di ore supple- 
mentare aH'orario di lavoro, ore dedicate alla forma- 
zione, che non gli verranno pagate. E ciò pare dav- 
vero un modo di “giustiziare” le giovani generazioni. 
Un’altra “chicca” è la «valorizzazione, nel processo 
di privatizzazione e riordino dell'apparato industriale 
pubblico, del patrimonio di ricerca ed innovazione 
presente al suo interno», il che, sino ad ora, ha 
significato migliaia e migliaia di licenziamenti. 

EGUAGLIANZA 

A questo proposito dobbiamo citare, nel paragrafo 
dedicato alla "Riattivazione del mercato del lavoro” 
un breve estratto del punto “d", che parla del “lavoro 
interinale”. 

«Per rendere più efficente il mercato del lavoro va 
disciplinato anche nel nostro paese il lavoro interinale. 
... Il ricorso al lavoro interinale sarà ammesso nei 
casi di temporanea utilizzazione in qualifiche non 
previste dai normali assetti produttivi dell’azienda, 
nei casi di sostituzione dei lavoratori assenti nonché 
nei casiprevistidai contratti collettivi nazionali applicati 
dall’azienda utilizzatrice». 

Inoltre (punto e): «Forme particolari di lavoro a 
tempo determinato, gestite da organismi promossi o 
autorizzati dalle Agenzie per l'impiego, possono es- 
sere previste in funzione della promozione della ri- 
collocazione e riqualificazione dei lavoratori in mobilità 
o titolari di trattamenti speciali di disoccupazione». 
In altre parole, con questi istituti avremo una straor- 
dinaria frammentazione del mercato del lavoro, con 
operai/e che saranno "affìttati” da unaall’altra azienda, 
altri che avranno contratti atempo determinato, cioè 
a scadenza ad esempio per tre mesi, ecc. 
Lasciamo immaginare a voi cosa significa tutto ciò 
per la cosiddetta "solidarietà di classe". Pensate che 
un operaio che "passa" per pochi mesi dentro una 
ditta per poi andarsene altrove, possa lottare assieme 
agli altri per dei diritti che non sono più gli stessi? 
Della serie: addio eguaglianza, evviva l'eguaglianza. 

DEMOCRAZIA 

Questa è la parte più tragicomica della piattaforma. 
Vediamo qual'è l'interpretazione che i confederali 
davano di essa il 23 luglio scorso. 
«Rappresentanze sindacali. 

Al fine di assicurare il necessario raccordo tra le 
organizzazioni stipulanti i contratti nazionali e le 
rappresentanze aziendali titolari delle deleghe 
assegnate dai contratti medesimi, la composizione 


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Dicembre 1993 


European Covnter Network - Milano 


delle rappresentanze deriva per 2/3 (due terzi) da 
elezione da parte di tutti i lavoratori e per 1/3 (un 
terzo) da designazione o elezione da parte delle 
organizzazioni stipulanti il contratto nazionale di 
lavoro, che hanno presentato liste, in proporzione ai 
voti ottenuti;». 

Siamo quindi arrivati alla democrazia dei 2/3. E’ 
come se i confederali dicessero: per i due terzi i/le 
lavoratori/trici possono pensarecon la loro testa, per 
un terzo cl pensiamo noi. E qui lo slogan della CGIL 
che tuona su un cartellone esposto in bacheca 
(attu almente parzialmente coperto da altri comunicati) 
echedice:"! lavoratori hanno un difetto: sono uomini 
liberi” (e le donne?) trova la sua applicazione. Infatti 
la democrazia dei 2/3 serve proprio per correggere 
tale "difettosità”. 

Il motivo per cui CGIL CISL e UIL hanno cercato di 
ottenere questa fetta garantita di rappresentanza, è 
evidente. 

in ogni parte di Italia, a causa dell'Insoddisfazione 
crescente, stanno sorgendo forme di autoorganizza- 
zione che tendono a scalzare il potere delle confede- 
razioni. Esse, dunque, hanno pensato di risolvere il 
problema facendosi stato! Infatti quell’un terzo di 
rappresentanza garantita lo hanno ricevuto in una 
contrattazione con stato e padroni ed è dalle mani 
dello stato e dei padroni che hanno accettato questo 
regalo! 

Certo vi è stata la votazione dell'accordo, votazione 
alla quale hanno partecipato 2.000.000 di lavoratori 
su 20.000.000 e che ha bocciato l'accordo in diversi 
casi, pur se è passato. Questo risultato lo si è otte- 
nuto anche impedendo ai funzionari contrari all’ac- 
cordo (a Modena quelli aderenti ad “essere sin- 
dacato") di parlare nelle assemblee coi lavoratori 
(domandare per credere). 

Riteniamo ormai che questo sindacato sia irrìforma- 
blle, anche ascoltando le analisi dei "dissidenti" d! 
“essere sindacato". 

Pensiamo che sia ora di smettere di delegare la 
responsabilità del nostro destino, cioè che sia giunto 
il momento di percorrere una nuova strada: quella 
dell'autoorganlzzazione. 

Eravamo in minoranza a bocciare l'accordo del 23 lu- 
glio e minoranza siamo tuttora, anche piccolissima 
se si vuole. Eppure nella manifestazione del 25 set- 
tembre, organizzata dalla minoranza parlamentare 
di sinistra (diversi partiti), da! dissenzienti del sindacato 
e, in buona misura, dagli autoorganizzati, c’erano 
250.000 persone, forse 300.000. Questo significa 
che è possibile pensare ad un’aitemativa all'esistente 
che, se pure è un’alternativa perii momento in mino- 
ranza, è un’aitemativa che cammina sulle gambe di 
migliaia di esseri umani, donne e uomini. 

Dunque alla Rossi partiamo dal poco, in Italia pochi 
non si è. 


In particolare a Modena stà nascendo un gruppo di 
collegamento tra coloro che si battono per l'autoorga- 
nizzazione. Crediamo di dover partecipare con con- 
vinzione a tale iniziativa, alla quale invitiamo tutti i 
lavoratori e le lavoratrici. 


PER CONCLUDERE 

L'atteggiamento degli autoorganizzati è vario nei 
confronti di questo sciopero. 

I Cobas scuola, ad esempio, che in Italia sono uno 
dei raggruppamenti più corposi (sicuramente quelli 
con più storia), sono per la “non adesione" allo scio- 
pero eperl’organizzazionediunosciopero alternativo 
da tenersi il 1 2 Novembre. 

Altri, tra cui il Cobas Alfa Romeo (aderente allo SLA), 
il Cobas dell’Ansaldo ed il Centro Sociale "LEON- 
CAVALLO", chiedono una partecipazione antago- 
nista, in richiamo ai compagni di Crotone e delle mi- 
niere in Sardegna invitano, la' dove è possibile, a fare 
blocchi stradali o ferroviari, a costruire cioè una “ve- 
ra" giornata di lotta, ed a lasciare i sindacalisti a par- 
lare “con sè stessi” disertando le piazze dei comizi. 
Cosi la FLM U ed in generale tutto il mondo deli’auto- 
organizzazionesi muove in contrasto alla piattaforma 
proposta. 

Noi, alla Rossi, rifiutiamo la logica interna alla piat- 
taforma sindacale, perchè se è vero che di ogni ac- 
cordo vi possono essere diverse interpretazioni, è 
altrettanto vero che comunque lo si interpreti questo 
accordo è disastroso, quindi da rifiutare. 

Non avendo ancora un radicamento sufficente per 
dare indicazioni che colgano la sensibilità di tutti i 
lavoratori, ci limitiamo ad indicare che è obiettivo 
minimo quello dì disertare la piazza, in modo da non 
ascoltare le mistificazioni che verranno proposte dai 
sindacalisti che parleranno dal palco. 

Comunque sia, raccomandiamo un atteggiamento 
di dissenso rispetto a questo sciopero, in ogni modo 
lo si ritenga necessario, mantenendo come minimo 
comun denominatore l’assenza dai comizi. 


NUCLEO OPERAIO 
del Centro di Documentazione Antagonista, 
ditta “Rossi Motorlduttorl”. 

elei, in propio, via Gallucci, 18 - Modena 
Aperto ogni giovedì dalle 21,30 alle 23,30 

tei. 22401 0 



Autorganizzazione / Rifiuto del Lavoro/ Salario Garantito 


Centro Sociale Leoncavallo 


vis-à-vis 

QUADERNI PER L’AUTONOMIA DI CLASSE 
n°1- autunno 1993 

Collettivo redazionale: 

Via Avesella 5/a - Bologna 
tei. 051/260556 

SE NON ORA, 
QUANDO? 

Abitualmente si inizia con un diario di bordo. Si anno- 
tano diligentemente le cose che si intendono fare, i 
discorsi che si vogliono sviluppare, ecc. 

Intanto partiamo dalla motivazione principale che ci 
ha spinti a intraprendere una fatica non piccola: non 
delegare agli scrittori di professione ne' la riflessione 
sugli attuali scenari sociali e politici, su questa realta' 
di grandi trasformazioni produttive, di epocali 
aambiamenti politici, di prepotente emergenza del 
“nuovo", ne' l’elaborzione della teoria, ne’ dei progetti. 
Da questo punto di vista, questi Quaderni si aprono 
al dibattito - e alla collaborazione dei soggetti che 
sono parte in causa di tali cambiamenti. 

Sara’ un modo certamente proficuo quello che 
abbandona anche per per il politico la divisione tra 
ideazione del progetto e sua esecuzione. Che 
nascano, dunque, centro di queste iniziative. 

Due altri motivi ci hanno spinto, inoltre, ad aprire uno 
spazio di scrittura non episodico e contingente. Da 
un lato quel “progetto memoria" sempre disatteso in 
questi anni, che tanti guasti ancora oggi comporta 
soprattutto nell’area dei movimenti autonomi, e, dall' 
altro lato, per ri-definire quelle categorie politiche: 
composizione di classe, rifiuto del lavoro, autovalo- 
rizzazione, autodeterminazione, contropotere: in- 
somma, il movimento dell'autonomia delle sog- 
gettività’ sociali dai processi del capitale; ciò’ afronte 
di una realta' sociale, politica, produttiva, affatto di- 
versa da quella in cui le medesime furono elaborate. 
Noi crediamo che queste categorie politiche non 
appartengano unicamente alla fase passata del 
fordismo, ma che abbiano forza propulsiva anche 
nell’epoca del post-fordismo, del lavoro informatico, 
della società' del non-lavoro. 

In modo particolare, crediamo di dovere fermare 
l’attenzione al binomio “società’ del-lavoroTsocieta’ 
del non-lavoro": da questo privilegiato punto di 
osservazione si possono vedere tutte le relazioni 
dinamiche che interno rronotra il “vecchio’’e il “nuovo”, 


le ragioni messe in campo dell’uno e dell’altro, in 
vista di altri scenari politici, in cui si misureranno le 
relazioni di comando, ma anche le istanze di 
liberazione. 

Nell’economia di questo discorso introduttivo par- 
leremo, dunque, di questi temi, che in questo primo 
numero e/o nei successivi si affronteranno. 

LA SOCIETÀ' DEL NON LAVORO 

Noi già’ viviamo nell'epoca del non-lavoro. Essa 
viene da lontano. Già' tra il ’68 e il 73 le lotte operaie 
contro il lavoro fordista provocarono una profonda 
ed estesa innovazione tecnologica con conseguente 
automazione e sostituzione di lavoro vivo con le 
macchine - , processo che e' continuato pressoché’ 
ininterrottamente fino ad oggi. 

Il panorama attuale si contraddistingue per un'estesa 
offerta di "braccia” e di "mente” sul mercato della 
forza-lavoro. Ma la “civiltà’ del lavoro” si identifica 
sempre piu' con la “civiltà' delle macchine”. La forza- 
lavoro ha nella macchina un temibile concorrente. 
“Le macchine stesse, per il loro impiego, presup- 
pongono, storicamente... braccia in abbondanza. 
Solo dove e' presente una sovrabbondanza di forze 
di lavoro, intervengono le macchine a sostituire la- 
voro" (Marx, Lineamenti..., voi. Il, pag.397). 

In questi ultimi decenni, nel passaggio dal fordismo 
all'era del post-fordismo, ciò’ che esprime il livello 
dello sviluppo delle forze produttive e', da una parte, 
il General Intellect- la forzadellascienzaoggettivata 
nelle macchine - , e, dall’altra parte, la drastica dimi- 
nuzione della necessita’ del lavoro umano. 

La creazione di tempo “libero" in misura crescente 
rispetto al tempo di lavoro realmente necessario e' 
tale per la massa del lavoro sociale. 

In altre parole, vi sono tutte le condizioni materiali per 
organizzare u n diverso modello sociale caratterizzato 
dalla drastica riduzione della giornata lavorativa 
sociale in presenza di un reddito sociale per tutti. 
Non una misura riformista, volta a ridare legittimità* 
e consenso a questo modo di produzione, ma una 
dimensione altra del pensiero della qualità' della vita 
che dia forza e vigore al progetto politico della tra- 
sformazione comunista, anticipando nella riduzione 
del tempo di lavoro, il raggio d’azione della nuova 
organizzazione della produzione. 

Questo e' oggi l'aspetto centrale della transizione. 
Perdurando il sistema capitalistico, la possibilità’ di 
liberarsi dal lavoro si trasforma nel suo contrario, in 
presenza della dialettica ricchezza/poverta’ carat- 
teristica sia del capitalismo che del socialismo. 
Come a dire che la società' attuale, completamente 


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Dicembre 1993 


European Counter Network - Milano 


trasformata nelle sue condizioni materiali di base, 
continua rigidamente a funzionare con gli stessi 
strumenti dell’epoca fordista. 

Il salario e' agganciato alle otto lavorative, non esiste 
aicun'altra forma di reddito sganciata dal lavoro, non 
esiste una programmazione ci lavori socialmente 
utili: insomma, tutto e’ come prima e lo sviluppo del 
General Intellect e' solo a vantaggio del capitale. 
“La creazione di molto tempo disponibile oltre il 
tempo dì lavoro necessario per la società’ in generale 
e per ogni membro di essa (ossia di spazio per il pie- 
no sviluppo delle forze produttive dei singoli, e quindi 
anche della società’), questa creazione di tempo di 
non-lavoro si presenta, al livello del capitale, come di 
tutti quelli precedenti, come tempo di non- lavoro, 
tempo libero per alcuni". (Marx, cit., pag. 405). 

Il problema attuale e' proprio questo: mentre la 
potenzialità’ del General Intellect e’ solo per alcuni, 
per pochi; per la forza-lavoro il capitale moltiplica “il 
tempo di lavoro supplementare della massa con tutti 
i mezzi della tecnica e della scienza’’; contempo- 
raneamente, una parte sempre piu’ numerosa - I 
senza-lavoro - e’ ricacciata ai margini del consumo 
della ricchezza prodotta. Accanto alladisoccupazione 
strutturale, si registra intensificazione di lavoro e au- 
mento della giornata lavorativa: qui il cerchio si chiu- 
de: dalla possibilità' di aumento del tempo libero si 
arriva all'Imposizione illimitata di lavoro. 

Tale e’ la radiografia dell’esistente, bisogna vedere 
quali possono essere i rimedi. 

Un aspetto oggi essenziale del dibattito risiede neffe 
trasformazioni del Politico. Spesso lo si contrappone 
ai Sociale come discorso della globalita’ di contro alla 
ricchezza delle articolazioni di sapere, di comporta- 
mento, di singolarizzazione delle esperienze. 

Un discorso molto importante che sara’ presente nei 
Quaderni. Eppure, una volta che si rifiuta quella 
cattiva contrapposizione, una volta che le irriducibilità’ 
dei soggetti trovino la strada per presentarsi come 
progetto collettivo contro questo stato di cose, do- 
vranno Individuare la strada da percorrere. Infatti im- 
porre la trasformazione presuppone la forza di un 
progetto politico complessivo in grado di elaborare 
soluzione riguardanti i problemi della transizione: il 
passaggio, cioè’, da un modo di produzione ad un 
altro. E uno dei dilemmi da risolvere e' senza dubbio 
il seguente: riforma o rivoluzione. 

“La tendenza del capitale e’ sempre, per un verso, 
quella di creare tempo disponibile, per l'altro di con- 
vertirlo in pluslavoro. Se la prima cosa gli riesce, ec- 
co intervenire una sovrapproduzione, e allora il la- 
voro necessario viene interrotto perche’ il capitale 
non può' valorizzare alcun pluslavoro”. (Ivi) 


Allora come uscirne, come affrontare le contraddizioni 
del modo di produzione, come risolvere il paradosso 
di una società' ricca, ma povera? Come rompere il 
circolo vizioso dell'alternanza tra recessione e e- 
spansione? 

COMPOSIZIONE SOCIALE 
E IDENTITÀ' POLITICA 

Andare verso la “società' del non-lavoro", abbiamo 
visto, comporta problemi non da poco. Ne’ il modello 
keyneslano, ne’ il liberismo sono risolutivi. 

Con trentacinque milioni di disoccupati nei paesi 
industrializzati non e' piu' il caso di utilizzare la ca- 
tegoria dell’"esercito di riserva"; sotto questo punto 
di vista il fordismo e' morto persempre, dal momento 
che se pure il sistema economico intemazionale 
imboccasse la strada dell'espansione, lo sviluppo 
creerebbe al tempo stesso piu’ ricchezza e piu’ 
disoccupazione. 

Dal canto suo, il liberismo negli anni ’80 hadimostrato 
a quali disastri si va incontro qualora si concepisca 
come soluzione il modello-privatizzazione. 
Citroviamo, dunque, nellasituazione in cui il “vecchio" 
muore, ma il “nuovo” non nasce. 

Composizione sociale e Identità' politica vengono, in 
questo contesto, a ridisegnarsi in maniera affatto i- 
nedita e rappresentano, per quanto ci riguarda, il 
centro dell'attenzione. Sia Cuna che l’altra si sono fi- 
nora connotate attraverso un rapporto stretto con il 
lavoro e/o con il suo rifiuto. 

Da un lato, l'etica del lavoro, dall'altro lato, Il rifiutodel 
lavoro, hanno informato di se' esperienze, interi cicli 
di lotte, sono state l'espressione di due modi opposti 
di vedere latrasformazione: socialismo (burocratico) 

0 comuniSmo (liberazione). 

La fase del fordismo viveva fortemente la percezione 
della necessita' del lavoro: esso era il princìpio di 
realta’, la base su cui costruire identità' personale e 
collettiva, identità' politica e sociale, il progetto po- 
litico dei socialismo. Ma sappiamo come e' andata a 
finire. 

Contemporaneamente, il fordismo e’ stato anche la 
produzione del rifiuto, dell'autonomia della classe 
nei confronti del capitale, del principio di piacere, 
della socialità', dell’esperienza che si dilata e infrange 

1 muri di cinta della fabbrica, la proliferazione dei 
soggetti sociali, di nuove figure antagoniste:ledonne, 
gli studenti, le minoranze. 

Due culture molto diverse, antagoniste, che nel cor- 
so degli anni '60 e 70 si sono aspramente affrontate 
e combattute. Ma entrambe si riconoscevano at- 
traverso un rapporto col lavoro: l’una positivo, l’altra 


Autorganizzazione / Rifiuto del Lavoro/ Salario Garantito 



Centro Sociale Leoncavallo 


negativo. 

Oggi tutto ciò’ perde progressivamente la sua base 
contestuale e mentre le nuove soggettivita’datempo 
producono identità' in cui il lavoro ha sempre più una 
parte esigua, l'acceleratore e' sempre spinto sui 
processi di ristrutturazione: l'automazio, le del ciclo e 
l'informatizzazione riproducono le premesse per il 
dominio totale del capitale sul lavoro, o, meglio, sulla 
produzione di ricchezza. 

Ma, come sempre e' accaduto, il capitale si muove 
si’ incessantemente, ma in maniera contraddittoria: 
accanto allo sviluppo del suo comando crea 
contemporaneamente le basi della sua inutilità', 
come forza storica. Esso ora e’ il limite, l’ostacolo, 
che impedisce una piu' razionale organizzazione 
della società'. 

La sua legittimità' e’ perduta, perche' e' venuta meno 
la necessita' della sua organizzazione della pro- 
duzione basata sul tempo, - tempo rubato. La ric- 
chezza prodotta non dipende piu' dalla prestazione 
deltempo.mapiuttostodall'applicazionedellascienza 
al processo produttivo. Sono le macchine i veri 
agenti: urge il controllo politico del General Intellect. 
T uttavia sembra che rimaniamo ancora nel vecchio, 
nella sua residualita’ assurda. 

Ancora oggi, il lavoratore produttivo medio concentra 
una parte importante della sua vita cosciente intorno 
alla sua funzione produttiva: questo e' quello che 
accade oggi, oggi piu’ di ieri, di vent'anni fa'. Ma men- 
tre vent’anni fa’, l'operaio- massa - cioè' il lavoro ma- 
teriale - attaccava potentemente, insieme ad altri 
soggetti della rivolta, gli studenti, in primo luogo, 
questa alienazione, ponendo un netto confine tra 
tempo di vita (liberazione) e tempo di lavoro (co- 
strizione, perdita del senso), oggi, invece, il problema 
sembra essere piu' complicato. 

La rivoluzione informatica ha prodotto un modo nuo- 
vo di lavorare, ha smaterializzato la produzione, ha 
messo al centro il lavoro immateriale. C'e' qui un in- 
treccio inestricabile tra "vecchio” e “nuovo”. Il vec- 
chio consiste nell'ideologia della sociologia borghese 
che presenta il lavoro immateriale come la massima 
realizzazione della persona, nascondendo come la 
tanto acclamata “creatività"' e' appannaggio di pochi, 
mentre già' e' vasto un esercito di lavoratori mentali 
proletarizzato, che non ha alcuna difficolta' nel 
denunciare le nuove alienazioni causate dal rapporto 
con le produzioni informatiche. 

Ilcapitale ha la necessita' imprescindibile di assumere 
comando a fronte di una forza-lavoro il cui rifiuto e 
sabotaggio metterebbe a seria prova la rete del suo 
comando, essendo la sua importanza nel ciclo 
crescente e determinante. 

E' cosi' che il “nuovo", cioè' il lavoro Immateriale, 


viene affrontato col “vecchio”, con l'etica del lavoro, 
nella speranza di controllarlo e di recidere i fili che lo 
possono mettere in comunicazione con il lavoro 
materiale. 

In questo contesto, diventa basilare perogni ulteriore 
sviluppo dell’antagonismo, che anche il lavoro 
immateriale acquisti la capacita’ di critica del lavoro 
capitalistico, creando la propria autonomia di cultura 
e di lotta, rispetto al mercato e alla valorizzazione. 
E' il paradosso della transizione... Quando anche 
quello che era il movimento operaio ufficiale 
abbandona la cultura dell'etica del lavoro, venendo 
meno gli agenti di quella mistificazione: il Pei e la 
legittimità’ dei sindacati di stato, tuttavia l'etica del 
lavoro viene ad essere ora ideologia della compo- 
sizione sociale dedita alle attività’ immateriali. 

I n questo n u mero de i Quade mi trattiamo ampiame nte 
questa problematica, quindi rimandiamo ad essa. 
Come indicazione di programma pensiamo sia 
fondamentale che questa esperienza di scrittura 
ospiti materiali, inchieste, ecc., che trattino queste 
tematiche. In questo campo va messa in cantiere 
una vasta opera di inchiesta sociale. Altra cosa e’ 
l’aspetto politico della questione. Ma anche su questo 
rimandiamo alle pagine seguenti. 

Per riassumere. Composizione sociale di classe, 
rifiuto del lavoro, contropotere: queste categorie 
vanno oggi, infine, ri- visitate. Vanno riportate al loro 
originario compito: quello di interpretare una realta' 
sociale in profonda e continua mutazione, vista dal 
lato dei soggetti, della loro capacita' di produzione 
autonoma di comportamenti, di antagonismo, di 
comuniSmo. 

Come incideresullacrisi, come determinare la rottura, 
come cambiare di segno al sociale: oggi questo e' 
il compito che ci diamo - tutti - nel dibattito, nell'in- 
chiesta, nella prassi politica, nei modelli organizzativi. 

IL TEMPO DELLA LOTTA 

Rileggendo le cose dette fin qui, ci e' sembrato aver 
fatto un discorso un po' anomalo rispetto ad un 
editoriale. Un discorso sul Politico - “sulla societa'del 
non-lavoro" - come anticipazione ha bisogno anche 
della riflessione sul “qui” e “ora”. Individuando i nessi 
tra l'anticipazione e la situazione esistente. E' quello 
che adesso faremo. 

Allo stato attuale ci troviamo di fronte a piu' realta': 
da un lato, un ritorno nelle piazze della protesta ope- 
raia - unaclasse operaia che subisce l'ennesima on- 
data di ristrutturazione-automazione -; dall'altro, la 
presenza di piu' soggetti del lavoro, originati dall'in- 


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formatizzazione del ciclo; dall'altro lato ancora la va- 
sta areadel lavoro diffuso che maggiormente subisce 
mobilita', flessibilità', alternanza di occupazione- 
disoccupazione. 

La precarizzazione e' il tratto che accomuna l’intera 
forza lavoro sociale. 

Esìstono inoltre, altre soggettività’ della metropoli 
che non legano la loro alterita’ in rapporto direttamente 
con il lavoro: le donne, I giovani, gii studenti, le mino- 
ranze, ecc. Una lussureggiante composizione di 
classe i cui tratti salienti sono il frammento, la spe- 
cificità’, la differenza. 

La percezione e’ quella che queste culture che, 
hanno la loro origine nel ’68 e nel 77 siano, oggi, le 
culture vincenti in un'area molto piu' vasta di soggetti 
di quella tradizionale del Movimento. 

Si vuole dire che quella cultura di derivazione togliat- 
tiana e berlingueriana, che tanto ha informato di se’ 
il movimento operaio ufficiale, e’ in disfacimento, 
dopo la fine del socialismo sovietico. Ormai la con- 
cezione che voleva il socialismo come la mera con- 
tinuazione del capitalismo nella forma di un diversa 
situazione giuridica dei mezzi di produzione - pro- 
prietà' statale di contro alla proprietà' individuale - è 
definitivamente tramontata. 

Nuovi processi di riagreggazione, di inedite comu- 
nicazione tra il movimento operaio ufficiale e l'altro 
movimento operaio (per ciò' che concerne le basi), 
viene dietro alla consapevolezza, maturata in un 
epocale passaggio, che la transizione ha bisogno di 
una completa rivisitazione. 

Molta strada e' ancora da farsi, ma il cammino e' 
tracciato. 

Si diceva il “qui" e “ora". Di fronte ad una situazione 
della composizione di classe cosi' mobile, variegata, 
pochi ancora sono gli strumenti che abbiamo. 
Essenzialmente due, perquanto ci riguarda: i centri 
sociali e l'autorganlzzazione dei lavoratori. 

Gli uni espressione in tutti questiannidellairriducibilita' 
dei soggetti metropolitani alle logiche dei padroni, a 
quelle logiche che fanno dell'uso mercificato dello 
spazio il volano per il comando sul tempo. 

I centri sociali conto la logica del comando del ca- 
pitale che produce gerarchie di spazi dove ammas- 
sare ora i “dormitori”, ora la produzione, ora l’industria 
del tempo libero. 

Anche se in questi anni difficili non hanno saputo 
rifuggire da una certa attrazione verso l’isolamento 
el'auotemarginazione, icentrisociali rappresentano 
il sovvertimento potenziale di tutto ciò a condizione 
che trovino le forme per combinare la loro lotta 
contro lo spazio del capitale con la lotta contro l'uso 
dei tempo imposto dal comando. 

Dal canto suo, l'autorganizzazione dei lavoratori 


ricompone sul territorio la scissione, determinatasi 
aliatine degli anni 70, tra lotte sociali e lotte operaie: 
l’attacco forsennato alle conquiste dell'operaio 
massa, l'abbassamento generale delle condizioni di 
vita, uno strisciante processo di criminalizzazione e 
un climadiinvocata“emergenza” economica, politica, 
di ordine pubblico, hanno rivitalizzato la critica del 
lavoro capitalistico e la conflittualità'. 

Il riferimento va alla miriade di comitati di base che 
proliferano un po' dappertutto, allo scontro in atto 
con i sindacati di stato, al rimescolamento delle 
culture che potranno dare vita alla ricostruzione di 
un'idea e una pratica antagonista dei Movimenti in 
Italia e in Europa. Anche qui in presenza tuttora di 
forti limiti e nell'elaborazione e nell'azione. 

Una nuova cultura all'altezza dei tempi: questa e' la 
scommessa. E’ in gioco da un lato la comunicazione 
tra varie soggettività' e dall’altro la ricomposizione 
politica della composizione di classe. Un organico 
rapporto tra centri sociali e autorganizzazione dei 
lavoratori e’, attualmente, un passaggio necessario 
ai fini della risoluzione del problema riguardante la 
divisione tra politico e economico. 

Figure della riproduzione culturale, del mondo gio- 
vanile, dell’autoproduzione, della differenza come 
realta' di base del conflitto, e figure del lavoro sa- 
lariato: due mondi che non possono rimanere scissi. 
Detto diversamente, la rappresentanza di questa 
composita realta' non e' possibile perseguendo 
soltanto gli aspetti sindacali delle questioni. 

L'area del non-lavoro e quella del lavoro presup- 
pongono risposte direttamente politiche. 

Per queste ragioni, per dare soluzione ai problemi di 
questa società’, deve nascere un nuovo modello di 
organizzazione della composizione di classe, che 
miri al superamento della scissione tra economico e 
politico, le cui separate istituzioni - sindacato e 
partito - tanto danno hanno arrecato al processo di 
superamento di questo modo di produzione. 

Riterremo assolti i compiti di questi Quaderni, se 
avremo almeno contribuito a chiarire qualcuna delle 
molteplici implicazioni riguardanti l'insieme dei 
problemi fin qui esposti, nell'area del Movimento - e 
non solo. 

17 / 11/93 

COLLETTIVO REDAZIONALE DI vis-à-vis 



Autorganizzazione/ Rifiuto del Lavoro/ Salario Garantito 


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Centro Sociale Leoncavallo 


LE CONSIDERAZIONI 
CHE SEGUIRANNO 
RISPETTO AL 
PROBLEMA DELLA 
RIDUZIONE 
DELL'ORARIO DI 
LAVORO E DEL REDDITO 
GARANTITO SONO 
SOLO ALCUNI SPUNTI 
DI 

APPROFONDIMENTO. 
MA LA DRAMMATICITA' 
DELLA SITUAZIONE 
OCCUPAZIONALE 
IMPONE FIN DA 
SUBITO UNA 
MOBILITAZIONE 
GENERALE PERCHE' SIA 
GARANTITA 
IMMEDIATAMENTE LA 
POSSIBILITÀ' DI 
REDDITO E DI VITA PER 
I SENZA LAVORO E 
TUTTI COLORO CHE 
SONO ESPULSI DAI 
PROCESSI 
PRODUTTIVI!!! 


La crisi capitalistica di questo "fine secolo”, sociale, 
politica, economica, con effetti particolari ed esiti 
imprevedibili in Italia, haallasuabaseletrasformazioni 
radicali nell’organizzazione sociale del lavoro, nelle 
modificazioni strutturali dei vecchi modelli produttivi 
ed industriali, nello stesso peculiare rapporto capitale/ 
lavoro salariato che ha attraversato l’epoca fordista/ 
keynesiana. 

Su cosa si fondava questo rapporto? 

In sintesi: sviluppo "illimitato’’ delle forze produttive e 
dei consumi, politica di piena occupazione, "rigidità” 
nel mantenimento dell’occupazione fissa, ruolo dello 
Stato come ridistribuzione del reddito e funzione 
“pubblica" di riequilibrio della domanda interna, degli 
squilibri occupazionali, del rapporto produzione-con- 
sumo. In questa epoca sono iscritte a viva forza 
grandi ed indimenticabili cicli di lotta operaia, tendenti 
a trasformare il salario in una variabile indipendente 
dalla “produttività" del capitale, a forme di reddito 
sganciate dal lavoro, in termini di servizi, garanzie, 
"stato sociale", spesa pubblica. Le lotte operaie degli 
anni '60-70 alludono a terreni che non sono solo 
quelli del lavoro immediato di fabbrica, ma investono 
direttamente le condizioni generali-sociali della ri- 
produzionedellaforza lavoro. A questo punto, con il 
senno del poi, possiamo dire che è mancata un’ 
alternativa strategica, un progetto globale dal punto 
di vista di classe: 

1) il capitale ha vinto non tanto e non solo con la ri- 
strutturazione del ciclo produttivo e del mercato del 
lavoro, ma anche isolando la classe operaia di fab- 
brica, segmentando il lavoro sociale complessivo in 
corpi contrapposti, contrapponendo il “lavoro” al 
"non lavoro”, garantiti a non garantiti; 

2) le conquiste del Welfare - istruzione, scuola, 
sanità, servizi, ecc. - imposte dalle lotte, trasformate 
in un sistema clientelare di erogazione di reddito e 
gestione della spesa pubblica, in termini di potere, 
gerarchie e divisioni sociali, in sostanzacome “rendita 
politica" di posizione; 

3) il rifiuto del lavoro salariato ha disperso in mille 
rivoli di comportamenti individuali la potenzialità 
ricompositiva in esso racchiusa. Non si è data la de- 
finizione progettuale, sociale e collettiva dì un nuovo 
concetto di lavoro, liberato dalla coercizione del 
capitale, un nuovo modo di produrre ed organizzare 
i rapporti sociali. 

Perché è utile ricordare queste cose? 

Le tematiche che oggi ridiventano centrali dal punto 
di vistadel lavoro - riduzione della giornata lavorativa, 
reddito sociale e di cittadinanza, il “bene comune" e 
la qualità della vita, la critica radicale allo stesso 
concetto di lavoro sussunto nel capitale - rappre- 
sentano in ogni tempo e luogo gli obiettivi strategici 
della lotta di classe, pur in scenari completamente 
mutati. Fin dalle lotte ottocentesche per la riduzione 
della giornata lavorativa, la “legislazione sulle 
fabbriche" (a dimostrazione che il terreno del diritto 
non è mai neutro e statico, ma attraversato e sempre 
modificabile dalla iottadiclasse), alle lotte dell'operaio 


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massa nella fabbrica fordista i nuovi movimenti 
metropolitani del proletariato sociale diffuso sul pro- 
blema dell'autogestione dello spazio ed autodeter- 
minazione del tempo, il problema del rapporto tra 
te mpo di la vo ro e te mpo di vita, tra lavoro/riproduzione 
sociale e dominio capitalistico, rappresentano gli 
assi strategici attorno a cui ridefinire una trasfor- 
mazione radicale dell'esistente. Il fatto che oggi, 
dopo il cupo silenzio dei tristi anni '80 e le illusioni 
neo-liberiste sulle virtù del mercato, un ampio, 
variegato e significativo arco di forze - dai lavoratori 
autorganizzati, centri sociali, ambientalisti, nonché 
settori “di sinistra" del sindacato, ecc. - pongano con 
forza gli obiettivi della riduzione dell'orario a parità di 
salario il reddito, i lavori socialmente utili, come 
nuovo rapporto con l'ambiente sociale ed umano, i 
beni e servizi collettivi. Tutto ciò può solo farci dire, 
ancora una volta: Ben scavato, vecchia talpa! oppure, 
con Marx: La rivoluzione lavora con metodo! 


LA CRISI CAPITALISTICA E LA 
RIDUZIONE DELL'ORARIO DI LAVORO, 
LAVORO SALARIATO. 

L'ottimismo per la rinascita di un’opposizione operaia 
e proletaria alla logica del capitale, sul nodo strutturale 
del lavoro, l'apparire nell'orizzonte della crisi delle 
prime forme di autorganizzazione sociale come 
alternativa strategica a questo modo di produrre, 
non deve farci dimenticare le difficoltà enormi nel 
definire su questi terreni piattaforme sociali concre- 
te, un programma comune che, pur nelle differenze, 
individui l'interesse di classe o della collettività dei 
cittadini/lavoratori, in maniera indipendente, non su- 
bordinata ai movimenti del capitale ed al comando 
statale. La crisi apre sempre due possibilità: o ride- 
finizione globale dei meccanismi di sfruttamento ca- 
pitalistico, nuove formedidominio ancora più barbare 
e selvagge, distruzione di capacità lavorative, intel- 
ligenza e sapere sociale, oppure, al contrario apertura 
di spazio per l'agire politico e sociale antagonista, 
per alternative radicali sul terreno del lavoro e della 
produzione, per la critica di massa all’assurdità ed 
irrazionalità di questo modello produttivo, alla 
sistematica distruzione di risorse umane, sociali, 
materiali che la logica del profitto opera. 

La riduzione della giornata lavorativa ed il reddito 
sociale sono obiettivi generali ed epocali su cui 
ridefinire lo stesso concetto dei ''diritti", il lavoro, le 
relazioni sociali. Ma lo scenario attuale presenta 
elementi di grande complessità: le modificazioni 
produttive sono profonde e strutturali. E’ sicuramente 
impensabile oggi un ritorno alta piena occupazione, 
al posto di lavoro fisso per tutta la vita radicato in un 
territorio delimitato e nellospaziodellostato-nazione. 
La mobilità e flessibilità, l'organizzazione “modulare" 
del lavoro, in grado di adattarsi alle mutevoli esigenze 
del mercato, la stessa internazionalizzazione dell’e- 


conomia, che presuppone una continua capacità di 
manovra del flusso del denaro, delle “localizzazioni" 
ed investimenti produttivi all'internodel mercatoglo- 
bale, sono oggi le caratteristiche fondamentali su cui 
misurarsi. 

Va da sé che i confini tra l'area del lavoro ed il non- 
lavoro si fanno sempre più labili e sfumati, salta la 
tradizionale separazione tra occupati e disoccupati, 
la stessa innovazione tecnologica e l'automazione- 
informatizzazione dei processi produttivi, provocano 
un oggettivo risparmio di lavoro. Lo sviluppo della 
forza produttiva del lavoro socializzato riduce al 
minimo il tempo di lavoro necessario per il funzio- 
namento della macchina sociale, produttiva e ripro- 
duttiva. Ecco perché un concetto "difesa dell’oc- 
cupazione" che non sottoponga a critica radicale i 
miti classici della "società del lavoro”, l’occupazione 
cosi come essa si dà in questa formazione sociale, 
la miseria del rapporto salariale come costrizione ad 
un determinato rapporto di sfruttamento, rischia di 
essere, pur nelle migliori intenzioni, assolutamente 
arretrata. Quale occupazione, quale lavoro, cosa, 
come, quanto produrre e per chi? Ecco le domande 
sostanziali. Mai come oggi le contraddizioni tra svi- 
luppo delle forze produttive e rapporti di produzione, 
tra le potenzialità insite nelle stesse contraddizioni 
antagonistiche del capitalismo, tra liberazione dal 
lavoro come sofferenza, fatica, privazione e ridefi- 
nizione del concetto stesso di lavoro come attività 
umana socialmente utile, libera e creativa, si fanno 
cosi nette e precise. E' ovvio che, all’Interno di que- 
sta complessità, ma anche di questa apertura di pos- 
sibilità per i movimenti di lotta - riduzione di orario, 
reddito, riappropriazione dal basso dello "stato 
sociale" in termini di ricchezza, beni, servizi collettivi, 
mantenimento e miglioramento dell'ambiente natu- 
rale e sociale contro la burocrazia, il centralismo, la 
“rendita politica" parassitarla e statalistica, per una 
democrazia radicale - sono tutti obiettivi strettamente 
intrecciati. L'efficacia di un programma sociale si 
misura sulla capacità ricompositiva di questi aspetti: 
nonc’èdunquelascissione-separazionetra occupati, 
disoccupati, “cittadini" ridotti a mere categorie. Ma 
un'unica forma produttiva del lavoro sociale dif- 
ferenziata al suo interno, che può riconoscersi in un 
interesse comune: qualità della vita, lavoro social- 
mente utile e non “mercantile”, reddito di cittadinanza, 
possibilità di vita, beni collettivi, casa, salute, is- 
truzione, trasporti, ecc. ... Tanto più che oggi il ca- 
pitale comanda sui processi produttivi e sociali proprio 
dividendo e scomponendo in interessi corporativi 
contrapposti l'uno all’altro le varie figure del lavoro, 
creando fratture tra i lavo ratori produttivi, gli “assistiti 
e parassiti”, tra occupati e disoccupati, garantiti e 
non garantiti ecc. ... Cosi la lotta di classe, invece di 
identificare con chiarezza l'avversario si riflette su se 
stessa, diventa lotta nella classe, scontro tra la- 
voratori!! 

E' questo il motivo per cui la riduzione dell'orario di 
lavoro a parità di salario, unita alla questione del 


Autorganizzazione/ Rifiuto del lavoro / Salario Garantito 


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reddito ed alla ridefinizione stessa del concetto di 
lavoro, non a servizio del profitto ma dell'utilità so- 
ciale, alla forte rivendicazione dal basso di una nuo- 
va carta dei diritti collettivi, può rappresentare una 
piattaforma di lotta ricompositiva. Il capitale inter- 
nazionale si sta già muovendo ed anticipa, dal suo 
punto di vista, queste tendenze. 

1) In Germania la proposta della Volkswagen di 
riduzione dell'orario con forte taglio del salario 
assomiglia ai “contratti di solidarietà" in Italia - o al 
meccanismo della cassa integrazione che riduce il 
monte ore complessivo dell'azienda riducendo i 
lavoratori attivi e continuando ad erogare a quelli 
momentaneamente inattivi un reddito integrato da 
un contributo statale. La differenza è che l’intero 
onere ricadrebbe in Germania sui lavoratori - e 
significa una drastica perdita d'acquisto del salario 
operaio, amministrazione dell'esistente e non 
creazione di nuove possibilità occupazionali. 

2) In Francia: la proposta di riduzione a 32 ore 
settimanali è accompag nata da un a riduzione minima 
del salario, circa un 2% sui salari più alti. Certo, è la 
proposta più avanzata dal puntodi vistacapitalistico, 
proprio perché alla base vi è un ragionamento legato 
anche al consumo: una forte riduzione salariale 
significherebbe una caduta della domanda interna. 
Si tratta comunque di una perdita, dentro un ragio- 
namento su una maggiore flessibilità della forza 
lavoro al servizio del capitale. 

3) In Italia, il dibattito è "relativamente" arretrato. Il 
capitalismo italiano, con il suo alfiere Agnelli, è 
contrario alla riduzione diorario. Il problemaè produrre 
di più a minor costo, con meno operai: essere com- 
petitivi. Lo Stato deve trovare gli ammortizzatori per 
le "inevitabili” contraddizioni sociali che lalogica della 
produttività, della competizione internazionale, del 
mercato comporta. Niente di nuovo tranne un ge- 
nerico appello alla creazione di nuova “vera" oc- 
cupazione, su settori competitivi ed innovativi, 
dimenticando che proprio lo sviluppo della produttività, 
la competizione, rinnovazione tecnologica, compor- 
tano un sempre maggiore risparmio di lavoro, e 
quindi l’espulsione sempre più massiccia di forza 
lavoro daicicli produttivi. Questa logica da “Jurassic 
Park”, se è stata funzionale per tutta una fase nello 
sviluppo peculiare del capitalismo italiano in rapporto 
con lo stato sociale, sembra oggi arretrata anche dal 
punto di vista stesso del capitale. 

In sostanza, tutte le ideologie neocapitalistiche, nelle 
loro varianti di destra o di sinistra, ma anche motte 
forze socialdemocratiche e neo-keynesiane, si 
riferiscono ad uno stesso parametro: il lavoro inteso 
come lavoro salariato, legato al profitto capitalistico, 
sotto forma di merce e di valore di scambio nel 
mercato. Da questo punto di vista, la problematica 
sul reddito e sul lavoro, sia che preveda un legame 
tra reddito e lavoro, sìa che consideri il reddito 
indipendente dal lavoro, è connessa ad un orizzonte 
unico ed insormontabile: la permanenza del lavoro 
salariato. 


E' possibile uscire da questo orizzonte, rendere 
indipendente il reddito dalla forma storicamente 
determinatadel lavorosalariato e nello stessotempo 
legarlo ad un altro concetto di lavoro, ridefinito in 
base ai criteri dell'utilità sociale e del benessere 
collettivo? Cerchiamo di mettere a fuoco i punti uno 
per uno. 


RIDUZIONE DELL'ORARIO DI LAVORO E 
DELLA GIORNATA LAVORATIVA 
SOCIALE 

Bene, qui possiamo fare immediatamente una 
osservazionedi caratteregenerale: l’orario di lavoro, 
attorno alle otto ore più o meno, è fermo da circa un 
secolo!! Ma, a parte questo aspetto macroscopico, 
ci sono delle ragioni strutturali, interne allo stesso 
meccanismo contradditorio dello sviluppo capita- 
listico, che pongono oggi con forza l'assoluta neces- 
sità e praticabilità di questo obiettivo dal punto di 
vistadiclasse. Giàlo stesso Marx, in molte parti delle 
sue opere, dai Grundrisse al Capitale, aveva indi- 
viduato con estrema lucidità, purdentro allo sviluppo 
ancora limitato e parziale delle forze produttive, la 
contraddizione principale e la conflittualità all'interno 
della giornata lavorativa sociale (anzi, è proprio 
questa conflittualità tra lavoro e capitale il motore 
reale dello sviluppo). La riduzione del lavoro neces- 
sario per aumentare il plusvalore, cioè la quota di 
lavoro in più non pagato, l'introduzione delle mac- 
chine, l’applicazione della scienza al processo pro- 
duttivo, l'automazione, lo sviluppo della forza pro- 
duttiva sociale del lavoro, il lavoro socialmente com- 
binato, la potenza della cooperazione, il "sapere 
generale” piegato al servizio della valorizzazione 
capitalistica, portano ad un risparmio di lavoro vivo, 
ad una diminuzione costante del capitale variabile, 
della quantità di forza lavoro impiegata. Solo che 
tutto ciò, nel capitalismo, invece di tradursi in un 
processodiliberazionedeH'uomo, diventa un ulteriore 
strumento di dominio e dispotismo. 

Dai Grundrisse: “....il capitale è esso stesso la 
contraddizione in atto, perché tende alla riduzione 
del tempo di lavoro ad un livello minimo, mentre 
d’altro canto pone il tempo di lavoro come unica 
misura e fonte della ricchezza. Il capitale riduce 
quindi il tempo di lavoro nella forma del tempo di la- 
voro necessario, per aumentarlo nella forma del 
tempo di lavoro superfluo; facendo così del tempo di 
lavoro superfluo la condizione stessa del tempo di 
lavoro necessario. Da un lato esso richiama, dunque, 
tutte le energie della scienza e della natura, nonché 
della interazione dei rapporti sociali, alfine di rendere 
la creazione della ricchezza relativamente indipen- 
dente dal tempo di lavoro in essa impiegato. Dall’altro 
lato si propone di misurare le grandiose forze sociali 
così create in ragione del tempo di lavoro, e rinchiu- 
derle entro i limiti necessari perconservare in quanto 


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valore II valore già creato." Ma se proprio non vo- 
gliamo ri-ascoltare il vecchio Marx nelle sue attua- 
lissime profezie, al di là delle mistificazione e defor- 
mazioni ideologiche del suo pensiero, sentiamo 
almeno quello che ha da dirci Bertrand Russel, 
dignitosissima figura discienziatoefilosofo, illuminista 
e riformista, ma non certo sospetto di "rivoluziona- 
rismo ed estremismo". Nel suo breve saggio “Elogio 
dell'ozio” (titolo assai significativo) sostiene, pur con 
tutti i limiti: “....la tecnica moderna infatti ha reso pos- 
sibile di diminuire in misura enorme la quantità di 
fatica necessaria per assicurare a ciascuno i mezzi 
di sostentamento....invece succede che coloro che 
hanno un lavoro lavorano troppo, mentre altri muoiono 
di fame senza un salario...”. Ancora: “supponiamo 
che una certa quantità di persone sia impegnata 
nella produzione di spilli. Esse producono tanti spilli 
quanti sono necessari per il fabbisogno mondiale 
lavorando, diciamo, otto ore al giorno. Ed ecco che 
qualcuno inventa una macchina grazie alla quale lo 
stesso numerodi persone nello stesso numerodi ore 
può produrre una quantità doppia di spilli. Il mondo 
non ha bisogno di tanti spilli ed il loro prezzo è già cosi 
basso che non si può ridurlo di più. Seguendo un 
ragionamento sensato, basterebbe portare aquattro 
le ore lavorative nella fabbricazione di spilli, e tutto 
funzionerebbe come prima. Invece succede che gli 
operai continuano a lavorare otto ore, si producono 
troppi spilli, molte fabbriche falliscono e metà degli 
uomini che lavorano in questo ramo si trovano 
disoccupati. Insomma, alla fine, il totale delle ore 
lavorative è ugualmente ridotto, con la differenza 
che metà degli operai restano tutto il giorno in ozio, 
mentre metà lavorano troppo." 

... "il tempo libero, entro certi limiti, può non essere 
più una prerogativa di piccole classi privilegiate, ma 
equamente distribuito tra tutti i membri di una 
collettività ... L'etica del lavoro è l'etica degli schiavi 
ed il mondo moderno non ha bisogno di schiavi ..." 
... “quattro ore di lavoro al giorno dovrebbero poter 
assicurare ad un uomo il necessario per vivere con 
discreta comodità, e che per il resto egli potrebbe 
disporre del suo tempo come meglio crede. In un 
sistema sociale di questo genere è essenziale che 
l’istruzione e le ricerche di utilità pubblica siano più 
complete di quanto lo siano o ra e che mirino, in parte, 
ad educare ed affinare il gusto in modo che un uomo 
possa sfruttare con intelligenza il proprio tempo 
libero ... “ 

Queste ultime considerazioni ci riportano ad un altro 
grande rovesciamento di Marx: la ricchezza reale di 
una società non si misura affatto sul dominio del 
tempo di lavoro supplementare, ma sul tempo 
disponibile, al difuori di quello speso nellaproduzione 
immediata, per ogni individuo, e per l’intera società. 
Non si tratta di un concetto di ‘tempo libero" vuoto ed 
indeterminato, come opposizione “dialettica" altempo 
di lavoro, che rimane sempre e comu nque legato alla 
concezione del lavoro come lavoro salariato, coatto., 
"sotto padrone” per capirci. 


Al contrario, va rivalutata la concezione antica 
deir'otium", che non significa affatto il "non fare 
nulla", bensì agire, sviluppare la propria attività, 
creatività, nella sfera pubblica, il decidere, il 'lare” 
per le finalità sociali e collettive. E' questo il senso 
della "politica” o della "politicità" nel significato più 
autentico della parola, strappata alle deformazioni 
del "politico" e della moderna statualità. Solo che 
nella “polis" della Grecia classica, cosi come a Roma 
l'otium era garantito dal lavoro degli schiavi. Oggi è 
possibile immaginare una distribuzione fra tutti del 
“lavoro necessario”, ridotto sempre più ai minimi 
termini tramite lo sviluppo delle forze produttive del 
lavoro sociale e della cooperazione, e nello stesso 
tempo utilizzare l’enorme potenzialità individuale e 
collettiva cosi liberata per coltivare e sviluppare il 
“bene comune". 

“Alla generale riduzione del lavoro necessario della 
società ad un livello minimo, corrisponderà la forma- 
zione e lo sviluppo artistico, scientifico etc ... deg li in- 
dividui, grazie al tempo ormai libero e ai mezzi creati 
ad uso di tutti” ... [Grundrisse] 

Lo stesso contradditorio sviluppo del capitale, 
dunque, crea unaformazione sociale deltutto nuova, 
anche rispetto alle stesse “origini” dell’accumulazione. 
Una società in cui non è più il lavoro “immediato" la 
grande fonte della ricchezza, bensì la potenza 
produttiva del lavoro sociale, le condizioni generali 
della produzione ed il loro uso collettivo, la 
cooperazione. 

||“saperesociale"generaleèdivenuto forzaproduttiva 
immediata e quindi le condizioni del processo vitale 
della società sono passate sotto il dominio del "gen- 
erai intellect" ... “le forze produttive sociali sono 
prodotte in quanto organi immediati della pratica 
sociale, del processo reale di vita ...” Dice Marx. 
Trasporti, servizi, abitazioni, istruzione comuni- 
cazione, salute, qualità della vita sociale ambiente 
urbano etc ... sono patrimonio comune, frutto della 
cooperazione umana, condizioni generali che stanno 
alla base di ogni possibile attività, aggiungiamo noi. 
Sono proprio queste condizioni generali collettive 
che il capitale riceve "gratis". La potenza produttiva 
della cooperazione e del lavoro associato, questo 
surplus di capacità rispetto alla mera sommatoria di 
lavori individuali, non gli costa nulla! 

Al massimo livello dello sviluppo capitalistico, si 
creano le condizioni e la base materiale per un altra 
forma di società, della produzione e dei rapporti 
sociali, del concetto stesso di "valore” del lavoro. 
Tutte le contraddizioni e le crisi, i sussulti di quest' 
epoca hanno alla loro base proprio il fatto che il 
capitale tenta continuamente di ricondurre queste 
potenzialità liberatorie e trasformative ali'interno del 
proprio specifico meccanismo di comando sul lavoro, 
basato sulla miseria del rapporto salariale, estrazione 
di plusvalore. 

Il furto e l'appropriazione "privata" o "pubblica” che 
sia del tempo di lavoro altrui, continua ad essere il 
fondamento della produzione della ricchezza! 


Autorganizzazione / Rifiuto del Lavoro/ Salario Garantito 


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Queste considerazioni non sono oziose. 

Ci permettonodi introdurre un discorsofondamentale 
sul "reddito garantito" e sulla definizione dei lavori 
socialmente utili. E’ necessario "rovesciare" la logica 
del capitale: se le condizioni generali della produzione 
sociale ed il loro uso collettivo, l'ambiente umano, la 
potenza della cooperazione e del “sape 1 e generale" 
nel suo rapporto con la natura i beni e servizi comuni, 
sono oggi il presupposto prioritario di ogni attività, il 
criterio di “produttività" va misurato semmai sul 
continuo accrescimento, qualitativo, miglioramenti, 
potenziamento del patrimonio collettivo. I criteri della 
“economicità" e "produttività" capitalistici (la famosa 
razionalità economica) sono quanto di più anti- 
economico ed improduttivo dal punto di vista della 
società. I lavori socialmente utili, dunque, non sono 
un mero palliativo per una risposta “congiunturale” 
alla crisi dell’occupazione, bensì la strada obbligata 
per ridefinire il concetto di lavoro come valore d’uso 
per la società, e non come valore di scambio per il 
capitale. Ciò permette di sgomberare il campo fin da 
subito da ogni visione “assistenziaiistica" dei lavori 
socialmente utili, oppure considerarli come lavori 
fittizi, mentre il ‘Vero lavoro" continuerebbe ad essere 
quello "produttivo” per il capitale, cioè il lavoro 
salariato! Inoltre, rispetto a quello fin qui sviluppato 
nel nostro discorso, vi è un ulteriore considerazione, 
che introduce direttamente la problematica del reddito 
garantito. In primo luogo la ricchezza sociale creata 
oggi dallo sviluppo stesso delle forze produttive 
rende possibile, e non più utopica la prospettiva per 
ogni membro della società di avere diritto, fin dalla 
nascita, a una esistenza dignitosa a prescindere dal 
lavoro capitalisticamente inteso. Un diritto sancito 
per tutti in quanto individui sociali all'interno di una 
comunità: un "reddito di cittadinanza" appunto. Per 
chi considerasse queste idee del tutto inattuabili ed 
astratte, o che urtano la morale ed il “buon senso 
comune”, ricordiamo che una lunga traduzione di 
pensiero, al di là anche dello stesso marxismo 
rivoluzionario, ha posto con chiarezza la necessità di 
realizzare storicamente questo obiettivo. Alle origini 
delle costituzioni moderne, per esempio, Thomas 
Jefferson, nella fase democratico radicale della 
rivoluzione americana del 700, parta del “diritto alla 
vita", alla "libertà”, alla “felicità pubblica". La 
costituzione giacobina del 1793 prevede come 
prioritario il “diritto all'esistenza", per tutti i cittadini. 
L'organizzazione politica deve provvedere a questo. 
Se vogliamo andare ancora più indietro a parte il 
pensiero di Thomas More troviamo nel ‘600 Spinoza 
per il quale lo stato (inteso in senso del tutto diverso 
ed opposto a quello “moderno”) non è altro che la 
possibilità di realizzare al massimo della potenza la 
libertà, il benessere collettivo. Ricordiamo ancora 
varie correnti del “socialismo utopistico", oppure i 
socialisti fabiani, i coniugi Webb, lo stesso Bertrand 
Russel, già citato. Il nostro punto di riferimento 
sicuramente rimane il marxismo critico e creativo, 
poiché in Marx troviamo l'espressione più compiuta 


anche se ancora lineare e basata per molti versi 
sull’idea di "progresso" illimitato, deile possibilità di 
gestazione di una società nuova, di un'altra con- 
cezione della ricchezza sociale e del suo uso, del 
lavoro e dell'attività umana, in generale della coope- 
razione e del carattere “sociale” della produzione al 
massimo livello di sviluppo del capitale. Dall'utopia 
alla scienza, potremmo dire scherzando con la ter- 
minologia classica. Solo che questa “scienza" è 
scienza delle lotte: se le condizioni materiali per un 
processo di liberazione sono date, il passaggio non 
è automatico, scontato, lineare. La conquista quo- 
tidiana nello scontro di classe e nel conflitto per- 
manente di nuovi diritti, spazi, possibilità di vita 
collettiva, tempi alternativi, caratterizza all'interno 
della crisi questa nostra epoca tormentata. 


SUL REDDITO GARANTITO 

Come abbiamo cercato di delineare nel discorso fin 
qui affrontato, il dibattito non è nuovo ed ha solide 
radici. Abbiamofornito qualche spunto, ma moltissimi 
altri si possono trovare nell’ambito della storia del 
pensiero moderno fin dalle sue origini. 

Ciò che più interessa, comunque, è seguire alcune 
tracce che ci riportano immediatamente allo sce- 
nario attuale ed alle possibilità materiali che esso 
apre. Cercando di individuare anche ciò che pensa 
il “nemico", a proposito, e le proposte che il capitale 
e leteorie economiche neo-borghesifannoa riguardo 
del problema del reddito garantito. Prima però, 
ancora qualche “excursus” storico-analitico. 

Le prime forme di “reddito minimo di sussistenza” 
furono instaurate dal capitale nel quadro delle “poor 
laws", come strumento di “regolazione sociale" della 
violenza dell'accumulazione primitiva. 

Cosa significavano queste misure? 

Il reddito minimo garantito doveva soppiantare, con 
il versamento di un salario monetario d’esclusione, 
l'espropriazione delle condizioni sociali della ripro- 
duzione determinata dalle “recinzioni” delle terre 
comunali e dalla rottura dei meccanismi tradizionali 
della solidarietà comunitaria. 

Una logica assai simile a quella difesa oggi da molti 
“neo-liberali" per abolire il Welfare State. La logica 
capitalistica neo-liberaie concepisce un reddito 
pu ramente monetario di sussistenza dentro la logica 
di riproduzione del rapporto salariale. 

Al contrario, la storia delle lotte operaie contro il 
lavoro salariato ha sempre contrapposto u n concetto 
che potremmo definire “reddito di cittadinanza”, 
inteso come diritto universale diogni membro della 
società all'accesso ad un insieme di valori d’uso 
riconosciuti come socialmente indispensabili ed 
irriducibili alla stessa logica di un transfert puramente 
monetario. 

Lange - economista marxista “non ortodosso", 
secondo la logica del socialismo di piano dominante 
in URSS, ed uno dei fondatori dell’economia del 


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Dicembre 1993 


European Covnter Network - Milano 


benessere - nel 1936 durante la grande crisi 
americana, scriveva in maniera lucida, anche se 
"datata" per motti versi, che “bisogna riconoscere 
che il capitale ed il progresso della produttività sono 
un prodotto della cooperazione sociale e quindi ap- 
partengono a tutti e fondano ouindi il diritto ad un 
dividendo sociale per tutti i membri della collettività”. 
Nel 1930 io stesso Keynes, molto più radicale dei 
suoi moderni epigoni, nelle "prospettiveeconomiche 
per i nostri nipoti”, rilevava che rispetto all'ipotesi di 
una moltiplicazione da 4 a 8 volte della produzione, 
alle soglie di questo fine secolo, l’uomo si sarebbe 
trovato per la prima volta di fronte al suo vero 
problema: "... come impiegare la sua libertà dalle 
cure economiche più pressanti, come impiegare il 
tempo libero che la scienza e l’interesse composto gli 
avrannoguadagnato, perviverebene, piacevolmente 
e con saggezza .... dovremo adoperarci affinchè il 
poco lavoro che ancora rimane sia distribuito fra 
quanta più gente possibile... turni di3oreesettimana 
lavorativadi 1 5 ore possono tenerea bada il problema 
per un buon periodo di tempo ... rivaluteremo di 
nuovo ifini sui mezzie preferiremo ilbene all'utile ...”. 
Certo, possiamo anche sorridere amaramente oggi 
nei confronti di queste parole cosi piene di ingenuo 
ottimismo e di "utopia riformista". Il capitalismo 
realizzato nell'economia mondo ha innalzato a 
dismisura le soglie della barbarie e dell’Ingiustizia. 
Ciò non toglie che siano proprio questi i problemi su 
cui oggi si può ritrovare il filo rosso della lotta di classe 
e della liberazione comunista. 

Due idee contrapposte si possono dunque fin qui 
delineare: 

1) reddito minimo di sussistenza - nella versione 
neo-liberista 

2) "reddito di cittadinanza”, come portato storico 
della lotta di classe e sua possibilità di rilancio. 
Attorno a questo asse ruotano molte altre variabili, 
neo-keynesiane, "social-liberali", regolazioniste, ecc. 
In ogni caso, possiamo dire fin da subito che la 
proposta di “reddito di cittadinanza" congiuntamente 
alla lotta per la riduzione generalizzata dell’orario di 
lavoro, alla riappropriazione dal basso del Welfare e 
dei meccanismi dell'amministrazione, contro 
l’apparato burocratico, statale, centralistico, 
definiscono un orizzonte di ottrepassamento del 
rapporto salariale. D’altra parte, questa piattaforma 
organica, in cui nessu no aspetto può essere separato 
dagli altri, NON PUÒ’ ESSERE RICONDOTTA AD 
UNA LOGICANEO-KEYNESIANA DI RITORNO AL 
PIENO IMPIEGO, viste le modificazioni strutturali 
della produzionedi superamento del modello fordista, 
l'innovazione tecnologica, e lo stesso sviluppo delie 
forze produttive del lavoro sociale. 

In sostanza, sia che si parli di reddito minimo indi- 
pendente dal lavoro, sia che venga rifiutata tale pro- 
posta, il parametro di riferimento rimane comunque 
('insuperabilità del lavoro salariato, concepito come 
forma “naturale” ed immutabile di ogni attività 


lavorativa. Anche la proposta di Gorz, che rappre- 
senta lacritica più radicale e diclasse alla “razionalità 
economica” del capitale, sembra limitarsi ad un pro- 
getto di società del tempo liberato dal lavoro, senza 
estendersi alla problematica della riappropriazione 
del lavoro, oltre la sua forma salariale e mercificata. 


LA TEORIA DEL R.M.G. COME 
STRUMENTO DI ATTACCO ALLE 
ISTITUZIONI DEL WELFARE. IL NEO- 
LIBERISMO 

L’idea del reddito minimo è attualmente ripresa dalla 
teoria neo-liberale. Si tratta del tentativo di renderla 
funzionale al programma di smantellamento del 
Welfare, perespropriareil lavoro daogni meccanismo 
di riproduzione autonomo da quello della vendita 
dellaforza lavoro. Concederedunque, insostituzione 
delle garanzie, del diritto di accesso a beni e servizi 
collettivi dello stato sociale, un R.M.G. agli esclusi e 
marginali, incapaci di adattarsi alla legge darwiniana 
del mercato. L’espressione radicale di questa 
formulazione del R.M.G. è rappresentata dalla “tec- 
nica dell’imposta negativa”, teorizzata dal grande 
profeta del monetarismo Friedman. Essa consiste 
nelfissare un reddito minimo socialmente accettabile 
e corrispondente ad una soglia di povertà. Potrebbe 
apparire, a prima vista, una teoria del R.M.G. indi- 
pendente dal lavoro In quanto il sussidio viene con- 
cesso in modo incondizionale, come una sorta di 
pensione di invalidità. In realtà, si tratta, al contrario, 
di un sussidio integrativo modulato in funzione dell' 
incitamento al lavoro. Infatti, non essendo in alcun 
modo sufficiente per vivere, esso spinge alla ricerca 
di occasioni di lavoro intermittenti, pari time, ecc. 
Succede che, fi no a raggiungere una soglia massima 
oltre ia quale l'imposta diviene positiva, il sussidio 
complementare decresce in funzione dei redditi da 
lavoro, ma in misura meno che proporzionale. 

In questo modo, il loro cumulo garantisce al bene- 
ficiariodel R.M.G. un reddito superiore al livello mini- 
mo di sussistenza, incentivando però monetaria- 
mente l’accettazione di lavori precari e di salari orari 
inferiori a quelli che, a tempo pieno, permetterebbero 
ri raggiungere la soglia di povertà! Non è un caso 
che, nel periodo reaganiano, il 60% dei nuovi postidi 
lavoro creati durante gli anni '80, corrispondeva a dei 
salari inferiori alla soglia di povertà. 


LA TEORIA SOCIAL-LIBERALE SUL 
REDDITO GARANTITO 

Il punto di partenza di questo approccio è la tesi 
secondo cui lo sviluppo della produttività è ormai una 
fonte strutturale di disoccupazione, che rende im- 
proponibile un ritorno al pieno impiego fondato sulla 


Autorganizzazione / Rifiuto del Lavoro/ Salario Garantito 



Centro Sociale Leoncavallo 


norma salariale a tempo pieno. Su questa base, è 
sviluppata la necessità di una riforma globale dell' 
organizzazione tradizionale del Welfare, fondata 
sull'instaurazione di un sussidio universale che per- 
metterebbe di separare reddito e lavoro, e nello stes- 
so tempo una riconversione del sistema della pre- 
videnza sociale funzionale alla competitività delle 
imprese. Massimi fautori di questa teoria sono autori 
come Guy Standing del "Bureau International du 
Travail" e gli inglesi K. Roberts e H. Parker. 
Rispetto alla formulazione deirimposta negativa” 
delleteorie monetariste neo-liberali, questa proposta 
si differenzia su due punti: 

1) l'instaurazione di un minimo sociale superiore alla 
soglia di povertà e come diritto garantito ad ogni 
cittadino; 

2) riunificazionedei diversi organismi della previdenza 
sociale in un solo organismo devoluto alla gestione 
del sussidio universale. 

Inoltre, la garanzia di un reddito indipendente dal la- 
voro e sufficiente per vivere, permetterebbe ad ogni 
individuo di ottimizzare la ripartizione tra tempo di 
lavoro e tempo libero. Ciò significa, in questa pro- 
spettiva, facilitare l'eliminazione delle rigidità rispetto 
allo sviluppo dei lavoro pari time, orari di lavoro fles- 
sibili o ridotti con riduzione proporzionale del salario. 
Secondo l’argomentazione di K. Roberts ripresa da 
molti altri si assiste alla regolazione della flessibilità 
di un mercato del lavoro duale, in cui il R.M.G. in 
quanto sussidio primario indipendente dal lavoro, 
rovescia lo schema stesso dello stato sociale. "La 
distribuzione primaria diventa sociale, mentre la 
distribuzione secondariadiventa liberale" (J. Ferry in 
un articolo in “Le Monde des Debats” 1993). Dove 
per distribuzione secondaria si intende il comando 
capitalistico sulla produzione della ricchezza sociale. 
Il R.M.G. così concepito eviterebbe la trappola della 
riduzione generalizzata del tempo legale di lavoro. 
Su questo punto centrale, possiamo dire sinteti- 
camente: un R.M.G. che non si articola come condi- 
zione minima ad unprogramma di riduzione gene- 
ralizzata deH’orario di lavoro, resta prigioniero all'in- 
terno di un processo di segmentazione politica e fi- 
scale della composizione di classe, una “società 
duale” divisa tra una sorta di aristocrazia operaia 
inserita nel rapporto salariale a tempo pieno ed un 
settore marginalizzato nei circuiti della seconda 
società dell'economia precaria del tempo libero. 


LA "SCUOLA REGOLAZIONISTA" 

Proprio per rifiutare la logica dell “due società”, del 
dualismo social-liberale, la scuola regolazionista 
(Coriat, T addei, ecc.) è portata a rifiutare la proposta 
di R.M.G. Ad essa viene opposto, inseguendo il 
mitico modello toyotista od anche svedese nel quadro 
del post fordismo, un nuovo patto sociale tra capitale 
e lavoro per lo sviluppo. Il riconoscimento dunque 
paradossale della “nuova qualità del lavoro”, del 


“savoi fare” dei lavoratori, ma come nuovo motore 
dello sviluppo capitalistico e del ritorno al pieno 
impiego. L'identificazione certo importante operata 
da questi autori della nuova qualità del lavoro vivo, 
si rovescia nella riproposizione di una politica iper- 
produttivistica, che imprigiona le potenzialità di 
autonomia della cooperazione operaia in un 
compromesso forzoso con il capitale, infunzionedel 
miraggio del ritorno al pieno impiego. 


LE IPOTESI DI GORZ 

Non è qui il luogo per analizzare in maniera 
approfondita il pensiero di Gorz, che rimane un punto 
di riferimento fondamentale. Auspochiamo altri 
contributi, da più parti, su questo filone. 

Ci basti cogliere la pregnanza con cui Gorz critica le 
formule legate al pieno impiego, sviluppo illimitato 
delle forze produttive e dei consumi tipici dell'epoca 
fordista, la rottura della dialettica lotte operaie e 
sviluppo capitalistico... “Non si tratta di produrre di 
più, ma di produrre altrimenti, altro, di meno...’’. 
Postulare che l'enorme risparmio di tempo di lavoro 
liberato dalle nuove tecnologie deve essere 
comunque canalizzato dentro la norma fordista del 
“pieno impiego", corrisponde all’accettazione della 
logica perversa della rottura del salariato in due 
società. Si tratta di rovesciare lo schema della 
"razionalità economica" capitalistica e sviluppare un 
programma di transizione ad una società del tempo 
libero. Una“marginaiizzazioneprogressivadel lavoro 
salariato a scopo economico, a vantaggio delle 
attività creative, libere, sulterreno della riproduzione" 
... L’egemonia, in sostanza, della società del non 
lavoro su quella del lavoro. Non c’è qui forse il rischio 
di un altro dualismo, seppure in forma rovesciata? Ci 
sembra che lo schema di Gorz rimanga prigioniero, 
esso stesso, di un concetto di “lavoro" identificato 
come lavoro salariato tout-court. Perciò, il concetto 
di tempo libero rimane comunque legato alla sua 
figura specularmente opposta, al tempo di lavoro 
coatto, comandato a servizio del capitale. Da questo 
punto di vista, è chiaro che la liberazione dal lavoro 
salariato viene vista in termini puramente negativi, 
come “rifiuto del lavoro" in generale, e non anche 
come riappropriazione e ridefinizione di un altro 
concetto di lavoro, dell’attività sociale umana come 
valore d'uso collettivo, sganciata dalla logica del 
capitale. Certo, il pensiero di Gorz è estremamente 
più complesso di queste brevi annotazioni. Ma alcuni 
rischi cui si sottopone la sua teoria sono reali. 

Ma quali sono le proposte di Gorz? 

1) Legare la garanzia di un reddito garantito ad un 
programma di riduzione progressiva, ma radicale, 
del tempo di lavoro senza riduzione di salario. “Il 
reddito garantito è un reddito a vita. Si tratta sempli- 
cemente della rimunerazione normale di una quantità 
di lavoro modulabile sull’insieme di vita". 

2) “Il diritto al reddito e al lavoro sono legati in ma- 


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European Court ter Network - Milano 


niera indissolubile, il reddito garantito rappresenta la 
partedi ricchezzasociale allaqualeciascunohadirit- 
to in ragione della sua partecipazione al processo 
sociale di produzione". 

Ci permettiamo una considerazione banale: chi, 
nella certezza di un reddito legato ad un tempo di 
lavoro modulabile sull'arco di tutta la vita (poniamo 
venti o trentamila ore di lavoro per ogni individuo) 
accetterebbe ancora di alienare il proprio corpo e il 
proprio sapere al capitale, a finalità produttive che 
per definizione gli sono estranee? 


CONCLUSIONI 

1) Si tratta di mantenere il legame tra reddito e 
lavoro, ma, a differenza di Gorz, di rompere attempo 
stesso esplicitamente ogni vincolo tra diritto al reddito 
garantito ed obbligo al lavoro salariato. In definitiva, 
si tratta di rendere indipendente il reddito dal lavoro 
salariato, ed al tempo stesso, legarlo ad un concetto 
di lavoro socialmente utile e necessario, ad una 
determinazione dell'utilità e finalità sociali della 
produzione, contro il profitto di impresa e per lo 
sviluppo del "bene comune". 

2) iltegame tra reddito garantito e il diritto al lavoro 
"socialmente utile" deve essere articolato non solo 
ad una riduzione generalizzata ed egualitaria del 
tempo di lavoro funzionale al rispetto degli equilibri 
ecologici, ma alla provvista universalistica di un 
insieme di servizi e valori d'uso (casa, scuola, sanità, 
ambiente, ecc.) in modo gratuito. Reddito e servizi 
devono essere considerati come “un pacchetto 
incomprimibile di garanzie” poste alla base della 
moderna cittadinanza sociale. 

3) la garanzia di questi valori d’uso e servizi e il loro 
sviluppo costituiscono ie priorità rispetto alle quali 
ridefinire le finalità sociali delia produzione, motore di 
un processo di riappropriazione del Welfare fondato 
sull'espansione del lavoro sociale e lacooperazione. 
Staccando definitivamente l'identificazione mecca- 
nica consolidata nell'abitudine, il luogo comune che 
vede l'unità tra stato - sociale - pubblico, perla defini- 
zione di una nuova sfera pubblica extra-statale, co- 
me spazio di autorganizzazione sui bisogni sociali e 
collettivi. 


Laboratorio dell 'agire comunicativo PADOVA 



SU LAVORO 
E NON-LAVORO 

La grave crisi economica che colpisce l’occidente 
capitalistico ha riacceso l'attenzione su una questione 
datempooggettodidibattito : laf ine dei ciclo fordista, 
la progressiva dematerializzazione della produzione, 
la rottura della dialettica lotte-sviluppo preludono ad 
una fuoriuscita dalla cosidetta "società del lavoro" ? 
Secondo alcuni ciò è possibile, anzi è in buona 
misura già realtà, e la contrazione inarrestabile del 
tempo di lavoro necessario, di cui la stessa 
disoccupazione costituirebbe una manifestazione 
non congiunturale, rafforzerebbe questa convinzione. 
Su un altro versante si ribatte che quest’ultimatesi 
sarebbe viziata dalla forzatura interpretativa di certe 
tendenze dello sviluppo capitalistico, che non possono 
comunque occultare un dato di fondo : il lavoro resta 
il mezzo di sussistenza e dì accesso al consumo per 
rimmensamaggioranzadellapopolazione mondiale. 
In realtà, dicevamo, i termini della questione sono 
vecchi e ci riportano a un dibattito iniziato nei primi 
anni settanta attorno ad alcune categorie marxiane 
- sussunzione reale, crisi della legge del valore, 
cooperazione sociale - di cui si intravedeva l'operare 
nella pratica sociale e si soppesavano le interne 
potenzialità di rottura. Un dibattito che non si è mai 
esaurito e che oggi riaffiora con nuovo impeto in un 
contesto sociale, però, radicalmente mutato, 
caratterizzato da un'osticità di lettura politica degli 
avvenimenti molto più accentuata e che 
probabilmente induce molti a privilegiare una 
“fenomenologia della prassi" non immune da derive 
oggettiviste, L' estrema complessità del quadro 
sociale consiglierebbe invece di evitare questo piano 
ediconsiderarelatematicadel lavoro come questione 
aperta, come laboratorio sociale di fine millennio, le 
cui molteplici implicazioni non sono comprimibili 
all'Interno deila contraddizione “lavoro/non-lavoro". 
Di persè la riduzione del tempo di lavoro, fino alla sua 
tendenziale estinzione, non apre alcuno spazio di 
libertà. L'essere “contraddizione in processo” non 
impedisce ai capitale di governare il rapporto tra 
diminuzione del tempo di lavoro necessario e 
accrescimento di quello superfluo in una prospettiva 
di normalizzazione sociale. Anzi, nella sussunzione 
reale, la circolazione conferisce ai lavoro necessario 
quel carattere sociale attraverso il quale, secondo 
Marx, il capitale costituisce la società. Ma questo 
“capitale antropomorfizzato", direbbe Camatte, non 


Autorganizzazione / Rifiato del Lavoro / Salario Garantito 


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Centro Sociale Leoncavallo 


si alimenta più del lavoro vivo ma della totalità 
dell'esperienza umana e nel suo dislocare la 
produzione nel tessuto sociale allargato richiede una 
quota sempre più alta di lavoro immateriale: ad ogni 
livello del processo lavorativo questa domanda si 
accresce imponendo al lavoro vivo di adattarsi, in 
maniera mobile e flessibile, ai flussi tecnologici che 
regolano l’attivazione del ciclo di produzione. In 
questo senso il lavoro ritrova una sua unità. Se è 
discutibile che una distinzione netta tra lavoro 
manuale e intellettuale sia mai esistita, essa fino ad 
oggi ha avuto un senso nella misura in cui rifletteva 
una gerarchia di comando, una evidente posizione 
subalterna del lavoro manuale rispetto a quello 
intellettuale. Oggi la ricomposizione del lavoro sociale 
dischiude due possibilità contrapposte: l'una prefigura 
uno scenario di dispotismo e di gerarchizzazione 
assoluta dei rapporti sociali, come risultato finale 
dell'assoggettamento dell'interezza del lavoro vivo 
al capitale; l'altra allude alla costituzione di un soggetto 
sociale capace di autogestire il ciclo produttivo fuori 
e contro il sistema normativo capitalistico. Su 
quest'ultimo punto, la ridefinizione di un soggetto 
antagonista, la discussione è particolarmente 
complessa. Si dice : il fatto che l’intelletto della forza- 
lavoro, da alcuni identificato nella categoria di 
“intellettualità di massa”, giunga nell'età maturadella 
sussunzione reale a coordinare e dirigere l'insieme 
delle procedure della produzione, rende 
oggettivamen te superfluo i I capitale, che storicamente 
aveva sempre riservato persè tale funzione e su di 
essa fondava il suo domi-nio. Esso, perciò, si 
affermerebbe come comando parassitario, il che 
porrebbe definitivamente fine alla dialettica tra lotte 
operaie e sviluppo. A noi, tuttavia, questa prospettiva 
pare ancoratuttada guadagnare poiché il lavoro vivo 
non si mostra capace, oggi, di autodeterminarsi 
politicamente al di là del capitale: sia perchè 
nonostante la rottura del nesso lotte-sviluppo 
permane una dialettica capitale-lavoro reintrodotta 
nel rapporto di classe dal potere sovradeterminante 
del denaro e dal governo capitalistico dei flussi 
tecnologici; sia perchè non si è estinto, in un quadro 
mondiale, lo sviluppo delle forze produttive e di 
nuove forme di stato sociale, soprattutto al Sud e all' 
Est. In altritermini, lo scontro tra i vecchi assetti della 
produzione e la produzione reticolare della "Terza 
rivoluzione industriale”, passando proprio attraverso 
il ruolo determinante del General Intellect .riporta 
l’autodeterminazione del lavoro dentro una 
dimensione di conflitto permanente. 

Le tecnologie della comunicazione e l’integrazione 
dei mercati colmano in parte il divario tra le aree 


avanzate e quelle arretrate ma se la tendenza a 
produrre più merci con meno lavoro va misurata su 
una dimensione globale è indubbio che le leggi dello 
sviluppo ineguale continuano a produrre il loro effetto 
calmierante sulla capacità di autoriproduzione del 
comando. In questo scenario, che rende lo spazio 
dell'autonomia sociale uno spazio di guerra 
quotidiana, non è ipotizzabile un esodo 
dell'intellettualità di massa verso una costituzione 
proletaria separata dal dominio poiché non differibile 
è il momento del conflitto. 

Resta da chiedersi se un'ipotesi altemativatanto alla 
teoria dell’esodo quanto al neoriformismo che invoca 
un Welfare impossibile sia praticabile .Noi riteniamo 
di si e forse affonda le radici in quella rivolta perii 
futuro lanciata, in tempi che paiono remoti, da un 
altro movimento operaio, generato dalla rivoluzione 
culturale del '68, riprodottosi nella crisi della fabbrica 
sociale e attorno al quale, fino alla fine degli anni 
settanta, si e’ strutturata una composizione politica 
e sociale entrata violentemente in collisione con la 
composizione tecnica dellaclasseoperaiadifabbrica. 
Un soggetto che è stato capace di alcune rotture 
fondamentali, innanzitutto rispetto alla cultura del 
lavoro, scoria cattolico-positivista che perseguita da 
lunghissimo tempo i soggetti operai se già il buon 
Lafargue denunciava che i “lavoratori salariati, conia 
loro cultura del lavoro, diventata quasi una 
perversione, sono corresponsabili della loro 
condizione miserabile". Questa cultura, che ha 
accoppiato di volta in volta il lavoro con con il 
progresso sociale, il sacrificio, il nazionalismo, che 
hapervertito i concetti di libertà e di eguaglianza, ha 
prodotto danni devastanti, trasformando il movimento 
operaio in partito d’ordine, in guardiano di sè stesso. 
Ebbene negli anni settanta, nel cuore di una crisi ben 
più pesante di quella attuale, l’altro movimento 
operaio ha avuto l'intelligenza, la determinazione e 
a tratti la forza di contrapporre la parola d’ordine del 
"rifiuto del lavoro” a chi costruiva le compatibilità 
sociali per gli anni ottanta sulla “politica dei sacrifici”, 
ha scelto la strada dell’approfondimento delle 
contraddizioni, lavorando alla rottura dell'esistente. 
Si dirà che questo nuovo soggetto è stato sconfitto, 
ed è vero. Tuttavia un patrimonio critico, 
comportamentale, culturale hacontinuato a riprodursi 
sotterraneamente in questi anni, ha contaminato e si 
è contaminato, ha iniziato a dialogare con soggetti 
dai linguaggi e le identità differenti, a imparato, 
soprattutto a comunicare e nel far questo ha 
rintracciato, forse, la nuova dimensione del conflitto. 
Oggi, come non è pensabile un lavoro che non sia 
lavoro sociale, destrutturato nella fisicità e 
decentralizzato nel territorio, cosi non è pensabile un 


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European Covrite r Network - Milano 


non-lavoro senza una rete di soggetti capaci di 
costruire attorno ad esso una battaglia per la qualità 
della vita, per la riappropriazione del tempo e la 
liberazione degli spazi, capaci di Inserire queste 
coordinate dentro un' ipotesi articolata di 
autorganizzazione sociale e di autogoverno 
territoriale. Su questo piano è possibile rideterminare 
una forzatura, dislocare nuovamente la tematica del 
lavoro su un orizzonte più avanzato di rottura delle 
compatibilità sociali; un contesto politico in grado di 
valorizzare le esperienze di autoproduzione e di 
autogestione e di recuperare a una dimensione 
collettiva\e forme di lavoro autonomo e cooperativo, 
aitrimenti destinate ad essere del tuttofunzionali alla 
valorizzazione capitalistica. Certo, la quotidianità si 
apre su uno spaccato sociale che parla il linguaggio 
duro e necessario della resistenza, che ci rimanda 
all’essenza del lavoro, la sopravvivenza, Un corpo 
operaio sempre più esile, segnato dalle sconfitte, è 
costretto a lottare percontinuare ad essere sfruttato. 
Non è la prima volta che ciò accade nè sarà l'ultima; 
tuttavia oggi al consueto onere di sopportare i costi 
della crisi si aggiungono gli effetti di una serie di 
processi irreversibili : la contrazione esponenziale 
del tempo di lavoro necessario, la qualificazione 
delle mansioni professionali, la disgregazione della 
fisionomia di classe. Queste che si apprestano a 
divenire delle invarianti dello sviluppo disegnano 
forzatamente un rapportonuovo trai soggetti sociali 
e il lavoro, un rapporto che riflette la complessità del 
sistema sociale che lo produce e che impone una 
politica di rìapproprìazìone : del tempo, del sapere, 
degli spazi. Perchè questo è oggi il dominio : 
un'organizzazione reticolare degli spazi e dei tempi 
a cui occorre opporre una concezione del tempo 
come spazio liberato dell’esperienza umana, (percorsi 
della resistenza operaia possono tornare ad essere 
percorsi dell’insubordinazione sociale solo dotandosi 
di questa prospettiva generale. Qui sta la 
scommessa, altissima, dei nostrigiorni: costruire dal 
basso un modello sociale alternativo alla società del 
lavoro, una sfera pubblica autonoma che ripristini i 
valori della solidarietà, della cooperazione, della 
differenza, che faccia del conflitto il motore della 
propria identità. 

Polo ECN di Roma 
Redazione di Crosspolnt 



Per i giorni 4 e 5 dicembre è 
riconvocata, presso il Csa 
ex Emerson, l’assemblea 
nazionale dei centri sociali 
autogestiti per discutere più 
approfonditamente del 
rapporto con le lotte sociali, 
i processi di 
autorganizzazione dei 
lavoratori e, più in generale, 
la lotta contro l’uso 
capitalistico della crisi. 
Pubblichiamo questo 
materiale, che comprende 
due appendici (una 
sull’accordo Cgil, Cisl, LUI 
sulle rappresentanze 
sindacali unitarie - r.s.u.; 
l’altro un commento 
illustrativo dell’accordo dello 
scorso 3 luglio), per off ire 
una chiave di lettura sui 
processi, di lotta e di 
organizzazione, che si sono 
determinati nell’ultimo anno. 

Una linea di demarcazione. La data che ha simbo- 
leggiato l'apertura di una nuova fase della lotta di 
classe in Italia è sicuramente quella del 31 luglio 
1992. Cgil, Cisl ed Uil si pongono in prima fila 
nell'operazione di risanamento economico e siglano 
(T rentin, oltretutto, senza mandato) l’accordo del 31 
luglio. Lo spirito dell'accordo “è la consapevolezza 
della necessità che le imprese recuperino 
competitività". Il merito dell'accordo è il blocco della 
contrattazione decentrata, il congelamento dei 
contratti del pubblico impiego, la sepoltura definitiva 
della scala mobile e di ogni meccanismo di indiciz- 
zazione dei salari alle dinamiche dei prezzi. 

E' l’accordo che governo e padroni volevano, dopo 
che Amato con la manovretta del 9 luglio ’92 aveva 


Autorganizzazione/ Rifiuto del Lavoro/ Salario Garantito 


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Centro Sociale Leoncavallo 


rastrellato 33.000 miliardi con tasse, bolli, depositi 
bancari dell'utenza più debole quella costituita da 
lavoratori e pensionati che non investono in Bot o 
CCT etengonoilcontocorrente per avere l’accredito 
delle spettanze mensili. Un segnale preciso di 
acquiescenza sindacale alle grandi manovre 
dell'autunno: svalutazione della lira, Finanziaria da 
80 mila miliardi con lo smantellamento del sistema 
sanitario, riforma delle pensioni con l’allungamento 
della vita lavorativa e il depauperamento delle inden- 
nità pensionistiche, la legge delega del pubblico 
impiego che crea aree di privilegio superpagate e a 
cui concede autonomia lobbistica (possibilità di 
condurre trattative, contratti con privati) mentre per 
il personale, sotto forma di demagogica moraliz- 
zazione consegnata come messaggio ai media si 
prepara una mobilità selvaggia, la possibilitàdi misure 
discriminanti (fino al licenziamento) per chi sta fuori 
dalle clientele partitiche sindacali: questa è l'essenza 
della privatizzazione del rapporto di lavoro. 

Lacrisi T utto questo prende corpo dentro una crisi di 
portata internazionale, quale non si vedeva da quella 
“petrolifera" del 1973 e che ha come caratteristica 
principale una fase di recessione prolungata che ha 
portato alla crescita zero di tutti ì centri internazionali 
dell'economia capitalistica (Usa, Germania, Giap- 
pone...). 

In Europa, sullo sfondo di questacrisi, laconcorrenza 
capitalistica gioca una battaglia decisiva per la 
conquista di aree di mercato e di approvvigionamento 
di materie prime. La posta in gioco è la preminenza 
sull'Unione economica europeadisegnatadal trattato 
di Maastricht: sopravvivere oggi significa poter pun- 
tare ad una nuova stagione di colonizzazione tecno- 
imperialistica (verso ie “nuove frontiere” dell’est 
europeo, il Maghreb, il vicino Oriente) capace di 
creare anche nuove aree di consumo. 

In Italia i gruppi capitalistici, il complessofinanziario- 
industriale ha da sempre manovrato la macchina 
dello Stato a proprio piacimento; basta pensare a 
come la dilatazione della spesa pubblica sia servita 
negli ultimi quindici anni a pagare alle Imprese i costi 
della ristrutturazione produttiva, sotto forma di defi- 
scalizzazione, di cassa integrazione, di contratti di 
formazione/lavoro, di incentivi alla rilocalizzazione 
delle aziende. Oggi ilcapitale italiano si batte pernon 
dover cedere senza adeguata contropartita i privilegi 
dettati dal protezionismo garantito dal sistema 
doganale, che dovrebbe aver termine nel 1993, sul 
mercato interno (il 46% che la Fiat oggi detiene nel 
settore dell'auto, e che non vuol cedere, ad esempio). 
Per i padroni “risanamento" è piegare il bilancio dello 
stato al sostegno delle proprie necessità e piegare 
tutto il corpo sociale alle proprie esigenze (politica 
delle compatibilità). Rastrellare quindi finanziamenti 
per la ricerca, scaricare sui bilanci dello Stato e delle 
famiglie dei lavoratori un nuovo massiccio riadegua- 
mento della base produttiva (circa 500 mila posti di 
lavoro ne M'industria da tagliare), farsi regalare con le 
privatizzazioni le aziende buone possedute dallo 


Stato (vedere Lucchiniche s’è inghiottito Magonaed 
Uva a costi bassissimi). 

Questoprogrammadieuropeizzazione dell'economia 
italiana deve essere pagato dagli strati sociali più 
deboli della società, coloro che hanno pochi risparmi 
da consegnare alle Borse e pochi denari da buttare 
nel consumo di beni voluttuari. Si riformano quindi le 
pensioni, pagandole sulla base degli ultimi 1 0 anni e 
soprattutto abrogando tutte le possibili scorciatoie: a 
65 anni gli uomini, a 60 le donne ! Una formidabile 
rapinadi tempo di lavoro, un dispositivo di coercizione 
al lavoro a vita che fa giustizia di tutti i dibattiti sulla 
qualità della vita e sulla possibilità che la rivoluzione 
produttiva dettata dall'applicazione dell'Informatica 
e delle nuove tecnologie potesse ridurre il tempo di 
lavoro. Al capitale interessaselo la propria riprodu- 
zione e la massimizzazione dei propri prof itti: non ha, 
e non può accettare, vincoli di naturasociale, ambien- 
tale, antropologica. Ma sulle pensioni non è finita qui: 
il direttore dell'lnps ricorda che attualmente vengono 
pagate in Italia 20 milioni di persone e che, con il pro- 
gressivo invecchiamento della popolazione, infuturo 
non si può continuare a spostare risorse economiche 
così ingenti per ...una spesa improduttiva. Chi vorrà 
la pensione, deve cominciare a pagare dalla nascita 
i contributi volontari a qualche strozzino-Company 
che si serve del denaro fresco per agire nel ramo 
della speculazione immobiliare-finanziaria. Affer- 
mazioni perentorie che fanno capire, anche a chi si 
rifiuta di vedere la realtà, come lo stato sociale sia 
mera chimera in una società capitalistica. 

Taglio alle pensioni, taglio alla sanità, notoriamente 
chi è malaticcio è meno produttivo e quindi anche 
questa finisce per essere una spesa improduttiva... 
La società che viene disegnata dalle Multinazionali 
e dal ceto politico che le sostiene è una società rigi- 
damente duale dove la sfera della libertà economica 
dal bisogno è garantita, anche nel Nord capitalisti- 
camente sviluppato del mondo, solo ad una mino- 
ranza. 

Le elezioni del 5 aprile, il 31 luglio, il governo Ciampi 
L'unione economica europea e la più generale ripresa 
su larga scaladi conflitti interimperialisticifra ipoli del 
capitale multinazionale (Usa, Germania, Giappone) 
in unafase recessivadella congiuntura intemazionale, 
costringono Conf industriae Governo a mettere ordine 
nella politica economica italiana. 

Risanare il disavanzo statale - prodotto dall’occu- 
pazione dei partiti della macchina pubblica, di cui 
tangentopoli è solo la punta dell'iceberg e dalla 
natura assistita del capitalismo italiano che ha potuto 
scaricare i costi della propria ristrutturazione produt- 
tiva sul bilancio dello stato diventa la parola d’ordine. 
E’ un elemento detonante per una crisi politica, 
epocale dal punto di vista del regime democristiano, 
mettendo in crisi l'equilibrio garantito dall'intreccio 
affari- politica sotto il cappuccio delle massonerie ed 
i profitti dell'economia mafiosa. 

Ma crisi di regime, difficoltà di formule, revisione del- 
le leggi elettorali non significa crisi di governabilità, 


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Dicembre 1993 


European Counlor Network - Milano 


come vogliono farci credere all'indomani del 5 aprile 
tutti i media. Il governo Amato ha dimostrato di quan- 
to fosse vacua tutta ladiscussionesui risultatielettorali 
del 5 aprile: “non c'è maggioranza, si va verso l'ingo- 
vernabilità’*, per non dire delle cantonate prese da 
Occhetto - ve lo ricordate “il governicchio”? 

La governabilità è garantita dui programma della 
Confindustria, chegià neldicembre '91 aveva disdetto 
quel poco che restava della scala mobile. Un pro- 
gramma che vuole dotare di nuova linfa finanziaria i 
gruppi imprenditoriali italiani che si apprestano a 
subire la fine del protezionismo secolare, causa la 
libera circolazione di capitali. 

Ed ecco allora la necessitàdifarpagare al lavoratori 
salariati ed ai pensionati la voragine del bilancio 
statale. Ecco la cancellazione delle politiche sociali 
(sanità in primis) dalle voci della spesa pubblica che 
va tutta riorientata nel sostegno dell'impresa. Non si 
tocca l’evasione fiscale e la rendita parassitarla sugli 
immobili e sui titoli di stato - necessari per mantenere 
aperte dinamiche di domanda e di consumo interne 
e garantire la coesione di un blocco sociale, sotto la 
guida della grande imprenditoria. Ed ecco la canea 
dei 101 alle proprietà economiche/immobiliari dello 
Stato che, come diceva Gardini a nome della Con- 
findustria, prima del suicidio, “non devono essere 
vendute dallo Stato, ma svendute”: quale migliore 
sintesi alla politica di privatizzazione inaugurata. 
Una morale molto semplice: negli anni '80 loro si 
sono arricchiti indebitando lo stato, ora noi dobbiamo 
pagare! 

E' un governo forte, quindi, quello che passa diret- 
tamente nelle mani del Governatore della Banca 
d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, perchè ha dalla sua i 
programmi indicati dalla Confindustria ed assume 
Maastricht come regolatore della propria politica 
economica. Solo chi non conosce il complesso 
industrial-finanziario può pensare che la debole 
maggioranza parlamentare possa essere messa in 
crisi dalle tangenti o dalla legge elettorale, prima 
della Finanziaria perii '94. E' un governo forte perchè 
vuole incassare in pochi mesi quello che è stato 
preparato in un decennio. 

Facciamo qualche passo indietro. Alla metà degli 
anni settanta il ciclo di lotte iniziato nel biennio '68/69 
subisce un impennata: l'autonomia operaia, intesa 
come estraneità/rifiuto del lavoro salariato e della 
società capitalistica, si è ormai estesa dalla fabbrica 
a tutto il territorio. Attorno alla figura dell'operaio 
massificato delle linee di produzione della grande 
fabbrica si va ricomponendo l'interezza degli strati 
sociali subalterni. Gli operai, i proletari del quartiere, 
gli studenti, i soldati lottano al di fuori delle organiz- 
zazioni del movimento operaio (Pei, sindacato, gruppi 
della nuova sinistra), e le loro lotte pongono esplici- 
tamente il problema dei potere. Autoriduzione delle 
bollette, occupazione di case, generalizzazione del 
potere operaio in fabbrica, l'organizzazione dei soldati 
all'interno di caserme dove generali e servizi segreti 
ideavano un tentativo di colpo stato dietro l’altro, 


“sotto l'ombrello protettivo della Nato” (così definito 
da Enrico Berlinguer), e delle varie Gladio, Rosa dei 
venti che impestavamo il paese. La spesa pubblica 
viene dirottata da serbatoio infinito per le clientele e 
le consorterie a prezzo da pagare alla conflittualità 
proletaria. Avvengono così, in rapida successione, 
conquiste come quelle dell'assistenza sanitaria, degli 
asili nido, della scuola di massa, delle 150 ore. Con- 
quiste che non sono il frutto del riformismo plccista 
e sindacale (le famose riforme di struttura, il nuovo 
modo di fare l'automobile, gli Investimenti al sud) che 
non han no mai visto la luce, ma il prezzo pagato dallo 
Stato alla capacità proletaria d i lottare per cominciare 
a soddisfare i propri bisogni. Il blocco del meccanismi 
d’accumulazione capitalista in fabbrica e questi ri- 
sultati portano l’impresa Italia sull’orlo dell'abisso. Il 
sindacato non può continuare a cavalcare la tigre 
della lotta operaia, usando un'espressione in uso 
all’epoca; deve riportare la lotta operaia all'interno 
dei meccanismi di valorizzazione capitalistica del 
lavoro. Mentre l’autonomia operaia nelle grandi 
fabbriche metalmeccaniche pone all'ordine del giorno 
già nel 1 975 il problema delle 35 ore pagate 40, per 
ratificare i rapporti di forza interni alla fabbrica e per 
delimitare il tempo di lavoro, non solo nell'affer- 
mazione egualitariadel“lavoraretutti, lavorare meno", 
ma nella prospettiva di un rovesciamento generale 
dell'organizzazione societaria, il sindacato svuota i 
consigli di fabbrica e gli altri organismi che aveva 
dovuto tollerare per non essere espulso dalle fab- 
briche imponendo lapoliticadeisacrifici.Unastagione 
battezzata dairisultatielettoralide!20 giugno '76 che 
pongono il Pei ad un passo dalla De e dall’illusione 
della sinistra gruppettara convinta di poterspingere, 
novella mosca cocchiera, il Partito comunista ad un 
ruoio d'alternativa (“governo delle sinistre") al re- 
gime democristiano. Il Pei sceglie la politica delle 
astensioni, della solidarietà nazionale con la De, 
invoca i sacrifici degli operai, vota leggi liberticide (la 
Reale prima, poi le varie leggi dell'emergenza). 
Nasce lo Stato dei Partiti come forma di potere e di 
dominio che si pone l'obbiettivo di venire a capo del 
sovversivismo dilagante, in soldoni delle lotte di 
potere. Il Pei elegge l'autonomia a proprio nemico 
mortale e vota il finanziamento pubblico ai partiti 
perchè avrebbe moralizzato la vita politica italiana 
dopo lo scandalo Lockeed, eliminando la vecchia 
abitudine dei partiti di governo di rifornirsi con i fondi 
neri... con risultati che sarebbe troppo facile com- 
mentare in questi mesi... 

Nasce allora la Seconda repubblica con il 
consociativismo tra maggioranza e opposizione, 
con la criminalizzazione ed i carri armati contro il 
movimento del '77 per impedirne la saldatura con la 
classe operaia; carceri e tribunali speciali, il confino 
contro icomunisti dell’autonomia operaia, il processo 
7 aprile che inaugural'usanzadiprocessare a mezzo 
stampa e televisione. Storie lontane che è utile 
richiamare poiché il frutto di queste scelte viene 
pagato pesantementedatuttiglistrati sociali proletari, 


Autorganizzazione / Rifiuto del Lavoro / Salario Garantito 


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Centro Sociale Leoncavallo 


ancora oggi, e si è ripercosso anche sul terreno dei 
diritti civili e dei rapporti sociali che ne escono pro- 
fondamente imbarbariti. Pesantissimo il prezzo paga- 
to dalla classe operaia che vede ridimensionare il 
suo peso politico e materiale. La rivincita della Fiat 
sulla classe operaia nell'autunno '80, complice il 
sindacato, è lo spartiacque che annuncia .a modifica 
dei rapporti di forza e pone la classe operaia sulla 
difensiva, meglio sarebbe dire in rotta. Ma il capitale 
non vuole segnare soltanto punti politici a proprio 
vantaggio, vuole affrancarsi, una volta per tutte, 
dalla dipendenza dal lavoro operaio. La fabbrica, 
tutto il ciclo della produzione va ridisegnato. Viaquin- 
di le lin ee di montaggio, le catene che massificavano 
le condizioni di lavoro ed i comportamenti operai. 
Spunta il decentramento produttivo con le mille ditte 
dell'indotto;spuntanoleisoledimontaggio;sbarcano 
le nuove tecnologie e l’automazione in fabbrica. 
L’operaio, ma questo vale ormai anche peri lavoratori 
deiservizi non solo non ha più il controllodelciclo, ma 
non ne percepisce l'interezza. Indivdualismo, indif- 
ferenza, desolidarizzazione sono prodotte non solo 
dalle sconfitte, dai continuicedimentidi sindacati che 
contrattano licenziamenti di massa, ma anche da 
questa nuova realtà produttiva. Gli anni '80 sono 
l'affermazione di questa deregulation all'italiana che 
ridisegna la base produttiva, indebolisce economi- 
camente con i licenziamenti e il taglio della scala 
mobile, determina un massiccio ridimensionamento 
del peso del lavoro di fabbrica - giunto ora ad essere 
poco più del 25% di tutto il lavoro dipendente. 

Natura, forme e composizione del movimento 
d'autunno '92. Non avevano compreso quanto grande 
fosse lo sdegno, lo schifo che si era stratificato 
nell'intero mondo del lavoro in questo decennio. 
Fino agli scioperi spontanei di settembre pensavano 
di averla fatta franca, dando in pasto agli iscritti Cgil 
le finte dimissioni di Trentin, ratificando poi, a set- 
tembre, nel direttivo Cgil, l'accordo stesso. Ma la di- 
stanza fra il Sindacato- istituzione ed il paese non era 
rappresentata solo da quest'errore di valutazione, 
tant'è che il segretario generale della Cgil parlava in 
quei giorni di prestito forzoso (riedizione del musso- 
liniano oro alla patria) ed indicava nei contratti d’au- 
sterità (agganciamento dei salari e degli orari ai pro- 
fitti delle imprese) la via da seguire. 

La contestaz ione feroce e continu a, nelle piazze, dei 
dirìgenti sindacali responsabili del disastro del mondo 
del lavoro ha sorpreso gli apparati sindacali. Lo 
dicevamo a proposito dell'Infausta giornata toccata 
a T rentin a Firenze il 22 settembre: hanno cercato di 
criminalizzare, hanno gridato alla ripresa del terro- 
rismo, hanno vissuto la piazza come se si trattasse 
di congiura, come se si perpetrasse il diritto di lesa 
maestà contro Sua Eccellenza Bruno Trentin. 
Questo l'esito delie trasformazioni avvenute nel 
sindacato CGIL: da rappresentante dei lavoratori ad 
istituzione di regime che come tale utilizza il servizio 
d'ordine di polizia e carabinieri. 


Il regime difende la leadership sindacale, utile solo a 
lui, ormai totalmente delegittimata, tutti d’accordo 
(media, partiti, confindustria, economisti) a soli- 
darizzare con T rentin: hanno colpito uno di loro, uno 
dell’establishment ! 

Abbiamo visto l'ulteriore deriva sindacale nella 
manifestazione di Roma del 2 ottobre, con Larizza 
che parla da un palco distante 700 metri dalla gente: 
l'accordo segreto con il capo della Polizia Parisi per 
blindare gli oppositori della linea sindacale, LA 
GROSSA DOVIZIA DI MEZZI UTILIZZATA PER 
ASSOLDARE ILSERVIZIOD’ORDINESINDACALE 
e per tenere Larizza a distanza di sicurezza dalla 
Tumultuosa plebe”. Del resto lo stesso Parisi ebbe 
adire che, “in questo giorno polizia e sindacato sono 
la stessa cosa”. 

Una "stessa cosa” scolpita a forza di bastonate, 
lacrimogeni, manganellate, pestaggi nella testa di 
studenti, insegnanti, proletari che erano scesi in 
piazza persostenere l'unica parola d'ordine ammis- 
sibile di fronte ad un sindacato istituzione di regime 
coinvolto pure negliscandalidiTangentopoli: "devono 
parlare i lavoratori". 

Il fallimento di questa campagna di militarizzazione 
e criminalizzazione ha costretto i confederali a 
profondere ogni loro energia nel tentativo di imba- 
vagliare il movimento e precludergli ogni sbocco po- 
litico (revoca della manovra, caduta del Governo), 
frantumando in mille piccole scadenze l’unità del 
movimento, ed è infine venuto l'esito del direttivo Cgil 
e delle segretarie confederali: piena soddisfazione 
sugli esiti della trattativa con il Governo Amato... 
Da allora di manifestazioni, manco a parlarne. E’ qui 
che entra in scena il movimento dei consigli, certo 
frutto anche della volontà di lottadi settori consiste nti 
di delegati del nord ma soprattutto strumento di 
recupero dei confederali. Un movimento, questo dei 
consigli, che è il prodotto dell'abbandono sindacale 
dei luoghi di lavoro, della lucida consapevolezza di 
come stanno andando le cose, ma che è ancora pri- 
gioniero e utile appendice del sindacato confederale. 
E' perquesto che insistono nella rivendicazione di se 
stessi come consigli unitari, che nascondono la 
situazione di fatto di non essere rinnovati da anni, di 
essere figli del monopolio della rappresentanza 
sindacale garantito ai confederali dall'alt 1 9 dello 
Statuto dei lavoratori. 

A forza di autoconvocazioni, sono arrivati a riunire 
più di mille consigli nell'assemblea milanese del 27 
novembre. Tutti o quasi, per lo sciopero generale, 
ma impotenti a convocarlo per il rapporto con i 
confederali: è finito tuttocon la proclamazione di una 
settimana di lotta per metà dicembre, che ha visto 
solo uno sciopero Fiom a Milano il 16 dicembre (5 
mila in piazza, contro i 50 mila di fine ottobre, questo 
il risultato di un pesante boicottaggio della 
manifestazione da parte dei confederali). 

Riteniamo che su questi Consìgli si sia addensato in 
questafase uno degli equivoci più consistenti, percuì 
vale la pensa di spendere qualche parola. Dopo che 


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Dicembre 1 993 


Euro peci n Counter Network - Milano 


il plexigas, la militarizzazione poi ziesca delie piazze 
ed i caschi gialli erano state la folle, e suicida, rispo- 
sta di Cgil, Cisl, Uil al movimento dell'autunno sono 
cominciate le convocazioni delle riunioni dei Consigli. 
In particolare due grosse assemblee nazionali e che 
chiedevano a gran voce la proclamazione di uno 
sciopero generale nazionale contro la politica econo- 
mica del governo. Sciopero che era stato addirittura 
fissato, nell'ultima assemblea, per rii dicembre. 
Maquestadecisione, in perfetto costume confederale, 
spariva dalla mozione finale approntata dai 
coordinatori dei consigli: non era compatibile con le 
dichiarazioni di Cgil, Cisl, Uil che valutavano posi- 
tivamente Il confronto avvenuto con Amato. 
Un'operazioneda colonnelli, classicadellatradizione 
che vede il momento sindacale come cinghia di 
trasmissione di decisioni politiche prese altrove. 
Tutto questo è passato in dimenticatoio, come l'im- 
pegno di fare assemblee aperte in tutti i luoghi di 
lavoro sottoscritto dai 600 consigli, per la convoca- 
zione della manifestazione del 27 febbraio a Roma. 
Anche qui abbiamo assistito ad un’indizione formale 
dei Consigli, mentre la riuscita delia manifestazione, 
importantissima, ovviamente, dal nostro punto di 
vista è ruotata attorno alla macchina organizzativadi 
Rifondazione e di “Essere sindacato” e, soprattutto, 
all’estesa volontà di andare, finalmente, ad una 
grossa manifestazione antigovemativa. Che da parte 
di Occhetto, e del coordinamento dei Consigli, fosse 
intesa come richiesta di un “governo di svolta" che 
associasse la tangentata quercia alla maggioranza, 
con tanto di grida alle possibili provocazioni di auto- 
nomi e autorganizzati, non se ne è accorto nessuno. 
Allo sbocco politico delle lotte ed al superamento 
positivo delle contraddizion i del movimentodei consigli 
non è riuscita a lavorare al meglio la magmatica are a 
dell'autorganizzazione. 

Consolidatasi nelle lotte di settore degli ultimi anni 
(Cobas della scuola, dei macchinisti etc.), l'area 
dell'autorganizzazione è diventata immediatamente 
il riferimento politico- organizzativo delle piazze che 
contestavano i sindacalisti. 

Purtroppo anche all’interno dell’autorganizzazione 
sono state riproposte vecchie logiche e stantii metodi 
da politicanti. 

L'esempio più estremo è senz’altro quello della CUB, 
nata dall’incontro di esperienze di sindacalismo indi- 
pendente come le RdB e gli espulsi milanesi delia 
Cisl. La Cub ha presto battuto la strada dell'organiz- 
zazione di un altro sindacato, indipendente dai con- 
federali, ma ripropositivo del funzionando di profes- 
sione ed ha fatto la scelta di stare al di fuori del movi- 
mento che si era espresso nelle piazze per costruire 
proprie scadenze teorizzando come unico esito inte- 
ressato del movimento il prezzo politico datar pagare 
ai confederali. Tiboni, in TV, è arrivato ad incitare al 
crumiraggio nei confronti del movimento di lotta 
contro Amato e le Rdb hanno parlato, a proposito 
delle contestazioni di piazza, di pratiche che legittima- 
no i vertici confederali ... il tutto per affermare che 


l'alternativa a Cgil, Cisl, Uil esiste già: iscrivetevi alla 
Cub ! 

Anche altre componenti si sono, pur con una netta 
diversità di comportamento, fatte tentare dalla sugge- 
stione di fondare il proprio sindacato, per erigersi ad 
interlocutore immediatamente organizzativo dell'e- 
morragia Cgil. E' il caso dello SLA (Sindacato Lavo- 
ratori Autorganizzati), costituito dai Cobas operanti 
prevalentemente all'interno delgruppo Fiat (Cassino, 
Arese, Pomigliano). Presenti come componente 
fondamentale nelle mobilitazioni milanesi SLA, 
peraltro con una carta costitutiva fortemente inno- 
vativa e condivisibile, si costituisce attorno alla cen- 
tralità dellafigura operaia dellegrandifabbriche. Una 
centralità che non ci pare essere e che ci sembra il 
riflesso della situazione milanese, che sta divenendo 
un caso più unico che raro nel panorama produttivo 
italiano. Centralità che non ci pare essere e non 
soltanto dal punto di vista numerico, quanto dalle 
modifiche introdottedalla ristrutturazionecapitalistica 
nel lavoro salariato: flessibilità, mobilità da un settore 
all’altro, toyotismo, decentramento delle produzioni 
verso il sud del mondo. ..Come irriproponibile ci 
sembra lo schema storico del movimento operaio 
italiano: “dalla classe operaia Fiat a tutta la classe 
operaia”, che echeggia costantemente negli interventi 
di questi compagni. 

T utte queste divisioni, e le conseg uenti cordate che 
sono state originate, ha a nostro avviso depotenziato 
l’autorganizzazione, impedendo di arrivare ad una 
manifestazione nazionale antigovemativa a Roma, 
ed obbligandoci a muoverci in modo sparso, con 
significativi momenti locali , ma incapaci di porsi co- 
me polo d'attrazione/organizzazione dei milioni di 
lavoratori scesi nelle piazze e che, ulteriore conferma 
di una mutata composizione tecnica di classe, nelle 
piazze e non nei luoghi di lavoro riscopriva la propria 
unità e la propria forza. 

L’opportunismo, il giocare di rimessa, ia demagogia 
che si nasconde dietro roboanti affermazioni la non 
volontà di mettere in atto ciò che viene detto hanno 
fatto molto danno, fino a screditarle, alle assemblee 
degli autorganizzati che si sono svolte negli ultimi 
mesi del '92. Non si può impegnarsi tutte le volte a 
preparare uno sciopero generale autorganizzato 
con manifestazione a Roma e, puntualmente, 
disattendere con la propria pratica quanto si è 
comunemente votato e deciso. 

La manifestazione del 27f ebbraio 1 993, t recentomila 
in piazza a Roma, che chiude quel periodo riflette 
appieno queste contraddizioni: i Consigli che negano 
la parola all’autorganizzazione (che è costretta a 
prendersela assaltando il palco), la Cub assente, e, 
soprattutto, un grosso regalo a sindacati e governo 
perchè l'accento è posto sulla testimonialità dello 
scontento e non sulla possibile costruzione di una 
lotta generale. 

Abrogare l'articolo 19 Insieme ad altri quesiti abro- 
gativi (sanità, previdenza, art. 47 del decreto Amato 


Autorganizzazione / Rifiuto del Lavoro / Salario Garantito 


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Centro Sociale Leoncavallo 


su! pubblico impiego), si raccolgono nelle primavera 
del '93 le firme prò referendum per l'abrogazione 
delParticolo 19 della L. 300/1970 (Statuto dei 
Lavoratori). L'articolo 19 riserva una serie di diritti e 
prerogative (convocazione assemblee, permessi 
sindacali, utilizzo di bacheche, indizione di consul- 
tazioni fra i lavoratori) ai sindacati maggiormente 
rappresentativi. Proprio in virtù delParticolo 19 si è 
dato vita ad un vero e proprio monopolio dei diritti 
sindacali da parte di Cgil, Cisl ed Uil. 

Un monopolio che ha consentito, in anni di concer- 
tazione con Governo e Confindustrìa, la liquidazione 
progressiva di tutte le conquiste ottenute in un ciclo 
di lotte ventennali sia sui luoghi di lavoro (oggi si 
lavora in meno, si lavora di più, si muore di più In 
incidenti di lavoro e non si conta più), che nella 
società sottoforma di diritti e di servizi sociali. 
Contratti bidone, espulsioni dal mercato de! lavoro, 
ripristino di condizioni anni '50 ... tutto questo senza 
che i soggetti interessati potessero esprimersi, 
potessero decidere. 

Un sindacato che si avvale dell’espropriazione dei 
diritti sindacali per affermare il proprio ruolo nelle 
istituzioni di un regime in via di decomposizione. Un 
processo cominciato alla metà degli anni '70 e su cui 
abbiamo abbandontamente insistito (politica dei 
sacrifici, linea dell'Eur, solidarietà nazionale, 
compatibilità). 

Mentre avvenivano questi passaggi cresceva nei 
posti di lavoro la mala pianta dei distaccati sindacali, 
dei burocrati a tempo pieno, imboscati che giravano 
conveg ni e pranzavano con le controparti utilizzando 
le cariche sindacali per la propria promozione sociale, 
costruendosi carriere E' successo, e succede, 
localmente quello che si è dato su scala nazionale 
con Marini, segretario generale della Cisl, divenuto 
Ministro del Lavoro (che, perprimo, appronta provve- 
dimenti perelevarel'etàpensionabile, provvedimento 
poi siglato da Amato), con Benvenuto, segretario 
generale della Uil, passato dalla grande burocrazia 
statale, segretario Ministero Finanze, alla politica 
tangentata come segretario del Psi, per non parlare 
di Lama a cui la politica filoconfindustriale fatta da 
seg retano generale della Cgil è valsa la vicepresidenza 
del Senato... 

Non è nostro interesse pubblicare elenchi che dimo- 
strano la "riconversione" di dirigenti sindacali in qua- 
dri d'impresa, in membri di Consigli d'amministrazione 
di Banche, assicurazioni, in dirigenti di partito, in 
superburocrati dello stato, elenchi peraltro pubblicati 
da settimanali come l’Espresso. Sarebbe interes- 
sante, e doveroso, che in ogni posto di lavoro venis- 
se documentata l'entità dei distacchi sindacali e la 
loro utilizzazione da parte dei rappresentanti sindacali, 
perchè questo darebbe la misura dei danni apportati 
dal sindacalismo di mestiere anche laddove, la 
singola azienda, è più vicino ai lavoratori. 

Certo, di per sè, i referendum, pur ponendosi come 
prosecuzione del movimento d'autunno contro pa- 
droni, governo e sindacato, non hanno la possibilità 


di rovesciare i rapporti di forza esistenti nella società, 
nè può essere affidato al pacchetto referendario la 
lotta contro l'uso capitalistico della crisi (disoccupa- 
zione, blocco dei salari, tagli dei servizi...). 

Detto questo non va però sottovalutata la portata 
politica dei referendum, in particolare di quello per 
l'abrogazione dell'articolo 1 9, la volontà di conquistare 
per tutti i lavoratori la libertà sindacale e la pratica 
dellademocraziadiretta nella definizione delle proprie 
forme di organizzazione e delle proprie piattaforme 
programmatiche, dando un colpo decisivo al sinda- 
cato- istituzione dello stato rappresentato da Cgil- 
Cisl - Uil con le conseguenti burocrazie di migliaia e 
migliaiadi sindacalistidi professione (lecifre, parlano 
di 40 mila...). 

Dopo tanto parlare la C UB si sottrae dalla raccolta di 
firme, mentre Rifondazione Comunista sconfessa 
alla propria Conferenza operaia di Torino i Cobas ed 
appoggia la posizione dei Consigli di fabbrica che 
hanno presentato due quesiti, sempre sull'articolo 
19, l’uno contrapposto all'altro: in un uno si chiede 
l'abrogazione secca dell'articolo, nell’altro (che è 
quello su cui i Consigli puntano e che collima con le 
proposte di legge prese ntate da Pds e Cgil) ci si limita 
ad una rettifica parziale che riequilibra il rapporto fra 
rappresentanze aziendali e sindacati nazionali. 

Ciò nonostante gli autorganizzati hanno insistito 
perchè sul quesito dell'abrogazione secca venisse 
condotta un'unica raccolta di firme, arrivando ad un 
accordo organizzativo che permettesse la cumula- 
zionedelle firme nonostantechel'inizìativadeiConsigli 
assumesse l’aspetto di un referendum- truffa-perchè 
non si può chiedere a nessuno di sottoscrivere due 
quesiti tra loro opposti. Un quesito truffa anche per 
le dichiarate (assemblea dei Consigli del 6 febbraio 
a Roma e numerose altre occasioni) intenzioni dei 
promotori (“sarebbe un fallimento giungere a votare 
per il referendum”), confermando l’operazione di 
recupero di credibilità effettuata - a vantaggio di Cgil, 
Cisl, Uil- e soprattutto il carattere strumentale della 
raccolta delle firme e del referendum. 

E' per questo che il successo ottenuto dal quesito 
che prevede l'abolizione pressoché integrale 
dell'articolo 1 9 rispetoa! quesito truffa è stato qualcosa 
di più che il deposito di un referendum: è stata una 
proficua battaglia di massa che ha visto crescere e 
coordinarsi nelle varie realtà lavorative e territoriali i 
Comitati per l'abrogazione secca, chiarendo fin da 
subito il ruolo delle R.s.u. proposte dai confederali. 
Unacampagna perchè in tutti i luoghi di lavoro, come 
nelle altre situazioni sociali, Il potere di decidere 
ritorni nelle mani dei protagonisti; ci interessa che 
venga praticata la democrazia diretta, riducendo ai 
minimi termini l'esercizio della delega e collegandolo 
strettamente all’istituto della revoca, costantemente 
utilizzabile dall'unità di base. E' questo che noi 
intendiamo per Consigli Unitari di Delegati, come è 
questo che intendiamo per le forme di rappresen- 
tazione politica dei vari movimenti di lotta e della loro 
ricomposizione dentro una comune piattaforma 


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sociale ed una pratica solidale, fondata sut ricono- 
scimento della comunanzad'intenti, della reciprocità 
tra uguali pur nella diversità di percorsi e posizioni. 
La questione della rappresentanza raccoglie tutto 
questo. 


Luglio ’93 

ACCORDO SUL COSTO DEL LAVORO, 
"CONSULTAZIONE", PROSPETTIVE 

L'accordo siglato il 3 luglio da Governo, Cgil, Cisl e 
Uil con le associazioni padronali va colto per intero 
nella sua natura di passaggio storico. Ci si mette 
dietro le spalle la storia recente del sindacalismo 
confederale - inaugurata con la "linea dell'Eur” nel 
1 976, e la relativa politica dei sacrifici per risanare il 
capitalismo italiano voluta da Berlinguer e da Lama, 
affermatasi in tutti gii anni '80, gli anni di tangentopoli 
e delle nuove povertà, attorno alla tematica dell'a- 
utoregolamentazione delle esigenze dei lavoratori 
della necessità delle loro “compatibilità" con i bilanci 
ed i profitti delle aziende- che haportato Cgil, Cisl ed 
Uil a cogestire la politica economica decisa dal 
complesso politico-industriale-fi nanziario. 

Negli anni '90 da cogestore il sindacalismo confe- 
derale diventa atutti gli effetti sindacato di stato. Una 
realtà già compresa e duramente contestata dopo 
l’accordo del 31 luglio del '92 e durante l'autunno, 
quando Trentin e gli altri dirigenti sindacali hanno 
provocato le piazze perdifenderelagovernabilitàdel 
paese (Amato) ed impedire uno sciopero generale 
n azionale contro la Finanziaria ed i decreti governativi 
su sanità, pensioni e pubblico impiego. Proprio la 
consapevolezza di questa realtà è stata la forza 
dell'impegno referendario di primavera che ha posto 
come centrale la questione della rappresentanza 
(abrogazione secca dell'alt 1 9), attorno a cui si è 
sviluppata l'iniziativa per tutti gli altri referendum 
sociali. 

All'indomani della ratifica dell’accordo del 3 luglio, la 
natura di sindacato di stato di Cgil, Cisl, Uil - e la sua 
conseguente non riformabilitàda parte dei lavoratori- 
è un fatto compiuto, una realtà che nessuno può più 
negare. 

Non solo non siamo di fronte alPennesimo bidone", 
ma abbiamo a che fare con un PATTO che ha un 
significato politico generale, che non si limita al 
sostegno sindacale al governo Ciampi ed alle riforme 
elettorali votate in questa calda estate. 

Ha ragione il Ministro del Lavoro Gino Giugni quando 
definisce l’accordo “una nuova costituzione” nelle 
relazioni sociali e sindacali del paese. Se l'articolo 4 
dell'inapplicata Costituzione sanciva che ntalia è 
una repubblica fondata sul lavoro", il nuovo patto 
sancisce che “l'Italia è una repubblica fondata sulla 
centralità del profitto e sulle necessità dell'impresa”, 
principio cardine acui tutto, a partire dalla condizione 
umana, va subordinato e sacrificato. 


Cgil, Cisl, Uil agiscono come pilastri di questa nuova 
Costituzione, divenendo a tutti gli effetti istituzione di 
Stato. 

Il ruolo che il sindacato è chiamato a svolgere è 
quello di organizzatore del consenso della volontà 
padronale e governativa; le funzioni essenziali che 
Cgil, Cisl ed Uil assolveranno saranno quelle di 
cogestire le agenzie che affittano il lavoro, di diventare 
imprenditori nel campo della previdenza integrativa 
(a cui ha aperto la strada lo smantellamento della 
previdenza sociale), dopo esserlo già diventati nel 
campo dell'assistenza fiscale con i vari Caaf. 

Per i lavoratori, e con loro perdisoccupati e pensionati, 
non c’è niente: essi sono “cose” da vendere, affittare, 
spremere, licenziare. 


CGIL CISL UIL e "la consultazione" 

Sull’accordo si ricompone una vera e propria “unità 
nazionale”: la Confindustria, nella sua seduta ple- 
naria, lo approva quasi all'unanimità; il Pds, che già 
si era astenuto rispetto al governo Ciampi, invita i 
lavoratori a votare “si", stesso atteggiamento della 
Lega Nord che, anche se non lo dice, ha nel proprio 
programma politico l'obbiettivo di cancellare tutte le 
storture “garantiste ed egualitarie" prodotte nel mondo 
del lavoro dalle contrattazioni successive all'autunno 
caldo. Ma l'arma decisiva è rappresentata dall'un- 
iverso dei media: Tv di stato e beriusconiane, radio 
più o meno libere e canali ufficiali, la stampa 
quotidiana al completo (con l’eccezione del Mani- 
festo) plaudono all’accordo, non informano sul 
contenuto (per chi volesse saperlo solo qualche 
schermata su Televideo nella rubrica economia) ed 
invitano i lavoratori a votare in massa a sostegno 
dell'accordo. 

Scottati dalle reazioni al 31 luglio, i sindacati vogliono 
dare prova di democrazia ed hanno rimandato la 
firma definitiva del protocollo siglato il 3 luglio al 22 
dopo “la consultazione generale dei lavoratori”. 
Strana democrazia quella in cui non si consulta su 
cosa si va a trattare (la piattaforma, i successivi 
mutamenti) e poi, fissando la data delia ratifica, si 
chiede il parere dei lavoratori, peraltro non 
diffondendo il testo dell'accordo, che si devono 
accontentare unicamente delle spiegazioni dei 
confederali; che dire poi del fatto, denunciato dalla 
stessa componente minoritaria della Cgil, cheall’inizio 
delle assemblee era ammesso solo un intervento a 
favore dell'approvazione. 

Si è poi cercato di manipolare le cifre, fingendo che 
quello che era poco più che un test, un sondaggio, 
effettuato prò forma per dare prova di democrazia 
fosse una consultazione: in Italia la forza lavoro, 
secondi i dati Istat, ammonta a 24 milioni 21 5 mila - 
di cu i 2 milioni 668 mila disoccupati. Nelle assemblee 
e negli scrutini indetti daCgil, Cisl, Uil sono stati chia- 
mati a votare 1.361.180 ed hanno votato 1 .327.290. 
Questo l’esito: Si’ 67,05%; NO 26,98%; astenuti il 


Autorganizzazione / Rifiuto del Lavoro/ Salario Garantito 


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5,98. Il No tra i metalmeccanici raggiunge il 38% e 
vince a Venezia, Brescia, Novara, nel trentino, a 
Legnano, Lodi, alla Fiat di Cassino, alla Fincantieri di 
Genova, all'Alta di Arese. Il No vince complessiva- 
mente a Milano. In Toscana vince alla Breda di Pi- 
stoia, a Viareggio, a Massa Carrara, a Firenze alla 
Zanussi, alla Oegussa, alla Cerotec, alla Longinotti, 
alla Richard Ginori di Sesto, al Comune, all’ Università, 
alla Regione T oscana. Sono risultati importanti perchè 
le stesse cifre rilasciate dai sindacati dimostranoche 
le cose non sono andate come volevano. Volevano 
un plebiscito che sostenesse il sindacato istituzione 
e potesse essere usato sui media per chiudere la 
bocca a tutti coloro che con la campagna sull'art. 1 9 
e con i vari processi di autorganizzazione in atto di- 
mostrano ai lavoratori che un'alternativa aisindacato 
di stato è possibile. 

Laddove è stata condotta una battaglia politica 
contro l'accordo, si è saputo chiarire le coordinate e 
le scelte strategiche che vi stanno dietro c’è stata 
una VITTORIA dei contrari all'accordo. 

Un risultato da cui bisogna partire, con la consape- 
volezzache è possibile, partendo dalfronte del rifiuto 
all'accordo, porsi l'obbiettivo politico di costruire una 
nuova organizzazione politica, sindacale, solidale di 
tutto il mondo del lavoro e del non lavoro. 

Generalizzare l’autorganizzazione. E’ questo un 
problema che non riguarda, e non può riguardare, 
soltanto chi si è già autorganizzato. 

I Cobas, i lavoratori autorganizzati, il sindacalismo di 
base devono superare in positivo tutte le lacerazioni 
che accompagnano l’universo dell’estrema sinistra - 
che si sono palesate in modo drammatico nelle false 
partenze che hanno caratterizzato la campagna 
referendaria - e, soprattutto, liquidare ogni forma di 
minoritarismo ed elitarismo. Il terreno da battere è 
quello di costruire forme organizzative che dal 
particolare delle proprie specifiche condizioni di vita, 
di lavoro, di non lavoro arrivino alla dimensione 
generale della critica radicale allasocietàcapitalistica 
d'oggi; affermando l'assoluta autonomia dai partiti, 
dallo stato, dal modo di produzione; l’apprezzamento 
delie diverse esperienze e appartenenze come 
arricchimento generale; abolizione del sindacalismo 
professionale, di mestiere e scelta della democrazia 
diretta “integrale’’ come soluzione pratica contro la 
democrazia delegata. Su questi elementi va intensi- 
ficata la battaglia politica per indicare uno sbocco po- 
sitivo anche per chi in questi anni ha posto al centro 
del proprio impegno politico e sindacale il condizio- 
namento delle organizzazioni storiche del movimento 
operaio, organizzandosi in minoranze interne e su- 
bendo la disciplina delle strutture, ed ha perso su tut- 
to. Hafinito per legittimare chi ha pilotato il passaggio 
del sindacato a sindacato di stato. Non è più possibile 
oggi, nè da parte del “movimento dei consigli" nè da 
parte di "Essere sindacato", battersicontrogli accordi 
e mantenere tessere, incarichi (e privilegi) sindacali: 
chi resta non fa che coprire il sindacato di D’Antoni, 


Larizza e Trentin. Per questo diciamo a tutti coloro 
che hanno creduto alla riformabilità interna delle or- 
ganizzazioni storiche del movimento operaio: que- 
st'ipotesi è fallita, non è più tempo di mediazioni o 
aggiustamenti tattici per "spostare", o per “con- 
dizionare" le scelte degli altri ! 

Non abbiamo mai creduto che la lotta di classe sia 
paragonabile ad un motore a due tempi, dove esiste 
il primo tempo (costruzione dell'organizzazione), se- 
paratodal secondo (la lotta). E' facile nelle numerose 
Waterloo della Cgil trovare linfa e tessere per un 
nuovo sindacato, gli stessi confederali sono disposti 
a pagare come necessario, un prezzo simile. Non 
crediamo che il movimento di lotta oggi abbia bisogno 
nè delle vecchie, nèdi nuove organizzazionisindacali. 
Chi lavora in questa direzione perde di vista il fatto 
che le classi oggi, e per tutta la prossima fase, 
giocano una battaglia decisiva sul terreno dei costi 
della crisi. 


Bisogna parlare di PIATTAFORMA 
SOCIALE e di ORGANIZZAZIONE 

Organizzazione perchè la parabola sindacale è senza 
ritorno e pone, a tutti i lavoratori e non a settori 
ristretti di avanguardie, con interezza la questione di 
farla finita con il sindacalismo di mestiere. Autor- 
ganizzazione può significare una nuova epoca del 
movimento dei lavoratori dove non si cambiano solo 
le facce, magari mettendo gli onesti al posto del 
venduti, ma si cambiano le regole. Finora abbiamo 
visto e conosciuto esperienze limitate di autorga- 
nizzazione, quali i comitati di base nei posti di lavoro 
o, nel caso della scuola, in un intero comparto. Si 
tratta di farsi che la parola d’ordine dell’autorganiz- 
zazione esprima il massimo dei propri contenuti e sia 
quindi traducibile in qualsiasi posto di lavoro, capace 
di ricomporre tutti gli strati sociali subalterni: all’uso 
capitalistico della crisi si può rispondere solo se 
superiamo il categorialismo, le divisioni occupati/ 
disoccupati, solo se contrapponiamo l'azione diretta 
organizzata sui luoghi di lavoro e sul territorio per non 
pagare la crisi. Riteniamo che su questo terreno sia 
non solo auspicabile, ma necessario, abbandonare 
ogni forma di settarismo e si debba pervicacemente 
ce rcaregli aspetti ricompositivi, idenominatoricomuni 
a tutte le situazioni che vogliono la lotta. Oggi tutti I 
protagonisti di questa stagione portano con sè 
percorsi, patrimoni, storie differenti. 

Riconoscere queste differenze, rifuggere da vecchi 
schematismi, dal rischio della sintesi affrettata o dal 
rifugiarsi in strutture predefinite può favorire un’ul- 
teriore e più matura liberazione di energie. 

Queste caratteristiche sono possibili solo in 
UN’ORGANIZZAZIONE CONSILIARE. Consigli di 
base, eletti da tutti i lavoratori, sottoposti al controllo 
costante delle unità lavorative a cui va sottoposto 
ogni passaggio decisionale: dalle piattaforme, agli 


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accordi, all'utilizzo dei permessi sindacali. Consigli 
che sappiano creare collegamenti locali (a livello 
cittadino, provinciale, intercategoriale) e nazionali (a 
livello di settore edi categoria); consigli capaci di non 
rinchiudersi nel mero orizzonte sindacale e di porre 
con forza il problema di CHE COSA COME E PER 
CHI PRODURRE, della distribuzione della ricchezza, 
della trasformazione detrappo rii sociali di produzione. 
Dall’esperienza, e daH'importanza di questi contrad- 
dittori passi compiuti dal movimento autorganizzato 
si può e si devetrovare l’opportunità per riqualificare 
prassi e teoria dell’intero movimento antagonista. 
Prassi e teoria perchè queste non possono essere 
viste scisse, senza riproporre ladrammatica esperien- 
za vissuta in Italia dove i ceti politici dirigenti della 
nuova sinistra usavano lotte e soggetti operai e pro- 
letari perle propriebramedipotereoperconvalidare 
la propria linea politica ed i propri frammenti di teoria. 
T utte le volte che irrompe sulla scena un movimento 
di massa sentiamo riproporre i nomi di squalificati 
professori che formulano viaggi nel futuro, ipotesi di 
ricerca finanziate dalle Università, che, metodica- 
mente, ricorrono all’astrazione continua. T utto questo 
è stato lacerante nel movimento italiano introiettando, 
all’interno di chi lottava per una nuova umanità, la 
scissione lavoro intellettuale- lavoro manuale, fonda- 
tiva della società capitalistica; introducendo forme di 
linguaggio gergali, quando non accademiche, che 
niente hanno a che fare con chi ritiene il comuniSmo 
un movimento estremamente semplice, che 
“chiunque può comprendere". 

Prassi e teoria, comportamenti ed idee marciano di 
pari passo e la ricerca teorica non può che essere 
concepita come la generalizzazione dell'esperienza 
concreta dei diseredati del sud del mondo e delle 
classi subalterne. E' da questa visuale che si può 
comprendere la natura e le leggi del capitalismo 
nell'epoca dei mercato mondiale. Una realtà 
comprensibile nei villaggi dell’Africa desertificata, 
come nei ghetti di Los Angeles, nell’America latina 
ricolonizzata come nelle nostre metropoli che 
producono ogni giorno nuove forme di povertà. 

Alle compagne ed ai compagni portatori dell’estra- 
neità, dell'autonomia da questo sistema spetta tra- 
durre nell’agire politico, che comprende come proprio 
elemento costitutivo l’agire comunicativo, organiz- 
zandosi in forme autogestite e dirette capaci di ri- 
comporre attorno a centri di gravità e di azione (quali 
la lotta al razzismo, la riqualificazione della prassi 
ambientalista nell’intreccio crisi ecologica/crisi 
economica, capacità di attrazione delle giovani ge- 
nerazioni attorno alla ricomposizione del sapere 
sociale) quella che è la possibilità di una sinistra 
sociale all’altezza delia posta in gioco. 

Il movimento dell'autorganizzazione è sano e ge- 
neralizzabile se riesce a seppellire quella distanza 
fra il dire ed il fare che ha sempre caratterizzato ceti 
politici e sinistra parolaia. 

Oggi non possiamo accettare l'esito attuale. Gli 
autorganizzati devono comprendere che la posta in 


gioco (chi paga la crisi) è ben compresa da milionidi 
salariati, pensionati, disoccupati ed occorre sviluppare 
il radicamento in ogni situazione, andando a for- 
malizzare gli organismi autorganizzati; occorre co- 
struire reti di comunicazione fra i posti di lavoro, sia 
interni alle categorie che al territorio, gestendo in pri- 
ma persona gli avvenimenti, le notizie, il significato 
di leggi e di regolamenti; mettere in comune tutte le 
conoscenze ed i rapporti nel campo dell'assistenza 
legale ed informativa sui diritti dei lavoratori (spet- 
tanze, anzianità...); masoprattutto occorre compren- 
dere che la lotta e la crisi non è un terreno di orga- 
nizzazione del solo lavoro dipendente. Bisogna an- 
dare alla costruzione di un movimento esteso su tut- 
to il territorio nazionale attorno ad una piattaforma 
sociale capace di andare ad incontrarsi e ricomporsi 
con tutte le altre esperienze di autorganizzazione 
sociale, a partire dalla lotta per la casa, ai disoccupati, 
agli studenti, agii spazi sociali autogestiti che hanno, 
in questa contingenza, l’opportunità di ridefinirsi 
come momento di azione/comunicazione/ricomposi- 
zione degli strati sociali subalterni nei territori dove 
vivono i loro centri autogestiti, a partire dalla possibilità 
di muovere tutta l’autorganizzazione sociale in 
campagne di agitazione e di lotta territoriali -a partire 
ad esempio, dal diritto alla salute. 

Azione diretta attorno ad una piattaforma sociale che 
parta dalla riduzione generalizzatadell'orario di lavoro 
a 30 ore pagate 40 (lavorare meno, lavorare tutti per 
battere la disoccupazione strutturale, il razzismo 
risorgente dentro la crisi economica, e, soprattutto 
perchè la vita di donne e uomini non può coincidere 
con la giornata lavorativa, gli spostamenti e lo stress 
ad essi conseguente); al salario garantito per chi è 
espulso dalla produzione o non entra nel mercato del 
lavoro; al diritto all'assistenza sanitaria gratuita, al 
diritto di tutti alio studio e alla cultura; alla difesa delle 
pensioni; al ripristino di reali meccanismi di indi- 
cizzazione del salario al costo della vita e di aumenti 
consistenti ed eguali per tutti ai danni della rendita 
finanziaria (PATRIMONIALE e non minimum tax), 
dell'evasione fiscale, del tangentismo; diritto alla 
casa prezzi, politici peri generi di prima necessità, e 
tariffe sociali (dalie bollette alle tasse scolastiche ed 
al ticket sanitario), blocco delle spese militari e dei 
costosissimi megaprogetti distruttivi di risorse 
ambientali come l’Alta velocità. Temi e piattaforma 
sociale che non possono certo essere ridotti a mate- 
riale agitatorio, che impongono il confronto con l'in- 
tera realtà sociale e la costruzione, in ogni territorio, 
di strutture di Coordinamento dei Cobas, dell'autorga- 
nizzazione sociale, dei centri autogestiti. 

Al contrario noi, fin dall’inizio abbiamo letto questo 
movimento come che segnava l’inizio di una nuova, 
cruenta, stagione di lotte di classe. 

Per fare dei passi avanti su questi temi e per con- 
cretizzare la capacità di momenti comuni di mobili- 
tazione quali il 1 2dicembre o l’esperienza dei lavoratori 


Autorganizzazione / Rifiuto del Lavoro/ Salario Garantito 


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autonganizzati, intendiamo promuovere in Toscana 
un Convegno regionale dell'autorganizzazione peri 
prossimi mesi. 


Tutti coloro che si sono battuti dopo il 31 luglio, nel 
movimento dell'autunno e nella raccolta delle firme 
perabrogare l’art. 1 9 e che hanno guidato la battaglia 
per il No all’accordo del 3 luglio hanno il dovere 
politico di trovare punti comuni di strategia e di 
tattica. Perchè questo non diventi un generico appello 
all’unità dell’opposizione occorre precisare alcuni 
elementi di fondo: 

1 ) Un dato di fatto che sembra aver capito lo stesso 
leaderdellaminoranzaCgil, Bertinotti, quando scrive, 
sul “Manifesto" del 1 agosto: "è anche emersa una 
nuova questione democratica, quella delle forme 
dirette di democrazia dei lavoratori senza le quali 
esse non potranno, in questa fase, entrare da pro- 
tagonisti nella vicenda sociale e sindacale. Non si 
tratta, perchè non ne esistono le condizioni, di 
ricostruire il sindacato dei consigli. 

Ma si possono costruire i consigli dei lavoratori: una 
formadi organizzazione diretta, autogestita, espres- 
sione immediata di collettivi omogenei di lavoratrici 
e lavoratori - diffusa e radicata nei luoghi di lavoro - 
, direttae autonoma emanazionedi tutti gli interessati, 
iscritti o non iscritti ai sindacati. Si può riscoprire, 
contro la prospettiva del sindacato unico, la non 
delega e la partecipazione conflittuale dei lavoratori''. 
Certo, una cosa sono gli articoli ed un'altra i fatti, ma 
c’è un bel passaggio fra quel che viene scritto ora e 
la solidarietà espressa da Bertinotti a Trentin 
all'indomani della contestazione subita in Piazza 
Santa Croce. E’ questo spirito dei tempi che bisogna 
cogliere; 

2) Perchè tutto questo marci ci deve essere la 
capacità a partire dalla manifestazione nazionale del 
25 settembre a Roma, di trovare obbiettivi unificanti 
in una piattaforma sociale contro Altrimenti, avranno 
buon gioco loro - come si è visto anche di fronte a 
lotte condotte esemplarmente dai lavoratori (Alenia, 
Uva di Piombino) dove governo- padroni- sindacati 
sono riusciti ad isolare la singola situazione dal 
generale, assediandola e frodandola come nel caso 
dei referendum ripetuti, ed imporre i loro diktat. 

Diversi sono i pericoli che si corrono in questo mo- 
mento. Il primo, e più grave, sarebbe la non PER- 
CEZIONE di ciò che succede davanti ai nostri occhi; 
proprio perchè gli effetti si vedranno solo gradual- 
mente e nel tempo. Un altro pericolo sarebbe il non 
vedere la complessità e la complessività CUL- 
TURALE, primache sindacale e politica o economica, 
di questo “accordo". Un altro ancora sarebbe non 
CAPIRE che una fase storica si è definitivamente 
chiusa e che è assolutamente necessario aprirne 
un’altra e “completamente nuova”. 

In questa nuova fase il MOVIMENTO DI LIBERA- 


ZION E DEL LAVORO E DAL LAVORO non può pre- 
scindere dalla critica della “rappresentatività". La 
RAPPRESENTANZA dei lavoratori non può più es- 
sere demandata a "professionisti" della rappre- 
sentanza, riproducendo costantemente la separa- 
zione tra RAPPRESENTATI E RAPPRESENTANTI 
DIRIGENTI E DIRETTI. Proprio mentre padroni - 
sindacati - governo ci propongono in tutte le salse la 
DELEGA noi dobbiamo ritirare la delega e porci il 
problema DELL'AUTORGANIZZAZIONE, DELL'A- 
UTORAPPRESENTAZIONE, DELL'AUTOVALO- 
RIZZAZIONE. Partire “da sè", ci hanno detto per an- 
ni le donne, per ricostruire il GENERALE dalla con- 
cretezza vissuta. 

Il movimento nato dal 31 luglio, il movimento del 27 
febbraio e dell'alt. 19 ha bisogno di unirsi e di darsi 
una fisionomia credibile nazionale e in prospettiva 
internazionale, unendo la parte migliore della tra- 
dizione del movimento operaio con le nuove avan- 
guardie e la nuova soggettività. 

Ai lavoratori delusi, sbandati, incerti (come la con- 
sultazione di questi giorni dimostra) bisogna dare la 
certezza che un’ALTERNATIVA E' POSSIBILE. U- 
nendo le diverse facce del lavoro, del nuovo lavoro, 
del non lavoro, della precarietà e della disocuppazione 
percostruire unaCULTURAdellatrasformazione ed 
una piattaforma sociale all'altezza della nuova fase 
storica che stiamo vivendo. 


DOCUMENTAZIONE ■ APPENDICE 1 

L’ACCORDO QUADRO CGIL- CISL- 
UIL SULLE RAPPRESENTANZE 
UNITARIE 

L'intesa quadro fra Cgil, Cisl ed Uil sulle rappresen- 
tanze sindacali unitarie (r.s.u.), siglata il 1 marzo 
1991, detta una serie di regole che dovrebbero di- 
sciplinare le relazioni fra le Confederazioni, definire 
i criteri ed un modello generale per la costituzione 
delle r.s.u. - le cui modalità di attuazione sono de- 
mandate alle singole categorie (che non hanno ri- 
spettato il termine, entro sei mesi, stabilito e che, 
tranne i chimici, ancora non sono state definite). 

1) Relazioni tra le confederazioni l’obblettivo 
perseguito è quello dell’armonizzazione 
attraverso: 

- la definizione unitaria delle piattaforme, la 
conduzione comune dei negoziati, della stipula dei 
contratti e degli accordi e la comune indizione di 
scioperi ed altre forme di mobilitazione; 

- lo svolgimento di riunioni periodichefra le segreterie 
delle tre confederazioni che, a loro volta, possono 
convocare riunioni congiunte degli organismi direttivi 
di Cgil, Cisl ed Uil e ricorrere a “convegni unitari di 


48 


Dicembre 1 993 


European Counter Network - Milano 


carattere seminariale per favorire il confronto e 
l’elaborazione della strategia sindacale”; 

- le decisioni possono essere prese solo aH'unanimità 
delle organizzazioni ed i confronti d'indirizzo e di 
iniziativa che si danno ai vari livelli, se non ricomposti, 
vengono trasferiti alla struttura immediatamente 
superiore. Durante i conflitti nessuna confederazione 
deve compiere atti unilaterali. Rivestono carattere 
d'urgenza le divergenze concernenti l'esito unitario 
di negoziati. Comunque, le confederazioni sono 
d'accordo nel "non conferire valore generale, con 
effetti sui rapporti confederali, alle eventuali situazioni 
di conflitto vategoriali o territoriali."; 

- esistono tre livelli di contrattazione: gli accordi 
confederali, i contratti nazionali di settore, i contratti 
aziendali; 

- l'adozione di forme di articolazione categoriale e 
territoriale delle tre confederazioni il più omogenee 
possibile tra di loro; 

- su piattaforme ed accordi contrattuali non è 
ammessa la consultazione referendaria, che “per i 
limiti di partecipazione e coinvolgimento che gli sono 
intrinsechi può fornire indicazioni solo su materie 
non complesse, coinvolgenti aree ristrette di lavoratori 
e risolvibili con risposte semplici. Conseguentemente 
perCgil, Cisl, Uii non sono tali le piattaforme e gli ac- 
cordi contrattuali."; 

-ladecisioneunitariasultipodirapportida intrattenere 
con altre rappresentanze sindacali extraconfederali 
ed il mantenimento delle prerogative di Cgil, Cisl, Uil 
di monopolio della rappresentanza come si spiega in 
questo illuminante brano: "Le richieste di presenza, 
anche mediante azioni legali, delle diverse sigle 
sindacali, sostenute solo dall'autocertificazione 
incontrollabile degli iscritti, oltre a produrre una 
modifica artificiosa delle rappresentanze demo- 
cratiche del mondo di lavoro, aumenta la possibilità 
di contrasti nella tutela dei diritti legittimi di Cgil, Cisl, 
Uil. Le tre confederazioni decidono quindi di contra- 
stare unitariamente ogni tentativo di abuso o di 
manipolazione delle rappresentanze sociali rispon- 
dendo in modo solidale ad ogni atto teso a modificare 
la realtà associativadel mondo del lavoro, realizzando 
nei termini più generali possibili criteri oggettivi di 
designazione basati sulla reale consistenza 
organizzativa e, quando esistono, pure sulle verifiche 
elettorali. Nelle designazioni di competenza delle tre 
confederazioni verranno insieme garantite la 
rappresentanza del pluralismo sindacale mediante 
lapresenzadiCgil, Cisl, Uil e, quando le designazioni 
superano il numero di tre rappresentanti, una ripar- 
tizione numerica con riferimento alla consistenza di 
ciascuna confederazione". 

2) La proposta di costruzione deile r.s.u. 

Le r.s.u. sono concepite come “espressione 
dell'articolazione organizzativa dei sindacati 
categoriali e delle confederazioni” e svolgono “con il 
concorso ed il sostegno dei sindacati di categoria le 
attività negoziali per le materie proprie del livello 


aziendale”. Restano in carica due anni e vedono 
Cgil, Cisl ed Uil presentarsi sotto il seguente 
preambolo per le liste: “Le confederazioni Cgil, Cisl, 
Uil, tramite le proprie liste ed i propri candidati 
intendono confermare il valore del pluralismo sociale 
in un rinnovato patto di unità d'azione. Cgil, Cisl, Uil 
considerano la consultazione elettorale una 
condizione irrinunciabile di democrazia attraverso ia 
quale ciascun lavoratore, in via diretta, sceglie 
liberamente i propri rappresentanti nei luoghi di 
lavoro. Attraverso il voto ad una delle tre liste con- 
federali ed ai rispettivi candidati, si esprimerà il 
sostegno all'azione sindacale nei luoghi di lavoro e 
l'adesione ai valori, agli obbiettivi, ed al molo del 
sindacalismoconfederaleche Cgil, Cisl, Uil esercitano 
nel sistema sociale del paese". 

Quanto democratiche siano queste rappresentanze 
e quanto il “lavoratore, in via diretta, sceglie libe- 
ramente i propri rappresentanti nei luoghi di lavoro” 
ce lo spiega il capoverso dedicato alla partecipazione 
dei soggetti extraconfederali: “Possono presentare 
liste alla competizione elettorale per l'elezione della 
r.s.u. dei lavoratori, soggetti diversi dai sindacati 
confederali, purché formalmente organizzati e co- 
stituiti in sindacato autonomo e si impegnino al 
rispetto della legge e dei codici di autoregolamen- 
tazione sull'esercizio del diritto di sciopero nei settori 
dove questi sono in vigore e semprechè raccolgano 
il 5% di firme sul totale dei lavoratori aventi diritto al 
voto." Anche il meccanismo di ripartizione dei “seggi” 
- denominazione che ia dice lunga sulla natura di 
questi istituti e sulle loro caratteristiche burocratiche 
e non collegate ai luoghi di lavoro- è improntato 
all’obbiettivo di armonizzazione fra Cgil, Cisl ed Uil, 
per cui, mentre il 67% dei “seggi" viene ripartito 
proporzionalmente ai voti, sull'altro 33% tutta la 
parte delle tre confederazioni verrà ripartita in misura 
paritetica, indipendentemente dal risultato. 


APPENDICE 2 

L’ACCORDO 

Questa un’analisi dettagliata dell'accordo ripresa da 
un documento di lavoratori del pubblico impiego 
fiorentino. 


1) Politiche dei redditi ed occupazione 

Gli obbiettivi della politica dei redditi vengono cosi 
individuati, da governo, associazioni padronali e 
sindacati: 

- riduzione del deficit dello Stato; 

-stabilità valutaria della lira sul mercato internazionale 
dei cambi; 

- allineamento del tasso d’inflazione alla media 


Autorganizzazione / Rifiuto del lavoro/ Salario Garantito 


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Centro Sociale Leoncavallo 


dell'Europa Comunitaria. 

La condizione per cui tutto questo av/enga è la 
concentrazione degli sforzi di tutti "nel sostenere 
l'efficienza e la competitività delle imprese, in 
particolare quelle esposte alla concorrenza 
intemazionale". 

L'assassino toma sempre sul luogo del delitto, 
ripetono da decenni i cultori della letteratura gialla. 
Lo fanno anche Cgil, Cisl, Uil quando nell'accordo si 
dice di “perseguire una crescente equità nella 
distribuzione del reddito, la crescita occupazionale 
mediante l'allargamento della base produttiva e la 
difesa del potere d’acquisto delle retribuzioni e delle 
pensioni". 

E’ il medesimo preambolo che accompagnava 
l'accordo del 31 luglio 1992: abbiamo visto come il 
potere d’acquisto dei salari sia diminuito con 
l’abolizione della scala mobile ed abbiamo visto in 
questi mesi il più grosso attacco all'occupazione dal 
1 948 ad oggi • alla faccia della crescita occupazionale 
promessa ! 

Ma, soprattutto, non è accettabile che la politica dei 
redditi parta dai salari e dalle pensioni: in un paese 
dove l'evasione fiscale annua è stimata in 86.000 
miliardi, dove i lavoratori salariati dichiarano al fisco 
più degli imprenditori, dove la rendita parassitariasui 
titoli di stato (che aumentano II deficit del bilancio) è 
garantita al doppio del tasso d’inflazione pro- 
grammata, per tacere delle masse di denaro finite in 
tangenti e regalie. Parlano le cifre: secondo i dati del 
Ministero delle Finanze (1 990) hanno dichiarato un 
reddito annuo inferiore ai 15 milioni (sono, cioè da 
considerarsi poveri) il 68% degli imprenditori, il 32% 
dei professionisti, i! 70% degli artigiani. Imprenditori 
che dichiarano meno dei redditi su cui pagano le 
tasse i loro dipendenti ! 

Ebbene a fronte di queste cifre per i sindacati il 
problema in Italia è il costo del lavoro I 
Il patto, tanto per ribadire la scelta consociativa dei 
sottoscrittori, prevede due sessioni di confronto 
annuale, in modo da permettere al Governo "interventi 
tempestivi di correzione": 

* maggio - giugno dove vengono indicati gli obbiettivi 
di bilancio per il successivo trien nio, i tassi d'inflazione 
programmata e di crescita del Pii (prodotto interno 
lordo); 

* settembre, sessione in cui vengono trasposti gli 
obbiettivi di bilancio nella legge finanziaria. 

Su questi obbiettivi comuni le parti si impegnano ad 
inviduare comportamenti coerenti agli intenti. In 
particolare, il governo nei confronti dei pubblici 
dipendenti, come già stabilito nel decreto legge 
Amato (29/1993), con aumenti salariali subordinati 
al tasso d’inflazione programmato. Cosi i sindacati 
rispetto a tutte le altre categorie. 

E' bene ricordare, come ha detto lo stesso Alleva 
giurista della Cgil, che il "tasso d’inflazione 
programmata” altro non è che un espediente tecnico 
che, strutturalmente, presuppone uno scarto rispetto 
all'inflazione reale. 


Molto più vago è invece l'impegno previsto per i 
datori di lavoro che, nelle compatibilità del mercato, 
si impegnano a contenere i prezzi “entro livelli 
necessari alla politica dei redditi”. E’ "comportamento 
coerente" quindi, fardiminuire il potere d'acquisto dei 
salari e delle pensioni, ed è “comportamento 
coerente” permettere ai padroni di comportarsi come 
loro più conviene. 

Vienealtresldecisalacostituzionedi un Osservatorio 
dei prezzi e la predisposizione, nella sessione di 
maggio, di un rapporto annuale sull’occupazione 
(con dati aggiornati per settore ed aree geografiche) 
che dovrebbe consentire di: 

- programmare gli investimenti pubblici; 

- l'utilizzo del fondo speciale per l’occupazione e 
degli altri fondi con rilevanza occupazionale; 

- predisposizione di programmi, d'intesa con le 
regioni, pergiovani disoccupati e lavoratori in mobilità 
o in cassa Integrazione guadagni; 

- programmazione dei fondi comunitari per la 
formazione professionale, d'intesa con le regioni. 
Insomma, un ulteriore appendice consociativa per 
decidere l'impiego delle risorse finanziarle a 
disposizione. 


2) Assetti contrattuali 

Sono previsti due livelli: 

a) Contratto collettivo nazionale di lavoro di categoria 
(d'ora in avanti CCNL) la cui durata è prolungata da 
3 a 4 anni (ed è un ulteriore peggioramento), per la 
parte normativa. 

La parte retributiva è cosi divisa: il primo biennio 
prevede un aumento secondo il tasso d'inflazione 
programmato ed il secondo biennio “la possibilità di 
ulteriori punti di riferimento del negoziato” 
confrontando il tasso programmato con l’inflazione 
reale. Possibilità, quindi anche questo riallineamento 
nel biennio successivo, comunque a perdere è 
tutt’altro che scontato; 

b) un secondo livello aziendale con “istituti diversi e 
non ripetitivi" del CCNL. Non si tratta quindi nè sulla 
normativa, nè sul salario. Aumenti salariali su base 
aziendale sono possibili solamente se “strettamente 
correlate al risulati conseguiti impegnati per accordo 
fra le parti". Frase tecnica che sta a significare che 
ci saranno possibilità di aumenti neicont ratti aziendali 
solo se i padroni dichiareranno una crescita della 
produttività, della qualità dei prodotti, della com- 
petitività dell'azienda sul mercato. 

Perdi più il governo si impegna a varare un apposito 
provvedimento legislativo, come aveva richiesto il 
presidente della Confindustria Abete, per definire le 
caratteristiche ed il regime contributivoeprevidenziale 
di questi aumenti - andando quindi ad uno sgravio 
degli oneri previsti per le imprese ed una relativa 
sottrazione di contributi per i lavoratori. 



Dicembre 1993 


European Covnter Network - Milano 


I tempi della contrattazione aziendale vengono 
stabiliti, per ogni categoria secondo il principio 
"dell'autonomia dei cicli negoziali", daiCCNL. In ogni 
caso hanno una durata quadriennale e, nel corso dei 
4 anni, I sindacati vengono informati e consultati per 
la verifica della contrattazione e sugli effetti prodotti 
da mutamenti, tecnologici o ristrutturativi, che 
agiscono sulle condizioni di sicurezza, di lavoro e 
sulle pah opportunità uomo- donna. 

L'accordo abolisce la contrattazione. Come abbiamo 
già visto ai punto precedente non si tratta più sul 
salario: gli aumenti sono definiti in base al 'lasso 
d'inflazione programmata”. Questo nuovo sistema 
di relazioni sindacali impegna solo il sindacato e non 
le associazioni padronali, impedendo “azioni dirette” 
un mese prima della scadenza del contratto e nei tre 
mesi successivi si estende la legge antisciopero a 
tutte le categorie per la durata dei 4 mesi prossimi 
alla scadenza formale dei contratti. 

A livello aziendale non si tratta nè sulla normativa, nè 
sul salario (compito esclusivo della contrattazione 
nazionale di comparto), anzi, come hanno subito 
precisato le associazioni della piccola e media 
imprenditoria, per le imprese inferiori a 250 addetti (il 
70% stime dello stesso Alleva) non c'è nessun 
contratto integrativo;c’èdaaggiungerechepermette 
il continuo ricorso alla contestazione giuridica da 
parte dei datori di lavoro (escludendo tutto quanto è 
oggetto del CCNL), e per contestazione giuridica si 
intende il rifiuto degli imprenditori a trattare, proprio 
in virtù di quest’accordo. 

Per l'altro 30% sono ammesse erogazioni aggiuntive 
subordinate all’andamento dell’azienda (il salario 
non più in virtù della prestazione, ma degli utili del- 
l'impresa), sottoposte quindi atutti itrucchidi bilancio 
della contabilità aziendale. 

A suggello di questo sistema contrattuale, la cui 
funzionalità verrà valutata entro la fine del f 997, 
vengono introdotti due dispositivi; 

- il raffreddamento della contrattazione, per cui le 
parti si impegnano a far trascorrere i tre mesi che 
seguono alla presentazione delle piattaforme ed il 
primo mese successivo alla scadenza dei contratti 
senza intraprendere "azioni dirette”. C’è quindi un 
ulteriore estensione della legge antisciopero a tutti i 
i lavoratori, dopo averla sperimentata con le 
precettazioni sui lavoratori pubblici, e per una durata 
predeterminata; 

- la cosiddetta "scala mobile carsica", per cui nei 
periodi di vacanza contrattuale, e si parla solamente 
dei CCNL, i lavoratori ricevono “un elemento 
provvisorio della retribuzione" pari al 30% del tasso 
d'inflazione programmata per i primi 3 mesi ed al 
50%, sempre del tasso programmato, per i primi 6. 

II che vuol dire "su un salario medio di un milione e 
quattrocentomila lire nette queste aride percentuali 
significa rispettivamente 1 1 .600 £ e 20.000 £ circa 
mensili” (come ha scritto Corrado Perna su 
“Liberazione"). 


E' un elemento clamorosoche permette al padronato, 
pubblico e privato, di poter far slittare il rinnovo del 
contratto senza scioperi ed agitazioni (procedure di 
raffreddamento) ed a costi convenienti visto come 
vengono prestabiliti gli “elementi provvisori di 
retribuzione" (scala mobile carsica)! 


Rappresentanze sindacali 

Le organizzazioni sindacali aziendali riconfermano 
l'intesa quadro da loro raggiunta il 1.3.1991, e mai 
attuata, sulle r.s.u. (rappresentanze sindacali unita- 
rie) che viene accettata anche da Governo ed as- 
sociazioni padronali. L'elezione delle rappresentanze 
aziendali dei lavoratori viene cosi disciplinata: - 2/3 
dei rappresentanti eletti da tutti i lavoratori; - 1/3 
designato dalle organizzazioni firmatarie del CCNL, 
in proporzione ai voti da loro ottenuti. 

Questa la giustificazione di un simile regime di 
apartheid: “al fine di assicurare il necessario raccor- 
do tra le organizzazioni stipulanti i contratti nazionali 
e le rappresentanze sindacali aziendali titolati delle 
deleghe assegnate dai contratti medesimi". Affer- 
mazione in sinton ia con il fatto che alle rappresentanze 
aziendali non spettano diritti di contrattazione sui 
CCNL e solamente un ruolo compartecipativo, in- 
sieme alle organizzazionisindacaliterritoriali “aderenti 
alle organizzazioni stipulanti il medesimo CCNL". 
Non c'è che dire: una risposta precisa alle 700.000 
firme che hanno chiesto il referendum per abolire il 
monopolio di Cgil, Cisl, Uil: ai confederali spetta a 
priori, grazie all'accordo, il 33% della rappresentanza 
e saranno gli unici a trattare per i contratti nazionali. 


3) Politiche dei lavoro 

E' stabilita unagenerale precarizzazionedei rapporti 
di lavoro: dal rilancio dell'apprendistato all'uso 
generalizzato dei contratti di formazione lavoro, 
dalla riduzione dei salari perchi viene assunto (salari 
d'ingresso) fino all'affitto di manodopera (lavoro 
interinale che letteralmente significa attività relativa 
all'esercizio provvisorio di un incarico) gestito da 
apposite Agenzie - il vecchio CAPORALATO che 
assume forma industriale ! 
Neidettaglidell’accordoèpreannunciato un disegno 
di legge governativo sui seguenti punti ed indirizzi: 

- revisione delle norme per la concessione della 
cassa integrazione perorisi aziendale “onde renderla 
più funzionale algovemo delle eccedenze di personale 
e alle connesse vertenze"; 

- utilizzazione delle eccedenze di personale da parte 
degli enti locali; 

- elevazione, fino al 40%, del trattamento ordinario di 
disoccupazione; 

- riconsiderazione de! sistema degli sgravi contributivi 
edellafiscalizzazionedeglionerisocialiperconseguire 
e mantenere la crescita occupazionale nei servizi. 



Autorganizzazione / Rifiuto del Lavoro/ Salario Garantito 



Centro Sociale Leoncavallo 


Ed è quest’ultima misura la verafunzione del disegno 
di legge, coerente con tutto il testo dell'accordo: 
garantire sgravifiscali alle imprese, concedere a loro 
mano libera nei processi ristrutturativi e calibrare 
l'intervento dello statocongli“ammortizzatorisociali” ) 
quali cassa integrazione e la presunta ricol locazione 
della forza lavoro in mobilità. 


Occupazione giovanile e formazione 

a) Contratto d’apprendistato è confermata la positività 
della sua funzione tradizionale di accesso teorico 
pratico a qualifiche specifiche di tipo tecnico”; anzi, 
viene previsto un aumento della soglia d'età ed 
auspicata una sua più precisa certificazione; 

b) contratti di formazione- lavoro, il limite d’età viene 
aumentato a32 anni e vengono divisi in due tipologie 
contrattuali: una medio-alta (che riceverà la for- 
mazione) ed unamedio-bassa(percuilaformazione 
prevista è solo quella che consente l'utilizzo nello 
specifico lavoro). L'accordo prevede, per la fascia 
più diffusa, quella medio bassa, l'inquadramento nei 
CCNL ad un livello immediatamente più basso di 
quello per cui si “viene formati". 

Qui si toma indietro di anni luce : non solo si ripropone 
l'apprendistato (forma di supersfruttamento di cui 
per anni, e con cospicui risultati era stata chiesta I’ 
abolizione), ma se ne riscopre la funzione tra- 
dizionale" - il supersfruttamento, appunto. Dall'altra 
parte i contratti diformazione lavoro vengono riformati: 
sparisce la formazione, se non quella utile per la 
messa in produzione, e sparisce la destinazione 
originaria (igiovani); restano solo le agevolazioni per 
gli imprenditori che, con questi contratti, hanno a 
disposizione manodopera senza pagarla. 


Riattivazione del mercato del lavoro 

Queste le linee generali che verranno perseguite: 

- Predisposizione di pacchetti di misure "di politica 
attiva, di flessibilità e di formazione professionale” 
con la collaborazione delle Agenzie per l'impiego e 
delle Regioni; 

-modernizzazione della normativa vigente in materia 
di regimi d'orario di lavoro; 

- disciplina del lavoro interinale, per le aziende del 
settore industriale e terziario, con la temporanea 
utilizzazione “in qualifiche non previste” nei normali 
assetti delle aziende di lavoro affittato da imprese 
fornitrici, appositamente autorizzate e disciplinate 
con CCNL, le agenzie dell’impiego potranno 
ricollocare e riqualificare lavoratori in mobilità. 
Come scrivevamo più avanti, a proposito della 
legalizzazione in Italia de! lavoro interinale, moderno 
caporalato, l'obbiettivo è la totale destrutturazione 
del lavoro, la sua flessibilità ed intercambiabilità. 
Divide et impera, il vecchio motto latino diviene la 
regola con cui viene “riattivato il mercato del lavoro". 


4) Sostegno al sistema produttivo 

Ricerca ed innovazione tecnologica, l'obbiettivo è 
quello di realizzare "un più intenso ediff uso progresso 
tecnologico", strutturando l'attività di ricerca e di 
sperimentazione per le industrie, i servizi, il com- 
mercio, l’agricoltura con “una maggiore intercon- 
nessione tra pubblico e privato”. 

E' questa la parte dell'accordo in cui si parla più 
chiaro, senza soppesare i termini e senza giri di 
parole. L'auspicata interconnessione si basa su un 
dato preciso: siccome, la ricerca in Italia è sviluppata 
quasi esclusivamente nel settore pubblico, si cerca 
di mettere a disposizione del privato a costo zero 
queste risorse a partire dal Cnr, dall'Enea e dalie 
Università. 

Ed è in linea con la riforma dell'Università (Legge 
Ruberti osteggiatadal movimento della Pantera) che 
si è tentata di fare, anche a suon di tangenti come 
dimostrano le inchieste, negli scorsi anni. 

Questi i passaggi attuativi: 

-Consult azione delle parti prima della presentazione 
dei piano triennale per la ricerca; 

- concentrazione delle risorse disponibili nei settori 
prioritari del sistema produttivo italiano (quelli in 
mano alle grandi famiglie del capitalismo italiano o 
quelli in corsodi svendita, pardon di privatizzazione); 

- defiscalizzazione delle spese e deducibilità delle 
erogazioni sostenute a favore di specifici soggetti 
operanti nel campo della ricerca, al fine di costituire 
"adeguati margini nei conti economici delle imprese 
per le risorse finalizzate a sostenere i costi della 
ricerca"; 

- allestimento di parchi scientifici e tecnologici; 

- ricorso al mercato finanziario e creditizio (fondi 
chiusi, fondi d’investimento, venture capitai, 
previdenzacomplementare), con l’obbiettivo di creare 
un raccordo fra risparmio ed imprese che agevoli la 
capacità di autofinanziamento delle stesse; 

- far convergere la collaborazione delle Università 
sui progetti promossi dalle imprese; 

-definizione diprogrammididiffusionee trasferimento 
delle tecnologie a beneficio delle piccole e medie 
imprese, per cui sono già previsti appositi 
stanziamenti, con un crescente impegno delle Regioni 
in questa direzione; 

- investire in ricerca non più I' 1,4% del Pii ma una 
quota tra il 2,5- 2,9% dello stesso; 

- utilizzo della spesa pubblica per la costruzione di 
reti tecnologicamente avanzate di comunicazione e 
di servizi. 

Con il sostegno attivo di Cgil, Cisl, Uiltutto il complesso 
della ricerca, tutta la spesa pubblicadel settore vie ne 
messa gratuitamente al servizio delle imprese. Uno 
solo l'obbiettivo da centrare: quello del profitto, con 
tutte le nefaste conseguenze (sociali ed ambientali), 
che tutti hanno la possibilità di vedere: città invivibili, 
aria mefitica, acqua inquinata... 


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Dicembre 1993 


Europea n Counter Network - Milano 


Istruzione e formazione professionale 

Le parti sono d'accordo nel dare il via ad un processo 
di modernizzazione che assume come idea guida 
quella del raccordo e dell'integrazione tra mondo dei 
lavoro (leggi, dell'impresa) e l'istruzione. Ciò 
attraverso la modifica di programmi ed orientamento, 
attravero un coordinamento interistituzionale dei 
Ministeri coinvolti, l'innalzamento dell'obbligo 
scolastico a 16 anni e la riforma della secondaria 
superiore, il miglioramento deH’offertaformativa con 
corsi post- qualìfica, post- diploma, post- laurea, 
l'ist ituzionediun Consiglio nazionale dellaformazione 
professionale, la revisione della L. 845/78 (sempre 
sulla F.P.) con la standardizzazione delle qualifiche. 
E' previsto un piano triennale di riqualificazione per 
il personale addetto alla formazione. In futuro non 
esisterà quindi istruzione che non sia finalizzata alla 
produzione. E questo proprio quando l'esigenza di 
un sapere critico che si è costantemente riproposto 
nellasocietàcontemporanea.lformatori, acominciare 
dagli insegnanti, dovranno sollecitamente piegarsi 
(ecco la flessibilità) a questo ruolo. Ecco quindi come 
produzione riproduzione e formazione vengono, in 
questo progetto culturale totalizzante finalizzate ad 
un solo obbiettivo: l'esaltazione dell'impresa, del 
mercato, del profitto. 

L’esubero degli insegnanti annunciato all'inizio 
d'agosto è il primo risvolto pratico di quest'accordo. 

Finanza per le Imprese e 
internazionalizzazione 

Tutti d’accordo: padroni, governo, sindacati: c'è 
bisogno di un mercato finanziario più moderno ed 
efficace, capace di diffondere il convogliamento del 
risparmio privato alle imprese. Aquestofinel’impegno 
delle parti è quello di contribuire allo sviluppo della 
previdenza complementare, all’introduzione di fondi 
chiusi ed immobiliari, alla costituzione di mercati 
mobiliari locali 

- utilizzando la L. 317/91 per la costituzione di 
venture capitai. Questi gli altri punti definiti: 

- eliminare il ritardo dei pagamenti del settore statale 
indirizzati alle imprese, prevedendo forme di 
compensazione per i ritardi; 

- concentrare e privatizzare il sistema bancario in 
modo da predisporlo alla concorrenza intemazionale ; 

- politicadi promozione delle esportazioni commerciaii 
italiane e di assicurazione dei crediti all'export con 
strumenti operativi "capaci di ridurre il rischio 
finanziario", secondo questo assunto. 

“E' necessario razionalizzare e rendere più 
trasparente l'intervento pubblico a sostegno della 
presenza delle imprese italiane sui mercati 
internazionali" - a questo “interesse supremo” 
dobbiamo contribuire in un vertiginoso processo di 
nipponizzazione. 

Riequilibrio territoriale, infrastrutturale e domanda 
pubblica Viene affidato al Ministrodel Bilancio e della 


programmazione economica il duplice compito di 
utilizzare i fondi Cee e di istituire l'osservatorio perle 
politiche regionali ed alle Regioni (attraverso accordi 
di programma ed in collaborazione con le Authority 
di settore che verranno definite) il compito di ridurre 
le “diseconomie esterne" - cioè le carenze di 
infrastrutture e servizi e la riqualificazione della 
spesa pubblica e della pubblica amministrazione. 


5) Politica delle tariffe 

La dichiarazione d'intenti è esplicita: "superare la 
logica di contenimento delle tariffe ed avviarsi verso 
un sistema che dia certezza alla redditività del 
capitale in dette imprese" ed altrettanto lo sono le 
decisioni, a partire dalla liberalizzazione dei prezzi 
per i settori che non operano in regime di monopolio, 
mentre per gli altri si tratta di “avvicinamento a quelle 
europee". 

Niente controllo sui prezzi, quindi, e, soprattutto, 
niente “tariffazione sociale", mettono a repentaglio la 
“redditività del capitale”. 

Infine verranno istituite appropriate autorità autonome 
in sostituzione dell’attività attualmente svolta dalle 
amministrazioni centrali. 



Autorganizzazione / Rifiuto del Lavoro/ Salario Garantito 


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Centro Sociale Leoncavallo 


AUTORGANIZZAZIONE E CENTRI SOCIALI 


E’ in viadi costituzione presso il centro sociale 
Leoncavallo una struttura di lavoratori e 
disoccupati, interna ai percorsi dell'autor- 
ganizzazione dentro e fuori la fabbrica. 
Questa struttura cittadina è un tentativo di 
organizzare e rappresentare settori di classe 
(lavoratori in nero o a formazione lavoro, 
disoccupati, precari, immigrati, ecc.) a cui 
viene negato il riconoscimento della 
condizione di lavoro in termini di contrattualità 
sindacale e di fabbisogno di salario. 

Il COMITATO LAVORATORI E DISOC- 
CUPATI AUTORGANIZZATI (CO.L.D.A.) 
vuole anzitutto organizzare una forma di 
assistenza legale gratuita per tutti coloro i 
quali devono affrontare vertenze contro i 
padroni. 

Individua nella lotta per la riduzione dell’orario 
di lavoro a parità di salario e per il salario 
sociale garantito, due campagne di massa di 
immediata praticabilità. 

Intende battersi contro i tagli alla spesa 
pubblica che negano per milioni di lavoratori 
e disoccupati il diritto alla casa, all'istruzione, 
alla salute, alla pensione. 

Lotta contro la svendita ai privati dei servizi 
pubblici quali sanità, scuola, ricerca, poste e 
telecomunicazioni, trasporti, energia, 
patrimonio pubblico immobiliare, industrie a 
partecipazione statale. 

Inizierà un lavoro di controinformazione e di 
lotta per un miglioramento radicale della 
sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro 
per un reale controllo dei lavoratori sui rischi 
di infortunio e malattie professionali. 

Il Comitato intende promuovere all'Interno del 
territorio la formazione di USTE DI LOTTA 
PER IL LAVORO aperte ai disoccupati italiani 
e immigrati, a coloro che subiscono le 
condizioni di cassaintegrazione, flessibilità, 
mobilità, lavoro nero e precarietà. 
Consideriamo queste liste uno strumento di 


pressione nei confronti delle strutture del 
potere locale affinchè vengano creati e 
individuati nuovi posti di lavoro nel pubblico o 
nel privato, o affinchè vengano avviati reali 
corsi di riqualificazione professionale 
sovvenzionati dagli enti locali e vengano 
promosse iniziative di assistenza e 
finanziamento a cooperative autogestite 
promosse da disoccupati. 

Le liste di lotta promuoveranno anche una 
lotta per la gratuità dei servizi per i disoccupati, 
gli studenti e i pensionati. 

Il CO.L.D.A. vuole sviluppare il percorso di 
solidarietà intercategoriale proprio delle forze 
deH’autorganizzazione e creare piattaforme 
sociali condivisibili da tutti i proletari. 

Vuole inoltre continuare la lotta contro il 
monopolio nella rappresentanza sindacale 
da parte di CGIL-CISL-UIL che viene ribadito 
dall’elezione delle R.S.U. e promuovere 
l’individuazione di nuove forme di 
rappresentanza basate sul principio della 
democrazia diretta. 

IL CO.L.D.A. SI RIUNISCE OGNI 
MARTEDÌ’ ALLE ORE 21 .30 
AL C.S. LEON CAVALLO (VIA 
LEONCAVALLO 22) 

OGNI VENERDÌ’ DALLE 18,00 ALLE 20,00 
CONTROINFORMAZIONE, 

CONSULENZA E ASSISTENZA LEGALE. 
TEL./FAX: 02/26140287 


COMITATO LAVORATORI 
E DISOCCUPATI AUTORGANIZZATI 



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Dicembre 1993